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Approcci a Ungaretti

di Francesco Casnati

La frase conclusiva del magnifico articolo di Mons. Olgiati su Henri Bremond e la poesia pura, pubblicato nell'ultimo fascicolo, mi serve d'introduzione per questa rassegna, e risparmia a me e al lettore la noia di un preambolo. «L'errore antintellettualistico» e la reazione ad esso, - reazione sia pure confusa e non formulata in dottrina, - costituiscono il vero fondo del dibattito, che non accenna a finire, tra contenutisti e puristi (o calligrafi, come li han chiamati).

Come fantoccio nel torneo, difeso dagli uni, assalito dagli altri, è stato posto nel mezzo il poeta Giuseppe Ungaretti. Si può dire che la battaglia, anche quando il suo nome non è messo in campo, si svolge intorno a lui. E una recente antologia, compilata da critici del campo purista, e accolta dagli avversari con parecchio disdegno, - lo presenta come il prodotto supremo di una selezione, che ha catalogato in una serra il fiore della poesia italiana.

E' poeta da petit comité, per niente popolare, noto solo ai letterati. Popolare nel senso corrente e largo del termine è difficile che un poeta sia. Fenomeni come quelli del cavalier Marino, di lord Byron, di père Hugo hanno la loro spiegazione in ragioni estranee alla poesia. V'è tuttavia una popolarità {ossia un grado di conoscenza) anche per i poeti, di cui son recenti esempi fra noi il Carducci e il D'Annunzio. Un qualsiasi borghese, anche piccolo, d'avanti la guerra s'inorgogliva di avere nel bagaglietto del proprio sapere, con le nozioni dell'illustrato domenicale e le conferenze delle varie università popolari, il Canto dell'Amore e La Pioggia nel pineto uditi a teatro, tra un atto e l'altro, dal comico che dava la serata d'onore con una commedia francese. Certe parti della poesia carducciana e dannunziana ebbero echi e rispondenze nelle folle borghesi (nel popolo lavoratore no, perché esso non si interessa più alla poesia, o si limita a quella degli organetti, da quando la civiltà del suffragio universale gli ha tolto le belle storie dei cantampanchi cavallereschi e cristiani) per gli umori politici che in certi istanti ne sollecitarono. Ma basta. Un Pascoli è già un ignoto sotto un certo livello di studi e di costumi; e d'altri poeti, un Gozzano, un Pàstonchi, un Palazzeschi, un Gaeta, una Negri, per dire dei più recenti e vicini, appena è se qualche volta se ne fa il nome fuori dei discorsi dei professionisti letterati, delle lezioni d'italiano nelle scuole medie e delle fiere di beneficenza.

Ungaretti, in confronto a loro, si può dire astrale. Certe zone più vecchie della nostra coltura lo ignorano. E' poeta da cenacoli, delibato in segreto, con uno speciale cifrario. Un certo chiasso intorno a lui lo si fa ora, - ma sempre nel limitato campo letterario, - per il dibattito di cui s'è detto, servendo egli ai contendenti da termine estremo, positivo e negativo. Sentimento del tempo, la sua ultima raccolta poetica, ha fornito nuovo tema alla contesa già un poco esausta. E' il libro che testimonia, secondo un critico autorizzato, della sua maturità. Da Allegria di naufraghi che lo rivelò, un decennio è passato, e la messe, tutt'insieme, è poca. Anche questo della quantità è uno dei segni della sua poesia quintessenziale. Sembra la poca ricchezza d'un avaro palpata e ripalpata, tanta· è l'insistenza su motivi e modi sempre ritornanti.

Hanno parlato di «primitività lirica». La stessa cosa si è detta per certe scuole recenti di pittura e architettura. Ma non si può fare del primitivismo, dell'ingenuità per proposito. E' malizia doppia. Si tratta invece di un fenomeno di estrema decadenza, sempre apparente nelle società stanche ed esaurite per troppa cerebralità, per sazietà o paura della vita e del suo mistero. Dal fragore dei poemi omerici al silenzio della pagina vergine di Mallarmé il processo di rarefazione si è sempre accentuato in momenti di crisi col prevalere del concetto sul sentimento. Dagli esercizi della poesia di corte sveva ai calligrammi di Apollinaire, dal bizantinismo al fumismo futurista, dal preziosismo alla demenza surrealista, dal petrarchismo al simbolismo di George e di Dehmel, la poesia, o forse solo la poeticità, ha cercato la propria giustificazione non nei valori umani del canto ma nell'accessorio sensibile di esso: nei valori fonici, nel brillante delle nell'audacia degli accostamenti, nei vocaboli, nelle pause, negli urti dei suoni, negli spazi bianchi, nella diversità dei caratteri tipografici. Poesia a caratteri disumani o d'un'umanità d'eccezione, preziosa e viziosa, anche eroica, qualchevolta, ma d'un eroismo che è negazione di carità, e quindi crudeltà esaltata, accusa nelle società e nei poeti che la producono uno stato di secchezza e di indigenza o di eccessiva raffinatezza. La gratuità è spinta all'estremo; la paura del compromesso isola l'espressione da ogni contatto affettivo ed emotivo; il suono sterile si compiace in sé stesso.
Se pensiamo a certi culmini della poesia dell'Ottocento (La Pentecoste, La sera del dì di festa, La servante au grand coeur, Meine Mutter hab' ich umge- bracht), troviamo dietro di essi un mondo di realtà concrete che la poesia esprime, non solo, ma la vita dei poeti, senza la conoscenza della quale non si capisce la loro opera. L'opera di un Baudelaire, di un Leopardi, di un D'Annunzio, perfino sarebbe in gran parte inintelligibile se non sapessimo chi furono e come vissero Baudelaire, Leopardi e D'Annunzio. Non si cerca oggi, per necessità, di ritrovare dietro il poeta che si riteneva il meno soggettivo, il cantore di Orlando, l'uomo Ariosto?

Si prenda invece una delle poesie quintessenziali e rarefatte dei vari riodi di decadenza e di cerebralismo. Ci potrebbe esser dietro una vita qualunque, quella di un cortigiano di Federico II o di un professore di scuole medie in colonia, che nulla muterebbe. Essa è spersonalizzata, anzi disumanata.

La lunga premessa serve anche per Giuseppe Ungaretti. Non sarebbe difficile rifare, - lungo la via spianata dall'estetica crociana, e partendo dagli ultimi decenni dell'Ottocento, - il processo che ha portato a questa poesia. Bisogna fare, come sempre, la dovuta parte all'imitazione straniera, e, nello specifico caso, a quella zona del decadentismo francese che va dal maestro Mallarmé al di-scepolo Valéry. Simbolismo come distacco dal concreto e negazione del reale, evasione nel sogno e nel segno, narcisismo, ermetismo. Ma nel poeta italiano e nei suoi predecessori e imitatori forse è da cercare anche un bisogno di reazione alla fastosità retorica della nostra poesia, tanto opprimente ancora in molta parte dell'opera carducciana e dannunziana; reazione così spinta che ha portato, - dopo una tradizione prosodica delle più compatte e chiuse, - alla dissoluzione degli stessi valori di costrutto sintattico.

Una reazione portata all'eccesso sbocca negli stessi errori a cui a voluto opporsi. E' avvenuto' quindi che alla retorica del passato fondata su regole stabili, se n'è sostituita una di gran lunga peggiore: quella dell'arbitrio personale. Non le sole regole sono sbandite, ma il senso normale delle cose è forzato, e i modi del discorso che le esprimono capo volti. Si dice: la sensibilità moderna è tanto sottile e vibratile che non ha più bisogno del discorso condotto secondo lo schema abituale di soggetto predicato e complemento. Stabilisce e coglie rapporti fra cose lontane, scatta per ellissi, si manifesta in attimi, lampi, notazioni, pause. Non si nega. Questo Agosto, pur reso con impressioni sensorie sincopate, è evidentissimo:

Avido lutto ronzante nei vivi,

Monotono altomare,

Ma senza solitudine,

Bronzo ronzante da prostrate messi,

Estate,


Spolpi le selci sino a ombra di fosse,

Risvegli ceneri nei colossei...

Quale Erebo t'urlo?

Basta; non occorre discorso più filato e connesso per rendere evidente quel peso di calura immobile e sterminata.

Anche questo Meriggio:

Le montagne si sono ridotte a deboli fumi e l'invadente deserto formicola d'impazienze e il sonno turba, e si turbano anche le statue.

E' più prezioso; ma il vibrare d’aria intorno alle cose nelle ore della canicola è presente a chi sono insomma in questi versi, come in altri che ogni lettore ritroverà, quei minimi, essenziali dati su cui punta l'intelligenza per ricostruire un senso logico. Dico intelligenza apposta. I versi evocano e suscitano impressioni che colpiscono i sensi: ma le impressioni agiscono in quanto i versi sono intelligibili. Questo non succede sempre.

Si veda sotto il titolo Lago luna alba notte:

Gracili arbusti, ciglia

Di celato bisbiglio...

Impallidito livore rovina…

Un uomo, solo, passa

Col suo sgomento muto...

C'è un larvato senso che esce da quelle impressioni pur informi di natura, da quell'accennato stato d'animo, e dalla loro simultanea presenza e quasi inter-penetrazione; ma la ricostruzione deve esse- re già fatta su clementi staccati, sconnessi, ridotti, come nel terzo verso, a una successione lineare di vocaboli in arcano e male inteso rapporto.

L'anima dissuade l'aspetto

Di gracili arbusti sul ciglio

D'insidiosi bisbigli.

E Aura comincia:

Udendo il cielo


Spada mattutina, e il monte

Salirgli in grembo,


Torno all'accordo.

La dissociazione è completa. Dirà la critica gargiuliana che l'evocazione è data dai valori fonici e dalle immagini; ma anche tentato per quella via il processo intellettivo non riesce a formulare un senso sia pure embrionale che stia ritto. Dimissioni dell'intelligenza, allora? Puro clamore verbale? La scarnificazione la rarefazione antiretorica, l'orrore di contatto e compromesso affettivo o moralistico, la pura gratuità possono condurre anche a questo: ma nel raccogliticcio lessicale che forma una strofe o un verso è disossata anche la forma espressiva a cui sembrano tolte, tanto poco si regge, vertebre e la sensibilità è sollecitata con reazioni elementari.
Eppure niente è più questa poesia. Sono esercizi pazienti e sapienti; di che sboccano in versi come i seguenti:

Ai pagliai toccano clamori.

Mi presero per mano nuvole.

lllanella erbe un rivolo

Dove si può anche immaginare (ma
la gravità con cui è messa avanti questa
stentata ricchezza pare escluderlo) un margine lasciato alla burla, a quella presa in giro e calcolata stupefazione del e «borghese» di cui furono maestri i romantici. Burla no, ma giuoco, esercizio, combinazione di tavolino a cervello teso e cuore assente, che rinnovano, sui modelli immutabili del concettismo, trovate come queste: un ultimo rossore passa sulla fronte dell'anno; la pianura d'acqua; batticuore dell'acqua torrida: cecità, frana delle notti: la carne dei giorni.
Per ridotta che sia, una larva di realtà deve pur trovarsi in fondo a questa poesia; un po' di mondo concreto da cui parta l'effusione, che sia pretesto, occasione, motivo anche al solo clamore verbale. Questo mondo consiste, in generale, in spettacoli di natura, specialmente notturnii sentiti quasi sempre senza gioia, anzi, si direbbe, con pacata disperazione. C'è in questi versi, - ma bisogna metter l'orecchio ben contro per avvertirla, -
una nota di pessimismo, e quasi un senso di morte. Ma non affiora che in rarissimi punti, dove un improvviso sussulto
del sentimento rompe la fredda industria
dell'artefice. Questa vigila attenta a reprimere gli abbandoni, e perché ogni parvenza umana sia con più cura sbandita, 
riprende per il suo giuoco vecchi pupazzi
della poesia di testa di tanti secoli quali
Apollo, Diana, Giunone, Erebo, Crono, 
Leda. C’è un genere di retorica che è costituzionale nella letteratura. italiana, e anche i novatori, per quanto facciano, ne rivelano i segni.
Che sia puro voluto esercizio questo modo di poesia lo conferma la seconda parte del volume Sentimento del tempo, dove appare un Ungaretti che deve dare più di un dispiacere al triangolo (già sbilenco se s'ha da giudicarne da un recente opuscolo), Falqui-Capasso-Gargiulo.
Già qualche tentativo magro e timido di formulare un tema sulla sapiente meccanica delle parole e allineate, sulla scorrente illusione dei sensi, s'era azzardato in versi di questo peso:

In sé crede e nel vero chi dispera?

Perché le apparenze non durano?

Saggezza da aforisma, che non ha di profondo che l'oscurità dei versicoli su cui con sorpresa si rizza; gravità oracolare data al niente da dire.
Ma ecco nella seconda parte le Leggende e gli Inni. Il poeta ha dunque un mondo affettivo e razionale suo da esprimere, una concezione della vita, una posizione da prendere di fronte ai problemi di essa e il dono poetico non gli è stato dato solo per comporre sciarade, o vellicare sensi abusati o compiacersi in quadrettini di natura? 
La Madre, Memoria d'Ofelia d'Alba sono cose d'un grande poeta. Dove la luce s'inizia con questo movimento magnifico che è una festa:

Come allodola ondosa

Nel vento lieto sui giovani prati

Le braccia ti sanno leggera, vieni.

Poi il motivo perde di limpidezza, si fa largo e vago, evoca un po’ il mito dell’età dell’oro, il paradiso perduto, si diluisce. Ma in tutti i componimenti di quest’ultima parte, anche se il senso rimane qualche volta riposto e le ellissi audaci, un embrione di materia narrativa c'è, che nel verso si organizza e si articola a significati intelligibili per ricostruire, trasposto, un sentire umano che si esprime.
Si leggano Dannazione, La Pietà, La Preghiera. Si ritrova in queste poesie il senso della misura e della dimensione prima smarriti, e un tono d'umanità che è nostro, di tutti. Come nella grande poesia. E' un po' secca e sommaria l’espressione, ma è vivo il motivo di partenza.

E' folle e usata, l'anima.


Dio, guarda la nostra debolezza.

Vorremmo una certezza

Si direbbe che questa sensibilità poetica, che s'è perduta nei piccoli giuochi, negli esercizi studiati, nelle sensazioni rare, che ha voluto dare una nota all'impossibile, quando si rimette in contatto col mondo di tutti provi come un impaccio che la irrigidisce. E' troppo vasto il mondo? E l'esercizio di prima le bastava? Poi, scorre di vena, anche se gli argini non son del tutto fermi:

Come dolce prima dell'uomo

Doveva andare il mondo.

L'uomo ne cavò beffe di demòni,

La sua lussuria disse cielo,


La sua illusione decretò creatrice,

Suppose immortale il momento.


Da ciò che, dura a ciò che passa,

Signore, ségno ferma,


Fa che torni a correre un patto.

 

Oh! rasserena questi figli,


Fa' che l'uomo torni a sentire

Che, uomo, fino a te salisti

Per l'infinita sofferenza.

Sii la misura, sii il mistero.


Purificante amore,


Fa ancora che sia scala di riscatto

La carne ingannatrice.


Vorrei di nuovo udirti dire


Che in te finalmente annullate


Le anime s'uniranno


E lassù formeranno,


Eterna umanità,


Il tuo sonno felice.

Non si direbbe lo stesso poeta. Aperte grandi le finestre, la vita vi irrompe d'impeto scompigliando sulla scacchiera le studiate combinazioni dei giuochi. Il poeta, come risvegliato, s'accorge che v'è dell’altro: ma le ciglia gli tremano.

Francesco Casnati

Francesco Casnati (Szombathely, 26 luglio 1892 – Como, 24 giugno 1970) fu un critico letterario e giornalista. Fu condirettore del Corriere della Sera, con Ugo Ojetti, fino all'avvento del fascismo, che non gradiva la sua penna tagliente; poi ebbe un impiego come contabile presso una tessitura di Como (era diplomatio in ragioneria) e vi rimase fino al '45 partecipando agli incontri clandestini della Resistenza. Collaborò con il quotidiano cattolico comasco L'Ordine, dove fu caporedattore e amministratore, Pegaso e Vita e Pensiero. Divenne assistente e in seguito, fino al 1962, docente di Letteratura italiana contemporanea alla Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano.
Giovanni Papini lo chiamava "gobbetto maligno" a causa di un difetto fisico e per la sua intransigenza nei giudizi letterari.

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