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La politica nelle serie tv: un «potere seriale»?

28.01.2021

«Non c’è nulla di più potente di una buona storia», dice Tyrion Lannister subito dopo lo scontro finale di Game of Thrones. E accade sempre più spesso che le serie tv tocchino la questione del potere. Un’analisi da House of Cards a The West Wing e Borgen.

di Luca G. Castellin

Di fronte ai pochi rappresentanti superstiti delle principali casate di Westeros, radunati nella Fossa del Drago di Approdo del Re, per discutere le sorti dei Sette Regni dopo lo scontro finale andato in scena proprio nella capitale del Continente Occidentale, il sempre arguto Tyrion Lannister si domanda: «Cosa unisce le persone? Armate? Oro? Vessilli?». «No», osserva il “folletto” nel suo breve monologo, «le storie». E prosegue: «Non c’è niente di più potente di una buona storia», proprio perché «niente può fermarla», «nessun nemico può distruggerla». Quella raccontata da Game of Thrones – la serie televisiva Hbo ispirata alle Cronache del ghiaccio e del fuoco di George R.R. Martin – è certamente stata una buona storia, al di là delle immancabili critiche rivolte ad alcune scelte narrative dei suoi due ideatori David Benioff e Daniel B. Weiss. Una storia capace non solo di tenere incollati di fronte a differenti device (tv, tablet, smartphone) milioni di spettatori in tutto il mondo per ben otto stagioni, ma anche di raccogliere un numero di riconoscimenti, fra nomination ricevute e premi vinti, davvero incredibile. In altri termini, una storia di potere che evidenzia – e, al tempo stesso, celebra – il potere di una storia.

Per molti versi, ancor prima che le serie tv conquistassero l’attenzione del pubblico e della critica, la politica ha sempre costituito il cuore, non un semplice elemento di fondo o una chiave di lettura (più o meno) implicita, di una non piccola parte della letteratura e del cinema. Ma ciò che – oggi, almeno – più colpisce sono soprattutto tre elementi: la quasi completa sostituzione delle pagine dei romanzi e delle sale cinematografiche con lo schermo di una tv, di un pc o di un tablet; l’enorme pervasività che questi prodotti seriali mostrano nel dibattito culturale; e la grande capacità mimetica delle serie tv proprio rispetto alla letteratura e al cinema (con sempre maggiore frequenza, infatti, vengono prodotti adattamenti seriali di libri o film, il cui tema principale è la politica e il potere).
The West Wing, House of Cards, Scandal, Homeland, Occupied, Borgen, The Good Wife, Veep, Spin City, Secret State, The Politician, 1992- 1993-1994 (ovviamente, da un’idea di Stefano Accorsi), oltre che la già citata Game of Thrones, ma se ne potrebbero aggiungere molte altre, sono tutte serie tv che raccontano il potere – in maniera più o meno verosimile – da differenti prospettive e in contesti diversi. E, al di là del loro maggiore o minore successo, sono entrate in pianta stabile nella cultura popolare nazionale e internazionale. Tanto è vero che alcuni protagonisti di queste serie tv sono diventati addirittura dei veri e propri stereotipi della politica. Stereotipi che hanno contribuito a veicolare specifiche e contrastanti visioni della politica.

Le storie di potere, il potere delle storie

Senza alcuna pretesa di esaurire l’argomento, si può tentare di proporre un paio di sintetiche suggestioni che chiamano in causa tanto le grandi “regolarità” della politica quanto le odierne dinamiche del sistema globale. In The West Wing, per esempio, il presidente Josiah “Jed” Bartlet e il suo staff non solo hanno contribuito a mostrare in profondità alcuni aspetti del processo politico americano, giungendo persino ad avere – seppur nella finzione scenica – dei punti di contatto con l’attualità politica, ma hanno anche e soprattutto offerto una visione essenzialmente positiva della res publica, opponendosi ad alcuni cliché dell’antipolitica o del populismo. L’altro volto del potere – quello, per dirla con Gerhard Ritter, «demoniaco» – è invece incarnato da Frank e Claire Underwood di House of Cards, che con cinismo e ferocia lottano in maniera violenta e immorale (ben più che amorale, come insegna la tradizione realista) per acquisire, mantenere e accrescere la propria influenza e il proprio dominio. Nell’adattamento americano dell’omonima serie britannica e del romanzo di Michael Dobbs, che in alcuni momenti sembra una tragedia shakespeariana, la politica viene presentata in una visione esclusivamente negativa.

Ma una concezione della politica piena di intrighi, sesso e violenza è altresì al centro di Game of Thrones. Le dinamiche della lotta per il potere, nella rappresentazione iconica offerta dal Trono di ferro forgiato da Aegon il Conquistatore con le spade dei suoi rivali, sferzano il Continente Occidentale. Una società, quest’ultima, concepita come luogo del conflitto, nella quale, pertanto, non c’è (quasi) alcuna possibilità di cooperare in vista del bene comune, e il più forte – come direbbe Tucidide, sulla scia di Callicle e Trasimaco – è destinato necessariamente a governare sul più debole. I protagonisti di Game of Thrones evidenziano infatti una antropologia negativa, secondo la quale – esattamente come osserva Thomas Hobbes nel capitolo XIII del Leviatano – sono tre i motivi fondamentali che guidano ogni azione umana: ossia la «competizione», la «diffidenza» e la «gloria». Il realismo politico, d’altronde, domina la scena della serie di Benioff e Weiss. La figura di Tywin Lannister sembra uscita da Il Principe di Niccolò Machiavelli. Il Lord di Castel Granito, infatti, preferisce essere temuto piuttosto che essere amato. Cersei Lannister, sulla scia degli insegnamenti del padre, esercita il potere in maniera cinica e spietata sia nei confronti dei sudditi, sia nei confronti dei nemici (che lascia soli a combattere contro la minaccia degli estranei guidati dal Re della Notte).
Persino la rivoluzione si fa spazio nelle serie tv. Daenerys Targaryen, per molti versi, rappresenta un leader rivoluzionario, che lotta per abbattere il sistema di sfruttamento a favore dei diseredati (a Mereen o contro i Khal), ma che finisce per assumere nel discorso ai Dothraki e agli immacolati, sullo sfondo di una città ridotta ormai in cenere, i tratti del dittatore totalitario.

La lotta di classe, invece, è al centro di Snowpiercer, adattamento seriale del fumetto di Jacques Lob e Jean-Marc Rochette, oltre che del film del regista coreano Bong Joon-ho (recente Premio Oscar per Parasite). In un mondo post-apocalittico, completamente ghiacciato a causa del cambiamento climatico prodotto dall’uomo, i pochi superstiti viaggiano – rigidamente suddivisi in classi – all’interno di un treno, nel quale ben presto il risentimento sociale contro le disuguaglianze e i privilegi si trasforma in violenza rivoluzionaria.
È l’odio razziale – in forma quasi “profetica”, se soltanto si pensa alla morte di George Floyd e al riapparire del movimento Black Lives Matter – a scandire le vicende di Watchmen, originale miniserie creata da Damon Lindelof che costituisce un sequel dell’omonimo racconto a fumetti di Alan Moore e Dave Gibbons. In un presente distopico, gli Stati Uniti sono segnati da profonde tensioni razziali. Nella zona di Tulsa, gli afroamericani, e gli agenti di polizia (costretti a operare a volto coperto per paura delle rappresaglie), sono vittime delle violenze del Settimo Cavalleria, un gruppo di sostenitori della supremazia bianca e delle teorie del complotto.

Le differenti varianti del genere distopico, d’altronde, sembrano davvero perfette per fare i conti con il potere, per denunciarne gli abusi e le perversioni. In The Man in the High Castle, basata sul romanzo ucronico di Philip K. Dick, la protagonista Juliana Crain lotta contro il regime totalitario instaurato in America dalle potenze dell’Asse vincitrici della Seconda guerra mondiale. Brave New World, ispirata all’omonima opera di Aldous Huxley, denuncia invece le insidie di una società edonistica e consumistica che vuole fare a meno della storia e del fattore umano.

Luca G. Castellin

Luca G. Castellin è Professore associato di Storia delle dottrine politiche. Insegna presso la Facoltà di Scienze politiche e sociali dell’Università Cattolica del Sacro Cuore. I suoi principali interessi di ricerca comprendono lo studio della storia del pensiero politico internazionale in età moderna e contemporanea e l’analisi teorica dei differenti modelli interpretativi della politica internazionale. Tra i suoi lavori: Ascesa e declino delle civiltà. La teoria delle macro-trasformazioni politiche di Arnold J. Toynbee (Vita e Pensiero, 2010); Il realista delle distanze. Reinhold Niebuhr e la politica internazionale (Rubbettino, 2014); Società e anarchia. La “English School” e il pensiero politico internazionale (Carocci, 2018).

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La politica nelle serie tv: un «potere seriale»?
autore: Luca G. Castellin
formato: Articolo
«Non c’è nulla di più potente di una buona storia», dice Tyrion Lannister subito dopo lo scontro finale di Game of Thrones. E accade sempre più spesso che le serie tv tocchino la questione del potere. Un’analisi da House of Cards a The West Wing e Borgen.
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