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Affare Pio XII: la storia non è un tribunale

L’Olocausto e la guerra dei documenti
di Gian Maria Vian

Con l’ultima lunga polemica su Pio XII e la Shoah la storia è tornata clamorosamente sui giornali. Con toni accusatori e qualche semplificazione, ma non solo. Di storia, è ovvio, si può parlare anche sui giornali, purché ci si basi con rigore sulle fonti e purché queste siano contestualizzate, senza anacronismi e senza pregiudizi. Innescata dalla pubblicazione di un documento – rivelatasi presto inesatta e incompleta, e per di più aggravata da un’interpretazione basata su schemi precostituiti – la polemica si è però trasformata in un ampio dibattito. Polemica e dibattito che vanno distinti: se infatti la prima non sempre ha rispettato la verità storica (con ripercussioni non felici per l’immagine della Chiesa nel grande pubblico), il secondo ha invece consentito di approfondire un tema come la Shoah e di porre altre importanti questioni. Insomma, un vero caso giornalistico ma anche storiografico.

Tutto è cominciato il 28 dicembre, con l’anticipazione di un testo da parte dello storico Alberto Melloni, nel presentare sul «Corriere della Sera» il primo volume delle agende di Angelo Giuseppe Roncalli, il futuro Giovanni XXIII, nunzio di Pio XII a Parigi (1945-1953). Il documento in questione affronta la questione dei bimbi ebrei salvati dalla Shoah a opera di famiglie o istituzioni cattoliche, e in diversi casi – contro le disposizioni canoniche – battezzati, nel contesto della persecuzione nazista. Dopo la guerra, come comportarsi di fronte alle richieste di consegna da parte di istituzioni ebraiche o di parenti? Secondo Melloni, nel 1946 il nunzio Roncalli avrebbe ricevuto il rabbino capo di Palestina, Isaak Herzog, al quale il diplomatico vaticano il 19 luglio dello stesso anno avrebbe scritto una lettera favorevole al ritorno dei bimbi all’“ambiente d’origine”, conservata nel fondo Kaplan del Centre de documentation juive contemporaine di Parigi e della quale viene citata solo una frase.

L’anticipazione di Melloni riguarda un documento, «datato 20 ottobre 1946» e «trasmesso dal Sant’Uffizio al nunzio apostolico Angelo Roncalli», presentato in una sua traduzione «dall’originale francese» che «si trova presso gli Archivi della Chiesa di Francia»: secondo lo storico, al futuro Giovanni XXIII «si trasmettono ordini agghiaccianti: non deve dare risposte scritte alle autorità ebraiche e precisare che “la Chiesa” valuterà caso per caso; i bambini battezzati possono essere “dati” solo a istituzioni che ne garantiscano l’educazione cristiana; i bambini che “non hanno più i genitori” (proprio così!) non vanno restituiti e i genitori eventualmente sopravvissuti potranno riaverli solo nel caso che non siano stati battezzati». La conclusione dell’articolo contrappone Pio XII e Giovanni XXIII sul ripudio dell’antisemitismo richiesto ai due pontefici da Jules Isaac, dapprima nel 1955 e quindi nel 1960: da una parte «un abisso fisico fra due umanità», dall’altra l’accoglienza.

Subito si accende il dibattito, e subito emergono anche consistenti dubbi sul documento anticipato, così come prese di distanza sull’interpretazione fornitane da Melloni e sull’andamento della polemica, che finisce per mettere indiscriminatamente Pio XII e la sua Chiesa (compreso il nunzio Roncalli) sul banco degli accusati. Dubbi e prese di distanza che esprimono, tra gli altri, su «Avvenire», Pierre Blet, Peter Gumpel, Marco Roncalli, Andrea Riccardi, Giovanni Sale, Pietro De Marco e l’arcivescovo Loris Francesco Capovilla, già segretario particolare del patriarca Roncalli e di Giovanni XXIII. Ma sconcerto manifesta, in un’intervista ad «Avvenire», anche Étienne Fouilloux, lo storico francese che ha studiato ed edito le agende del nunzio a Parigi in due volumi (nel secondo sarà compreso il documento anticipato da Melloni), mentre preferisce non entrare nella polemica l’anonima scopritrice – presso il Centre National des Archives de l’Église de France – del documento, che con ogni probabilità è però Madeleine Comte, autrice nel 2001 di un volume sui battesimi al tempo della Shoah (Sauvetages et baptêmes) con prefa zione proprio di Fouilloux. Ma sono soprattutto le ricerche e gli articoli di Matteo Luigi Napolitano e Andrea Tornielli, pubblicati su «il Giornale», a risolvere la polemica sul documento. Risulta infatti che il testo da cui ha preso avvio il dibattito è stato anticipato in modo inesatto e incompleto. E per di più interpretato nel quadro di una contrapposizione esasperata – e soprattutto non autorizzata dalle fonti – sulla questione della Shoah, tra Pio XII e il suo nunzio.

Melloni replica il 9 gennaio, sempre sul «Corriere della Sera», ma in modo evasivo, in quanto nel suo lungo articolo riconosce di fatto, senza però alcuna ammissione esplicita, una serie di errori e omissioni. Senza tenere conto della responsabilità di trattare, per un pubblico non specialista, temi così complessi dal punto di vista storico e controversi. Melloni infatti sorvola sulle proprie manchevolezze e ribadisce invece la chiave della sua interpretazione semplificatoria, tipica di una storiografia militante: «Non mi sono dilungato in note filologiche, per sottolineare un solo elemento: e cioè che nella Chiesa, durante e dopo la Shoah, convivono gesti commoventi di cristiana umanità e gesti di gelida burocrazia teologica». Definendo sprezzantemente le puntuali e inoppugnabili rettifiche alla sua anticipazione come “articoli degni del Museo degli Sforzi Inutili”. Che però egli stesso inutili non deve avere considerato, se nella replica corregge – senza dirlo – il suo primo articolo in punti decisivi per la sua ricostruzione: il documento così non è più del 20 ottobre ma del 23 (e la data non è indifferente a causa dell’assenza di Roncalli da Parigi sino al 22) e non proviene dal Sant’Uffizio, ma con ogni probabilità dalla stessa nunziatura a Parigi; e persino la lettera del 19 luglio non è più di Roncalli ma del “rabbinato di Francia”. È, insomma, minata seriamente la ricostruzione manichea che contrappone Pio XII – insieme al Sant’Uffizio e alle gerarchie romane (in questo caso uno dei maggiori responsabili della Segreteria di Stato, Domenico Tardini), tutti dipinti a tinte fosche – a un nunzio Roncalli che già preannuncerebbe i tratti che assumerà, nell’opinione pubblica e nell’immaginario collettivo, una volta divenuto “papa buono”.

Napolitano e Tornielli, su «il Giornale» dell’11 gennaio, pubblicano il documento in forma completa e ne illuminano la reale portata, come poi riassume minuziosamente lo stesso Napolitano su «Avvenire» del 18 gennaio. Il testo anticipato da Melloni, elaborato a Parigi sulla base di istruzioni romane, risulta così concepito per dare linee generali di comportamento alla gerarchia francese sui bambini ebrei salvati da famiglie e istituzioni cattoliche e richiesti da organismi ebraici – «Altra cosa sarebbe se i bambini fossero richiesti dai parenti», recita il dispaccio accompagnatorio di Tardini sfuggito a Melloni – per trasferirli in Palestina al fine di costituire, in un contesto internazionale non favorevole, uno Stato ebraico. Ed emergono casi, testimonianze e approfondimenti che vanno restituendo una realtà molto articolata e che comunque certo non consentono di accreditare l’immagine di una Chiesa e di un papa intenzionati a rubare i bambini ebrei, magari dopo essere stati indifferenti, se non addirittura complici, della Shoah.

Alla polemica sul documento il «Corriere della Sera», di nuovo diretto da Paolo Mieli, fa seguire anche un dibattito che ospita voci diverse: interventi pacati e riflessivi – come quelli di Giovanni Miccoli, Anna Foa, Renato Moro – ma anche, il 4 gennaio, un’invettiva, tanto iperbolica quanto incendiaria, di Daniel Jonah Goldhagen, affiancata però da una replica netta di Lucetta Scaraffia. La svolta alla discussione viene, però, impressa il 7 gennaio da una rigorosa riflessione di Ernesto Galli della Loggia. Secondo lo storico ed editorialista – certo non sospetto di pregiudizi antiebraici –, le accuse di antisemitismo rivolte a Pio XII e alla sua Chiesa non hanno fondatezza storica. Sulla base di criteri ineccepibili e di una non banale riflessione preliminare: «Non solo per l’ovvia ragione che il metro di giudizio cambia moltissimo con il tempo, [...] ma anche perché il passato stesso e la sua immagine sono a loro volta una costruzione storica, qualcosa che non si costituisce immediatamente una volta per tutte ma si forma e si trasforma con il tempo». E anche la “concettualizzazione” della Shoah e dell’antisemitismo è maturata ed è stata costruita nel quindicennio successivo, tanto che negli anni sessanta è cambiata anche la loro percezione. Insomma, non «si può giudicare moralmente e storicamente il passato, anche il più prossimo, con il metro che adottiamo per giudicare il presente». Compresi Pio XII, Angelo Giuseppe Roncalli e i cattolici del loro tempo, insieme ovviamente ad alcuni insospettabili personalità loro contemporanee che per una ragione o per l’altra potrebbero oggi essere considerate anti-semite. La riflessione di Galli della Loggia – criticata da due prestigiosi intellettuali che non a caso non sono storici (Claudio Magris e Giorgio Israel) – è poi sostenuta da interventi soprattutto di storici, ma anche di altri commentatori (Giovanni Belardelli, Roberto Pertici, Sergio Romano, Pierluigi Battista, Tommaso Padoa Schioppa).

Oltre la contestualizzazione della Shoah, il dibattito ha però l’effetto di porre sul tappeto altri importanti temi: l’apertura e l’uso degli archivi – che vengono affrontati il 14 gennaio in una lunga intervista su «Avvenire» da Sergio Pagano, prefetto dell’Archivio Segreto Vaticano – mentre restano accennati il nodo storiografico delle cause di canonizzazione dei papi, il fondamentale rapporto tra Chiesa cattolica ed ebraismo, il valore diverso dell’identità religiosa nelle tradizioni ebraica e cristiana, il problema del proselitismo. Se dunque la polemica sui documenti è risolta, il dibattito resta aperto.

No al mito degli archivi
di Silvio Lanaro

Nei miei trentacinque anni di attività di storico ho sempre provato molta irritazione per il mito dell’archivio, mito peraltro ancora diffusissimo presso la nostra categoria e chiaro segnale della forte influenza tardo-positivistica sulla cultura storiografica italiana. L’idea che non si possa dare storia senza archivi è propria del tardo-positivismo, se per archivi s’intende sempre e solo archivi pubblici o privati, con le carte ben ordinate e classificate. Uno storico dell’età contemporanea, invece, deve tener conto anche e soprattutto degli archivi “a cielo aperto”: ad esempio la musica, lo sport, il tessuto urbanistico sono elementi da non trascurare. È, questa, una concezione che fatica a entrare nella testa di chi è imbevuto di tardo-positivismo.

Occorre inoltre riconoscere che la stampa ha un bisogno intrinseco di “gridare”. Gli articoli di storia sui giornali non risultano interessanti se non c’è un minimo di appeal scandalistico, che però non è mai stato un incentivo alla serietà della ricerca. Ho la sensazione che ai giornalisti delle pagine culturali manchi una solida preparazione specialistica: l’informazione storica dei giornali, nei migliori dei casi, contiene sempre qualche additivo, si presenta un po’ drogata rispetto a un’equilibrata esposizione dei problemi; nei casi peggiori, porta poi a distorsioni o a falsificazioni, per quanto inconsapevoli.

C’è poi il problema della cautela nell’uso degli archivi che facilmente possono trasformarsi in “corpi contundenti”. Fu eclatante l’infortunio in cui, qualche anno fa, incorse Franco Andreucci, allorché pubblicò una presunta lettera ai sovietici di Palmiro Togliatti sul trattamento dei prigionieri italiani. Quel documento era stato pesantemente manipolato, e Andreucci dovette pagarne il prezzo. Per stare all’attualità è il caso di segnalare, a proposito di ubriacatura da archivio, i rischi connessi proprio alle ricorrenti aperture degli archivi dell’ex Unione sovietica, dove è custodito davvero di tutto. I leader politici avevano la tendenza a depositare negli archivi anche i bigliettini più insignificanti, per cautelarsi preventivamente contro possibili eliminazioni o epurazioni. In altre parole quelle note informali, addomesticate di lodi sperticate nei confronti di Stalin o di chi altri fosse al potere, rappresentavano un titolo di garanzia e di discolpa preventiva per un’eventuale incriminazione arbitraria. Ora che cosa si può fare di questi bigliettini? Semplicemente niente. Ciò dimostra che gli archivi sono sempre figli di un ordinamento politico. Come ha spiritosamente osservato qualcuno, «le monarchie assolute sono il paradiso degli storici» perché hanno archivi perfetti.

Anche nel caso della polemica innescata da Alberto Melloni, a proposito di Pio XII, ho l’impressione che ci sia un abuso degli archivi dal quale bisogna guardarsi, come da tutti gli abusi peraltro. Mi riferisco a un concetto di probità della storia perché, oltre all’abuso degli archivi, c’è pure l’abuso della memoria.

Per quel che riguarda lo studio dell’antisemitismo in Italia, conviene partire da alcune importanti considerazioni. Nel nostro Paese si è trattato di un fenomeno molto flebile, almeno fino alle leggi razziali del 1938. Gli ebrei che allora vivevano in Italia erano molto pochi – circa 50mila – e si sa che, in materia di antisemitismo, la questione del numero è sempre stata determinante. Basti pensare come nel saggio La France juive, del 1886, Edouard Drumont gonfiasse il numero di ebrei francesi per creare allarme e suscitare timore. Indubbiamente si può comunque parlare di un antisemitismo cattolico, sia all’interno della Chiesa (penso in particolare ai gesuiti e alla rivista «La civiltà cattolica») sia all’interno del laicato (ad esempio, la stampa intransigente di fine Ottocento). Oltretutto, non si sottolinea mai a sufficienza che l’antisemitismo moderno, quello che trova consacrazione nei Protocolli dei savi di Sion, nasce in Francia e non in Germania. I Protocolli, com’è noto, sono un falso fabbricato dall’Okhrana, la polizia segreta zarista, tra il 1895 e il 1900, sulla traccia di un pamphlet francese dell’età del secondo impero. Questa scorrettezza storica è il tipico esempio di un fenomeno di trasmissione a catena, per cui un luogo comune si trasmette di testo in testo, di libro in libro e, soprattutto, di giornale in giornale, senza mai verificarne la validità. In Germania è, invece, dopo le cosiddette “elezioni ebraiche” del 1912 (così definite per la sovrarappresentanza della componente ebraica nelle forze di sinistra) che l’antisemitismo tedesco comincia ad assumere caratteristiche analoghe a quelle dell’antisemitismo francese precedente. Il motivo per cui in sede di divulgazione storica si oscura l’antisemitismo francese, è legato alla tentazione di guardare le cose alla rovescia, perché in Francia il fascismo non si è affermato, e quindi l’antisemitismo non è diventato un’ideologia di Stato.

Tornando all’Italia, non si può negare che il fenomeno ci sia stato: esso era essenzialmente legato all’antigiudaismo cattolico ed è diventato un problema molto serio e molto grave quando, nel 1938, si compì l’infamia delle leggi razziali. Leggi che favorirono anche la corruzione pubblica e privata: molti ebrei fingevano di convertirsi, si facevano battezzare, pur di non essere discriminati. Su papa Pacelli mi rimetto totalmente al libro di Giovanni Miccoli, I silenzi e i dilemmi di Pio XII, che rappresenta, a mio giudizio, un modello di equilibrio, saggezza storiografica, intelligenza critica. Miccoli sostiene che l’atteggiamento molto prudente di Pio XII nei confronti della Shoah risentì di una mentalità pastorale, tipica del suo tempo, secondo cui il compito essenziale del Sommo Pontefice era quella di tutelare i fedeli della Chiesa. E in Germania, a quei tempi, c’erano milioni di cattolici che, fra le altre cose, non venivano trattati affatto calorosamente dal regime nazista.

Quanto a una comunità scientifica degli storici che valuti la qualità della ricerca, concordo con chi ne lamenta la mancanza. Anche se non si può fare a meno di notare, da un lato, la divisione tra antichisti, medievalisti, modernisti e contemporaneisti, che riflette le differenze autentiche e oggettive tra i vari storici, dall’altro, le trasformazioni subite dalle istituzioni accademiche universitarie che hanno portato a una moltiplicazione vertiginosa delle cattedre di storia contemporanea. Governare una comunità scientifica di queste dimensioni è pressoché impossibile. D’altra parte, si tratta di un processo a spirale: quanto più si inflaziona il settore disciplinare tanto meno si trova l’energia sufficiente per chiedere criteri di valutazione e di selezione seri. Così come i processi inflattivi sviliscono la moneta, ugualmente sviliscono la qualità degli studi e dell’insegnamento. A tutto ciò si aggiunge il fatto che nell’ambito della storia contemporanea le congregazioni ideologico-politiche sono molto più forti che in altre comunità scientifiche. Queste appartenenze, a dire il vero, hanno sempre imperato nei concorsi di storia contemporanea, tanto da sopravvivere persino alla dissoluzione dei partiti.

Del resto lo storico, a ben guardare, non vive solo di retrospezioni, ma anche di idee, convinzioni politiche, morali, filosofiche, religiose, di aspettative per il futuro. Se tentasse di nasconderlo, in sede di ricerca, compirebbe un’operazione disonesta. Chi sostiene la cosiddetta teoria dell’obiettività è pericolosamente ideologico. Esiste semplicemente, per un verso, una questione di consapevolezza e, per l’altro, di probità. Lo storico deve essere consapevole che si muove con gli strumenti che gli offrono la sua cultura, le sue predilezioni, i suoi interessi (non solo scientifici). Più ne è consapevole, più sarà capace di non procedere a deformazioni gravi.

Cari colleghi, più equilibrio non guasta
di Giorgio Rumi

Il problema degli archivi non è aprirli e basta; il problema è studiarli nella loro complessità, altrimenti si rischiano gli stessi errori che commetterebbe un architetto che voglia costruire il terzo piano di un edificio, ma non è in grado di realizzare il primo o il secondo. È un rischio ricorrente, che ho potuto sperimentare personalmente quando mi sono occupato della diplomazia vaticana nel pontificato di Benedetto XV, attraverso lo studio di alcune Nunziature particolarmente importanti nell’Europa del primo Novecento. Volendo ricostruire le relazioni tra Benedetto XV e l’Austria, cioè il cattolicissimo Carlo I, sono stato il primo a studiare e pubblicare la corrispondenza tra il Papa e l’Imperatore d’Austria. Spesso gli archivi non sono studiati quanto meritano e il rischio, rispetto soprattutto agli archivi “segreti” Vaticani, è che chi si accinge a consultarli non lo fa per ricostruire un determinato periodo storico, ma per cercarvi documenti “allettanti” e comunque utili a creare casi. Tutti coloro che hanno frequentato degli archivi sanno che, con un po’ di spregiudicatezza, si può dimostrare quello che si vuole.

Come provano numerose vicende storiografiche, c’è anzitutto un problema di attendibilità, nel senso che non tutto ciò che è nei documenti corrisponde alla realtà. L’esistenza di un documento, di un rapporto (ad esempio, negli archivi della Polizia), non corrisponde tout court alla verità dei fatti. E, dunque, si pone il problema storico dell’interpretazione e della valutazione critica. C’è allora una prima questione che occorre mettere a fuoco: ed è la necessità dell’interpretazione e, contemporaneamente, di una comunità scientifica rigorosa e critica che riconosca i risultati delle diverse ricerche storiche.

Purtroppo, in Italia, questa “comunità scientifica” resta solo un auspicio. Manca, tra l’altro, un clima di serenità che permetta di discutere anche le vicende più spinose, senza orpelli pregiudiziali. Paghiamo il prezzo di barricate ideologiche che hanno pesato sulla storiografia degli ultimi decenni; questo vale per vicende recenti, ma anche, e la mia esperienza lo conferma, per temi più lontani come il Risorgimento. In pratica viviamo in una felice (e talvolta utile) anarchia, dove non esiste la possibilità di una critica serrata ma serena. Anche l’istituto della recensione, che pure in passato aveva un suo peso rilevante, ha perso il suo valore di discernimento di un ventaglio di studi che vengono pubblicati. L’anarchia, per dirla tutta e con franchezza, offre spazi d’azione a chi ha voglia di emergere e, ancora prima, alla tentazione dello scoop.

Così la storia, nel migliore dei casi, finisce per diventare uno strumento della concorrenza giornalistica, altrimenti, il che è peggio, viene stravolta a fini narrativi, come succede spesso nelle fiction televisive che hanno milioni di spettatori. In sede Rai ho personalmente cercato di affiancare dei consulenti storici alle più recenti produzioni televisive, ma ciò non ha impedito ai registi e agli sceneggiatori di commettere errori piuttosto grossolani. Nella scuola del futuro questo problema sarà ancora più rilevante, perché i professori di storia, rispetto alle diverse epoche, potranno facilmente offrire agli studenti la visione di documentari e fiction se non manipolatori, certo discutibili. Lo studio della storia e il suo insegnamento imporranno allora la presenza di ricercatori e docenti equilibrati dal punto di vista scientifico, e capaci di valutare gli effetti degli strumenti a disposizione, quant’anche di impatto immediato come quelli televisivi.

Anche sulla carta stampata, che sta a metà strada tra il mezzo televisivo e un’inesistente comunità scientifica, il dibattito storico rischia di essere male interpretato. I giornali, infatti, anziché ridurre la vis polemica, tendono talora ad alimentarla, innescando sterili diatribe tra storici, direttori, editori e intellettuali. Oggi si dibatte su Pio XII e i suoi rapporti con nazismo e fascismo; domani, è facile prevederlo, potrebbe scoppiare il caso della guerra civile spagnola e del coinvolgimento di esponenti ecclesiastici. Il vero nodo non è l’apertura o meno degli archivi e neppure l’occultamento dei documenti (nascondere le informazioni non è mai servito a niente), ma sono, ed eventualmente saranno, gli storici che svolgono contemporaneamente, per dirla in termini giudiziari, la funzione di pubblica accusa e di collegio giudicante. Dal canto suo lo storico dovrebbe piuttosto assomigliare al buon medico, al quale è chiesto, come requisito minimo, l’onestà professionale e il disinteresse ideologico.

Purtroppo lo storico, non diversamente da chi lavora in altri ambiti, è soggetto a una particolare malattia professionale, come la silicosi per i cavatori. Si tratta del cosiddetto “peso del tempo”, che porta a vedere i fatti del passato attraverso la lente del presente. In verità è impossibile studiare le vicende storiche per cercare conferme alle idee oggi vincenti. Bisogna invece avere un rapporto “sano” con il tempo, partendo dal presupposto che si può ripercorrere il passato solo per cercare e giudicare i propri predecessori. Tanto meno questo atteggiamento va assunto quando si studia la Chiesa, toccando valori e realtà ultime: è del tutto fuori luogo, per esempio, voler leggere la Chiesa di papa Pacelli come se fosse la Chiesa del Concilio. Non c’è dubbio che può apparire molto più redditizio e dare maggiori gratificazioni un’interpretazione del passato che soddisfi le idee alla moda. Ma ciò non è altro che la manifestazione più esplicita, il sintomo più evidente, di quella malattia professionale che infetta l’attività dello storico. Del resto non mancano esempi di vicende storiche interpretate troppo “a posteriori”: la supposta piemontesizzazione dello Stato italiano è stata, ad esempio, una bufala ricorrente, smentita dagli stessi archivi, così come il brigantaggio che, a guardare sempre gli archivi, è costato più morti di tutte le guerre del Risorgimento, benché sia spesso liquidato come un fenomeno solo di sfondo nella costruzione dell’unità d’Italia.

Ora, la lettura dell’antisemitismo, per tornare all’attualità, subisce il peso del tempo che perseguita lo storico. Ci sono dei momenti in cui il dibattito sulla Shoah è più acceso, altri in cui scompare. E non escludo che un giorno gli arabi arrivino ad accusare gli occidentali di

antislamismo. La questione dell’antisemitismo va semplicemente storicizzata. Allora si scoprirà che gli ebrei erano trattati meglio proprio dallo Stato pontificio e dal Vaticano: per un ebreo, in generale, era meglio vivere nel ghetto di Roma che non nelle grandi città dell’Europa dell’Est (a Pietroburgo non poteva risiedere!).

Certo, nulla toglie che inizialmente lo studio dell’antisemitismo in Italia ha attraversato una fase di autocompiacimento: gli italiani non potevano essere paragonati ai tedeschi. Poi, in seguito, il fenomeno è stato messo a fuoco con maggior lucidità, e si è visto che un antisemitismo italiano esisteva, sia a livello ideologico sia a livello concreto. Anche in questo contesto vale la medesima regola: bisogna fare attenzione a non approfittare di un uso ideologico di questi studi: la storia non è uno strumento cui si ricorre per combattere i propri nemici. Ma il passato è un mondo che va compreso e trattato molto delicatamente. Per questo, personalmente, sono portato a criticare e denunciare ogni “mania tribunalizia”. Lo storico non né un giudice né un boia. Ciò che conta in questo mestiere è l’aspetto conoscitivo, non la capacità di emanare sentenze. Sono perciò assolutamente contrario all’atteggiamento di Goldhagen, che vorrebbe mettere in pratica nei confronti di Pacelli una sorta di nuova “Norimberga”. Ma se si tratta di imbastire un processo, allora andrebbe fatto come si conviene, ossia applicando le giuste garanzie, e fornire all’accusato (su cui non può gravare un pregiudizio di colpevolezza) la possibilità di difendersi. Si capisce allora che la “mania processuale” è un atteggiamento improprio e inadatto a uno storico, una distorsione che purtroppo vince e ha successo soprattutto nel linguaggio mediatico.

Se però scaviamo oltre la superficie delle ultime polemiche, è evidente che in questo momento sembra dominare una temperie culturale non favorevole ai cattolici. Di per sé il fenomeno religioso disturba perché si basa su una verità rivelata. Ne è una prova il dibattito che si è scatenato attorno alla questione del riconoscimento delle radici cristiane nella Costituzione europea. Sta rialzando la testa una specie di illuminismo di quart’ordine e un relativismo culturale, per cui la religione come tale infastidisce. Ci sono vari elementi che possono far pensare a una sorta di inquisizione anticristiana. Mi riferisco, soprattutto, alla diffidenza di una certa cultura nord-europea nei confronti dell’Europa meridionale: una diffidenza che riassume in sé il pregiudizio antiromano e l’insofferenza per la religione in generale.

Si parla tanto dell’atteggiamento di Pio XII, ad esempio, mentre non si dice nulla sul comportamento della Chiesa luterana rispetto al nazismo. Forse la Chiesa cattolica risulta più scomoda perché meglio organizzata, rispetto alle comunità protestanti, e perché custode di uno specifico patrimonio etico. E, comunque, in quest’epoca di relativismo culturale possedere una verità unica è fuori moda.

Per tutte queste ragioni occuparsi di storia è un mestiere quanto mai complesso. C’è il pericolo ricorrente di un uso mediatico della storia per attuare forme – più o meno velate – di terrorismo culturale. L’antidoto a tutto ciò è l’esistenza di storici equilibrati e, soprattutto, di una comunità scientifica in grado di arginare i possibili cedimenti alle ideologie e agli interessi del momento.

di Silvio Lanaro, Giorgio Rumi, Giovanni Maria Vian

 
Affare Pio XII: la storia non è un tribunale
autore: Silvio Lanaro, Giorgio Rumi, Giovanni Maria Vian
formato: Articolo
L’antisemitismo e la Shoah, la posizione della Chiesa e la riapertura degli archivi: dopo le polemiche giornalistiche ospitiamo tre interventi di storici. Onestà professionale e disinteresse ideologico sono i requisiti minimi di ogni studioso serio.
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