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Verità, gloria e gioia nell’ultimo Severino

26.05.2020

Alla perenne ricerca della verità e delle sue aporie, il filosofo morto a gennaio non ha dato vita a un sistema chiuso, giungendo di recente a conclusioni vicine alla teologia.
Senza irenismi o facili concordismi, forse va ripensata la condanna della Chiesa.

di Michele Lenoci

Nello scorso mese di gennaio, al momento della sua scomparsa, Emanuele Severino è stato ampiamente ricordato come uno dei filosofi più originali del secolo scorso: sono stati sottolineati, a più riprese, la sua logica rigorosa e inconfutabile; la sua oratoria, che con voce pacata e bene impostata affascinava l’uditorio, fossero gli studenti nelle aule universitarie, i partecipanti a congressi o gli ascoltatori delle sue conferenze, reggendo il periodo in maniera inimitabile, senza mai consultare un appunto scritto; la signorilità del suo tratto, sempre disposto al dialogo e alla discussione, in cui sapeva valorizzare le obiezioni avanzate anche quando duramente le criticava. Inoltre, si è fatto riferimento alla sua vasta produzione, articolata su un registro prettamente teoretico e fondativo e su un livello di alta divulgazione, nel quale, senza mai distrarsi dall’obiettivo centrale, sempre presente, chiariva le premesse e il contesto storico del suo discorso oppure affrontava questioni politiche, economiche, scientifiche o sociali, per approfondirne il senso ultimo e la struttura di fondo, e prevederne possibili sviluppi. In questa sede ci si vorrebbe soffermare su un aspetto prevalentemente metodologico della sua opera, capace peraltro, – poiché il metodo non è mai disgiunto dal contenuto, specie in un pensatore sistematico come Severino – di gettare luce e far comprendere meglio la sostanza della sua proposta, pur rimanendone rettamente distinto.

Un primo carattere è dato dal suo costante e puntuale riferimento ai classici, in particolare greci, ma pure medievali e moderni, letti e citati sempre nel testo originale (solo recentemente si era adattato alla traslitterazione del greco e alla sua traduzione): Parmenide, Platone, Aristotele, Fridegiso di Tours, Tommaso d’Aquino, Kant, Fichte, Hegel, Marx, Bergson, Schlick, Carnap, Nietzsche, Heidegger, Gentile e perfino Leopardi, solo per menzionarne alcuni. In questo contesto sono magistrali le introduzioni e i commenti predisposti per alcuni testi antologici di Aristotele e Schlick pubblicati presso l’Editrice La Scuola di Brescia, nei quali la chiarezza si coniuga con la profondità dell’analisi, mirante a far cogliere l’intento profondo dell’autore, il suo percorso logico, le difficoltà e le incongruenze incontrate e le indicazioni per una possibile via di uscita. Il vigore teoretico in Severino non si sviluppa mai a prescindere da un confronto puntuale e scrupoloso con i testi dei filosofi, spesso sviscerati anche dal punto di vista linguistico e glottologico: e per questo profitta, come egli stesso ha confessato, della competenza e dei suggerimenti della moglie, l’amata Esterina.

In tale approccio – è la seconda traccia metodologica – Severino sfrutta con grande versatilità l’analisi di struttura con cui il suo mai dimenticato Maestro, Gustavo Bontadini, leggeva e interrogava i classici esaminati. Studiando un testo, questi si proponeva quasi di scomporlo, per ricostruirne l’interno procedere, esplicitarne i fondamenti, magari rimasti impliciti o addirittura ignorati, metterne in luce le ambiguità o le contraddizioni che impedivano di pervenire agli esiti che l’autore indagato voleva conseguire. Dei filosofi esaminati Severino non si sofferma tanto sulla vicenda storico-genetica dei loro scritti, ma piuttosto sulla struttura logica della loro proposta, anche allo scopo di esaminarne la storia degli effetti. Si tratta di un’indagine teoretica che interroga i testi, considerandoli certamente come un contributo storicamente situato e tale da dover essere storicamente interpretato, ma anche come una proposta che non è un morto reperto del passato da sottoporre solo a indagini filologiche, ma è un contenuto vivo e potenzialmente valido per il presente, che deve essere attualmente valutato per appurarne il grado di verità. Per questo motivo di fronte a una qualunque tesi sorge ricorrente la domanda se e in che modo essa sia fondata, cioè se non implichi contraddizioni o, ulteriormente, se sia tale che il negarla implicherebbe contraddizione. In questo caso essa sarebbe necessaria e incontrovertibile, appartenendo all’organismo della verità, che viene così a essere equivalente a necessità e incontrovertibilità. Quanto poi non sia necessario o contraddittorio, è soltanto possibile oppure è possibile che sia possibile.

Severino è un infaticabile cercatore della verità, nel senso che ritiene che il contenuto della sua opera sia il luogo in cui la verità, eternamente in sé sussistente, venga a parziale, ma sempre crescente manifestazione, non tanto per la bravura o l’originalità del filosofo, quanto per un intrinseco sviluppo della verità stessa. Per questo egli insiste su due punti: seguendo un’impostazione sottolineata da Hegel e Gentile, che però potrebbe risalire nel tempo sino al Medioevo e all’antichità greca, ritiene che nella filosofia non si realizza il pensiero del singolo filosofo, ma piuttosto la manifestazione della verità stessa si fa strada attraverso la riflessione di una particolare persona. Inoltre, l’insonne ricerca del fondamento, per saggiare la consistenza di una teoria, fa costante riferimento al principio di non contraddizione e alla necessità che una verità si potrà affermare come tale solo in quanto riuscirà a negare tutte le sue negazioni (o meglio, tutte le particolari individuazioni della universale sua negazione), che sempre risorgeranno finché l’organismo totale e completo della verità non sarà manifesto. Nel caso in cui una singola obiezione non venga confutata, essa da negazione apparente o solo presunta della verità funge da negazione effettiva, e non consente alla verità di affermarsi come tale. Il destino della verità è infatti una episteme, cioè un sapere che poggia su fondamenta solide, proprio perché resistenti a ogni possibile attacco. E destino ed episteme condivideranno, nelle ultime riflessioni di Severino, una comune radice etimologica.

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Michele Lenoci

 
Verità, gloria e gioia nell’ultimo Severino
autore: Michele Lenoci
formato: Articolo
Alla perenne ricerca della verità e delle sue aporie, il filosofo morto a gennaio non ha dato vita a un sistema chiuso, giungendo di recente a conclusioni vicine alla teologia. Senza irenismi o facili concordismi, forse va ripensata la condanna della Chiesa.
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