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Ombre lombardo venete su Milano-Cortina 2026

03.01.2020

Dopo l’assegnazione delle Olimpiadi invernali, quali sono le radici comuni delle due regioni? Forse l’eredità dell’esperienza asburgica? Un’analisi che spazia dalla società alla religione fino all’economia. Il vero collante è l’etica del lavoro e del profitto.

di Paolo Malaguti


Dunque non è più un sogno, le Olimpiadi invernali del 2026 saranno in Italia. O no? Se sul piano geografico il sì è scontato, su quello politico il modo in cui siamo arrivati alla conferma della candidatura Milano-Cortina legittima il ni per due ragioni: la freddezza con cui l’ex governo, soprattutto nelle sue componenti pentastellate, ha accolto la candidatura, precisando a più riprese che, se Olimpiadi saranno, dovranno essere a costo zero per Roma; e il passaggio dalla formula triangolare, che includeva Torino, all’asse bipolare, che nella sua inevitabile coda di polemiche pare aver rafforzato la comunione d’intenti e le affinità di visioni lombardo-venete. Se poi non fosse in corso il maquillage attraverso il quale la Lega sta transitando da partito del Nord e anticentralista a partito nazionale, nazionalista e sovranista, avremmo potuto attenderci molti più affondi di quelli comunque mossi, in particolare dai governatori Zaia e Fontana, e tesi ad arrivare, partendo dal versante sportivo, al tema caldo (al punto da essere indicato come uno dei principali inneschi della crisi di governo) dell’autonomia delle regioni del Nord.

Insomma, in barba allo spirito olimpico pare che ci siano tutti i presupposti per rendere Milano-Cortina 2026 un appuntamento potenzialmente divisivo nel nostro Paese. La legittimazione storica di questo fronte lombardo-veneto, almeno a un livello superficiale, parrebbe esserci: le Olimpiadi dell’assenza romana, le Olimpiadi dalle quali la Torino sabauda si è sfilata, interessano due regioni che, sotto gli Asburgo, hanno conosciuto una non breve esperienza amministrativa condivisa, anche se, a onor del vero, bisogna ricordare come l’Ampezzo, dalla sconfitta veneziana contro la Lega di Cambrai del 1511 e fino alla Grande Guerra, fece parte dell’Impero. E il quadro è ancora più completo se pensiamo a come, in effetti, oltre a Milano e Cortina anche le province autonome di Trento e Bolzano partecipino all’evento.

Lascio i ragionamenti sul qui e ora, per tentare piuttosto un breve percorso storico: esiste oggi una qualche specificità lombardo-veneta? Esiste traccia, anche solo simbolica o residuale, che legittimi i ponti lanciati tra Veneto e Lombardia, e li renda in qualche modo preferenziali a legami con altre regioni? Non includo nel ragionamento il Trentino-Alto Adige, sebbene sia pure lui, come detto, coinvolto nell’evento olimpico, perché il suo ingresso nel Regno d’Italia avviene in tempi e soprattutto in modi sostanzialmente differenti rispetto alle altre due regioni, e parlare di Grande Guerra rischierebbe di portarci fuori dal tema.

Il Lombardo-Veneto venne istituito nel 1815, all’indomani del Congresso di Vienna, e non ebbe vita lunghissima: la Lombardia (eccetto Mantova) verrà ceduta dall’Austria alla Francia, e da questa al Regno di Sardegna, nel 1859; il Veneto passerà al Regno d’Italia nel 1866, dopo quella terza guerra di indipendenza famosa per aver fruttato all’Italia il Veneto nonostante le sconfitte di Custoza e Lissa. In sostanza per la Lombardia parliamo di 44 anni, che vanno però visti alla luce del dominio austriaco prenapoleonico, durato quasi tutto il Settecento; per il Veneto di 51 anni, anche se per quest’ultimo va ricordato che la Repubblica di Venezia venne divisa da un punto di vista amministrativo, e lo Stato da Mar (Istria, Dalmazia eccetera) passò direttamente nell’Impero, e lì rimase ben oltre il 1866.

Per il nostro ragionamento è utile riflettere già sul nome che il governo austriaco diede a questo regno: il doppio nome – LombardoVeneto – certifica una diversità ben nota e percepita tra le due popolazioni: da un lato gli eredi del Ducato di Milano, nonché figli dell’esperienza asburgica in età teresiana e giuseppina; dall’altro quelli della Repubblica Veneta. Forme amministrative diverse, diversi i codici linguistici: sebbene per tutta la durata dell’esperienza asburgica la lingua ufficiale nell’istruzione e nella burocrazia sia stata l’italiano (anche se tutti i viceré e i governatori furono austro-tedeschi), la grande parte della popolazione urbana e la quasi totalità di quella rurale parlavano nei rispettivi vernacoli, radicalmente differenti tra di loro. È altresì condiviso che, per ragioni politiche di nuovo frammiste a cause di natura linguistica, l’integrazione delle classi dirigenti lombardo-venete (nobili, alta borghesia e corpo burocratico) con quella austriaca fu lenta e discontinua: se infatti bastava l’italiano per ricoprire cariche all’interno del Regno (e questo obbligava al bilinguismo i burocrati austriaci impegnati a fare carriera nelle province dell’Impero), il tedesco era richiesto per occupare cariche di vertice e di rapporto con la capitale. Questo contribuì a frenare l’ascesa di molti rampolli della buona società milanese o veneziana, aiutando a costruire l’immagine, forse non così falsa, di un’alta società lombardo-veneta intenta più alle arti o alla gestione dei propri fondi che alla carriera politica.

Limitandoci a questo livello di ragionamento potremmo dunque dire che le ombre lombardo-venete, oggi, sono troppo aleatorie, e che, se esistono radici condivise, queste vanno cercate in altre epoche. Ma forse c’è dell’altro: proprio quella “dolce anestesia” delle classi dirigenti, più o meno acquiescenti all’aquila bicipite, potrebbe avere offerto spazio di manovra, soprattutto nella campagna lombardo-veneta, che costituiva peraltro il cuore demografico e il motore economico di una macroregione a vocazione agricola (su una popolazione di circa 5 milioni di persone a metà Ottocento, erano meno di un milione i residenti nei centri urbani: Milano supera appena i 180 mila abitanti nel 1859, Venezia non arriva ai 120 mila), a un’altra protagonista che, forse, ha lasciato segni più profondi, ossia la Chiesa.

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Paolo Malaguti

 
Ombre lombardo venete su Milano-Cortina 2026
autore: Paolo Malaguti
formato: Articolo
Dopo l’assegnazione delle Olimpiadi invernali, quali sono le radici comuni delle due regioni? Forse l’eredità dell’esperienza asburgica? Un’analisi che spazia dalla società alla religione fino all’economia. Il vero collante è l’etica del lavoro e del profitto.
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