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Il lockdown ha messo a nudo il cristianesimo

11.11.2020
Ridotto ad apparire come il braccio spirituale degli Stati e a offrire loro la sua garanzia morale, il cristianesimo si è trovato di fronte al rischio di una disfatta spirituale. Invece questa è l’occasione non per battersi il petto ma per rinnovarsi.

di Dominique Collin

Il lockdown dovuto alla pandemia ha rappresentato, per il mondo come per la Chiesa, un Tempus clausum (così si definiva, in altre epoche, il “tempo chiuso” dell’Avvento e della Quaresima durante il quale erano proibite le feste pubbliche) imprevedibile, i cui effetti non si sono ancora esauriti. La crisi sanitaria è una crisi del tempo: una di quelle rare volte, da lunga data e su tale scala, in cui il presente, vissuto fino a quel momento come transitorio, ci è apparso reale o, in altre parole, si è presentato a noi in modalità di discontinuità. Ci ha brutalmente ricordato la verità, oscurata dal mito moderno del tempo progressivo e cumulativo, che l’imprevisto, ciò di cui non esistono precedenti, può accadere. Ogni crisi è rivelatrice. Questa ci fa vedere che noi, ben più che non dell’ennesimo virus, siamo ammalati di discordanza dei tempi: angosciati da un futurismo che non promette niente di buono (catastrofismo imperante) e un passato che dobbiamo affrontare come se, per una sorta di capovolgimento, avesse preso il posto del futuro (commemorazione e pentimento), ci troviamo reclusi in un presente che è diventato l’unica dimensione disponibile del tempo, un presente ridotto a “presentismo”, forma vuota di un presente senza presenza. Questo è, schematicamente, il male moderno del tempo.

Il cristianesimo, purtroppo, accusa l’impatto della modernità ben più di quanto non ne raccolga la sfida spirituale, quella della coniugazione dei tempi tra passato, presente e avvenire. Ciò supporrebbe che esso si riconnettesse con la sua inattualità originale, che qui intendo nel senso di Nietzsche: operare «contro il tempo e, in questo modo, sul tempo e, speriamo, a favore di un tempo a venire». Messo a nudo da un virus, ridotto ad apparire come il braccio spirituale degli Stati e a offrire loro la sua garanzia morale, il cristianesimo si trattiene dal confessare la propria disfatta spirituale. Avrebbe dovuto farlo, invece, non per battersi il petto ma per rinnovarsi. Gli sarebbe stato però necessario vivere come un autentico kairós il Tempus clausum che gli è stato imposto. Avrebbe forse allora scoperto che la virtù di un “frattanto”, consistente nell’abolire la fugacità degli istanti, gli offriva un’occasione di sospendere il tempo senza abolire l’avvenire, e non un’occasione di perderlo.

Ho letto poco tempo fa le seguenti parole del responsabile della comunicazione di una diocesi che mi sembrano appunto rivelatrici di quanto sto provando a spiegare: «Ricuperare il tempo perduto: ecco la parola d’ordine delle scuole e delle imprese, ma anche della Chiesa». Quasi che la sfida spirituale stesse nel «ricuperare il tempo perduto»! Come per tutti i malati inconsapevoli di esserlo, non sono i loro sintomi che ci devono allertare, bensì la loro «salute artificiale» di cui parla Kierkegaard quando ammonisce: «Più che alla sua morte apparente, si tratta di strappare la cristianità alla sua vita apparente, che fra tutti i pericoli è il peggiore… perché in apparenza senza pericolo!».

Quanto a me, mi chiedo se la «vita apparente» della Chiesa non consista appunto nel cercare sempre di «ricuperare il tempo perduto», come se le mancasse sempre il tempo per raggiungere la compiutezza che essa spera: incarnare infine quella che Jean-Luc Nancy chiama «l’equivalenza del senso e del mondo». Nancy ritiene che il cristianesimo abbia sciolto questa identità a discapito del mondo e a vantaggio del senso (cfr. Quand le sens ne fait plus monde. Entretien avec Jean-Luc Nancy, in «Esprit», mars-avril 2014), ma ciò che oggi osserviamo è l’inverso: il cristianesimo trascura il suo senso sempre più incomprensibile a vantaggio della promozione del suo “essere al mondo”, una messa in scena che lascia peraltro il mondo indifferente… La Chiesa non vede che il mondo riceve dalla tecnica da esso prodotta una religiosità sacrale che non deve più andare a domandarle nulla, in cambio di qualche favore. Il mondo fa tranquillamente a meno di Dio perché è fondamentalmente pagano; per contro, esige una credenza (la Salute, il Progresso tecnologico, la Crescita), un rito (tutto è diventato “spettacolo”, apparenza di vita, spoglia di azione vera e di passione profonda) e un suo clero tecnocratico (i famosi “esperti”, tra i quali si trovano oggi in prima fila gli epidemiologi). La crisi sanitaria ci ha rivelato anche questo mondo, che “dopo” sarà quello che era già “prima”, ma in peggio.

Se la Chiesa fatica a vedere il pericolo rappresentato dalla propria “vita apparente”, è probabilmente perché è andata costruendosi su un malinteso riguardo al suo senso nella storia: invece di partecipare alla storia adottandovi il punto di vista del mondo-a-venire, ha voluto essere la Storia. Ora, «ovunque vi sia Storia» – secondo il severo giudizio di Benjamin Fondane, acuto lettore di Kierkegaard e di Nietzsche – «questa basta a se stessa: siamo agli antipodi del religioso». A partire dal momento in cui la Chiesa basta a se stessa, diventa pagana, a immagine del mondo. Per riprendere Marx, ma sostituendo “filosofia” con “cristiano”, si può dire che il divenire-cristiano del mondo è, in pari tempo, un divenire-mondo del cristianesimo: la sua realizzazione è la sua perdita. Il mondo è rimasto pagano e lo diventa ancor più grazie al trasferimento della tecnica al sacro (e non l’inverso, come aveva ben capito Jacques Ellul), mentre il cristianesimo si ritrova “nudo”, senza “mondo” né “senso”.

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Dominique Collin

 
Il lockdown ha messo a nudo il cristianesimo
autore: Dominique Collin
formato: Articolo
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