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In fuga dal mondo per poterlo rammendare

12.03.2020

La città oggi è il centro della vita per milioni di persone, eppure molti si allontanano dal suo ritmo concitato per coltivare interiorità e silenzio. Ma cosa vuol dire ritirarsi dal mondo? Non certo disinteressarsene, ma custodirne le gemme più piccole, per farle fiorire.

di Luciano Manicardi e Giovanni Lindo Ferretti (a cura di Armando Buonaiuto)

ARMANDO BUONAIUTO: Siamo qui per dialogare sul tema “L’essere nascosto” con Luciano Manicardi e Giovanni Lindo Ferretti. Priore del monastero di Bose, Manicardi è monaco, teologo e biblista capace di fare della Scrittura una bussola da portare con sé ogni giorno, perché si accosta alla Parola attraverso l’antropologia, la sociologia, la letteratura, e ne fa qualcosa di midollare: per nulla lontano, ma parte di noi. Ferretti, invece, è un pezzo della musica punk italiana: fondatore e voce dei Cccp, poi dei Csi e infine dei Pgr. Oggi non più cantante ma cantore, non più nomade tra palchi e città, ma abitante radicato in un borgo dell’Appennino emiliano, Cerreto Alpi. Con loro parleremo di città, ma lo faremo per converso.
Quanto a me, ho sempre vissuto in città. E mi piace, la città: per la quantità di stimoli, per le occasioni che offre, per le impressioni rapide e cangianti che catturano l’attenzione, perché tutto si rinnova in fretta. Di contro, però, sperimento sulla mia pelle anche le conseguenze negative del vivere cittadino. Tra queste, un progressivo svaporare della capacità di cogliere altri ritmi e modi del divenire del mondo. Ritmi e modi più naturali, che in città è più difficile percepire. Mi ci ha fatto pensare, suo malgrado, Giovanni Lindo Ferretti. Negli scambi mail che abbiamo avuto per definire alcuni aspetti di questo incontro, non ho potuto non notare come le sue mail si aprissero spesso con la descrizione, tra il frammento lirico e il bollettino meteorologico, del cielo che lo sovrasta: una presenza che si impone all’occhio. Non come il cielo della città, che abbiamo reso trascurabile e residuale, se non quando lo studiamo allarmati per i livelli delle polveri.
E sotto a quei cieli che non si lasciano ignorare, quello di Cerreto Alpi, quello della conca in cui sorge il monastero di Bose, capitano incontri che in città sono più rari: incontri con uomini e donne che coltivano una specie di “arte dell’invisibilità”. Non maghi o illusionisti, ma persone convinte che la miglior presenza da offrire al mondo sia quella di un’anima discreta; che il miglior modo di attraversarlo, il mondo, non sia la marcia febbrile della metropoli, ma il passo silenzioso e misurato di chi opera e contempla. Un passo che non si affretta verso le ribalte o i riflettori. Anzi, se può li evita perché è un’altra la pienezza di cui queste persone vanno in cerca: una pienezza che, paradossalmente, si compie per sottrazione, a bassa voce. E non al ritmo imperioso delle lancette di un orologio, ma nel tempo lungo e maestoso, della pazienza e del mistero. Vorrei dunque iniziare questa conversazione chiedendo a Luciano Manicardi che cosa lo abbia portato sotto al cielo di Bose.

LUCIANO MANICARDI: Non credo che qui si tratti di narrare il mio percorso biografico, quanto di riandare a quel che mi ha condotto a vivere la vita in un ambito, come spesso si usa dire, “ritirato dal mondo”. Una definizione ambigua, a mio parere, perché il mondo è in noi e ce lo portiamo dentro ovunque andiamo, ma è pur vero che c’è una marginalità che consente di vivere il tempo in un modo diverso: un tempo che conosce l’esperienza dello stupore. Intendo, con ciò, la capacità di attardarsi, di fermarsi, di lasciarsi illuminare da un paesaggio, da un albero, da un fiore. Di contemplare, dunque, e di giungere, a un certo punto, a cogliere tanto la natura quanto il volto dell’altro come un tempio, come un roveto ardente: luogo della presenza di Dio.
Ma soprattutto, rileggendo a ritroso il mio percorso, penso a questa attitudine alla contemplazione come alla facoltà di vivere una prossimità nella distanza. Riuscire, cioè, a essere accanto alle persone con cui vivo e al luogo in cui vivo – quello che io abito è collinare, immerso in una bellissima natura boscosa e situato a poche centinaia di metri da una splendida chiesa romanica del 1100 – custodendo tuttavia una distanza rispettosa dei tempi, delle forme, delle esistenze. Mi verrebbe da dire, echeggiando le parole di qualcuno più importante di me, che ho scoperto di essere un vivente che vuole vivere in mezzo ad altri viventi. Al di là di motivazioni personali più specifiche, direi che l’esperienza che ho vissuto, e che tuttora sto vivendo, mi ha condotto a questo: un rapporto con il tempo e con la realtà che si nutre di stupore e contemplazione.

ARMANDO BUONAIUTO: Giovanni Lindo Ferretti, il priore di Bose ha usato il verbo “attardarsi”. Prima di arrivare sotto al cielo del Cerreto – o meglio, di arrivarci di nuovo – tu ti sei lungamente attardato.

GIOVANNI LINDO FERRETTI: Nel mio caso è stato semplice: io sono tornato a casa. Non ho fatto nessuna scelta, ma ho accettato le scelte che altri avevano fatto per me. E ne sono particolarmente felice, ringrazio Dio ogni giorno. Secondo gli standard del mondo contemporaneo, e anche secondo i miei pensieri, ho avuto una vita molto gratificante. Penso con onestà che, se mi si permettesse di vivere una seconda vita, rifarei tutte le cose che ho fatto in questa. Però, quando i Cccp hanno cominciato a veder crescere il loro pubblico, ad alzare i palchi, ad avere servizi d’ordine e tanta gente che girava intorno, per due o tre volte mi è accaduto di ritrovarmi a canticchiare, senza rendermene conto, una canzone della mia infanzia che diceva: «Quanta tristezza, quanta malinconia, voglio tornar per sempre a casa mia». E mi veniva da ridere. Perché qualcosa dentro di me pensava l’esatto contrario di quel che tutti pensavano, e che io stesso pensavo. Allora ho cominciato a domandarmi se non fosse tempo di tornare a casa. Non sarebbe stato semplice, ma in qualche modo è stato questo pensiero ad accompagnarmi attraverso la fine della storia dei Cccp e poi attraverso un’altra storia, quella dei Csi.
In realtà, cercavo di mettere da parte abbastanza da potermi poi permettere di tornare a casa, in una dimensione in cui l’unica cosa che manca è proprio l’economia. Tornare a vivere lì significava avere i soldi necessari a rendere quella casa nuovamente abitabile. Ma significava anche altro. Rifare i conti con la Chiesa, ad esempio. E poi, per vivere in montagna ci vogliono un po’ di animali, che sono parte della quotidianità. E c’è la terra, che devi sforzarti di seminare anche se hai il “pollice nero”. Tornare voleva dire tutte queste cose, ed è stato un lungo processo quello del ritorno.


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Giovanni Lindo Ferretti e Luciano Manicardi

 
In fuga dal mondo per poterlo rammendare
autore: Giovanni Lindo Ferretti, Luciano Manicardi
formato: Articolo
La città oggi è il centro della vita per milioni di persone, eppure molti si allontanano dal suo ritmo concitato per coltivare interiorità e silenzio. Ma cosa vuol dire ritirarsi dal mondo? Non certo disinteressarsene, ma custodirne le gemme più piccole, per farle fiorire.
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