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Auschwitz: l'umano nel disumano

In occasione della Giornata della Memoria rileggiamo l'articolo pubblicato sulla Rivista Vita e Pensiero nel 1995 dello scrittore e giornalista ebreo Guido Lopez (1924-2010), noto anche per essere stato a lungo responsabile dell'Ufficio Stampa della casa editrice Mondadori, autore dell’autobiografico Il Campo (Mondadori - Premio Bagutta nel 1948 per la sezione opera prima) ispirato al suo confino in Svizzera  a causa delle persecuzioni razziali. Lopez dando voce ai sopravvissuti allo sterminio ebraico, in questo articolo racconta cosa significa vivere immersi nella morte e prova a cogliere gesti e parole di umanità in uno scenario di annientamento dell'umano.

di Guido Lopez

Per molti anni in questo dopoguerra mi è accaduto di sognare in situazioni diverse uno stesso incubo silenzioso: nuotavano attorno a me pesci vivi ma spolpati, come rimangono sul vassoio. Un mio conoscente che si occupa professionalmente del mondo onirico azzardò la seguente spiegazione: «Penso –mi disse – che la tua visione abbia a che fare con Auschwitz: con quegli scheletriti moribondi».
Una serie di circostanze hanno protetto me e la mia famiglia dal finire sui vagoni piombati diretti ad Auschwitz; ma c'è mancato poco, e ho letto, ho visto, ho ascoltato; di continuo leggo, vedo, ascolto; compagni di banco, maestri, amici, amici di amici, parenti di parenti sono finiti nel mucchio. È dunque probabile che la diagnosi del mio incubo fosse giusta; certamente, da allora – offertami una ragione all'angoscia di quelle lische vive che mi nuotavano attorno – mi sono liberato da quel sogno.

Resta che qualcuno mi fornisca una plausibile spiegazione sul come lo sterminio possa essersi tranquillamente consumato: come possa essersi verificata la 'congiura del silenzio' attraverso il mondo libero e, d'altro canto, quale Schindler abbia compilato la lista dei testimoni o più genericamente dei superstiti, fra milioni di massacrati. Dio è forse uno Schindler? domanda improponibile, per quel che mi riguarda. Ma sentiamo uno dei superstiti.

«Mio fratello, lo aveste visto, come era bello mio fratello, grande, buono, in buona salute, un buon italiano, un buon ebreo fiorentino come me, come tutti noi di casa. Lui, con sua moglie e un bambino di un anno e mezzo, mio padre, mia madre ... l'aveste vista, mia madre che ancora mi segue e mi guarda e giudica se compio il mio dovere di testimone con voi; e la nonna, gli zii, i cugini ... insomma tutta l'intera famiglia di noialtri, finita in cenere, per delazione –  pensate: a Firenze, la patria di Botticelli, del Brunelleschi ... Dieci persone, tutti ... tutti, salvo io!».
È uno degli incipit che vengono alle labbra di Nedo Fiano, quando lo chiamano a rievocare Auschwitz davanti a scolaresche o altri gruppi assetati di testimonianza. Davanti a 1300 ragazzi e ragazze, nella gran palestra dell'Istituto Tecnico 'Primo Levi' di Seregno, l'ho sentito esordire in quest'altro modo (testo integrale in Una scuola per Primo Levi, Seregno, 1993): «Attenzione, io vi racconterò l'inferno! Non sto scherzando. Questa non è una lezione: è la lezione. Ero come voi, esattamente come voi, avevo 18 anni quando sono stato arrestato e non avevo fatto nulla, non avevo assolutamente nessuna colpa... Non vi parlerò del campo di concentramento, ma del campo di sterminio. Ecco: a voi che studiate lingue dirò: ebbi la fortuna di parlare due lingue, anzi, due e mezza; e così, unico della famiglia, fui destinato a un Kommando. Era una di quelle squadre adibite ai forni crematori (ho visto tutto, ma tutto) dove i prigionieri venivano avviati all'arrivo. Ad Auschwitz gli ebrei non sono stati semplicemente uccisi, ma prima sono stati asfissiati e dopo sono stati bruciati... Nessuno sapeva che andava a morire. Nessuno! quelle ciminiere, quelle fiamme? Fabbriche – si pensava – dove ci avrebbero costretti a lavorare per il Terzo Reich. Davanti ai prigionieri selezionati per la morte, nudi e con gli abiti sistemati in bell'ordine – "li ritroverete dopo la disinfezione" – si apriva quella dannata sala: 200-400 persone sospinte e chiuse dentro, ignare di quello che accadrà; e che sentiranno arrivare la morte, con i bambini in braccio, coi genitori vecchi accanto».

Dunque: migliaia di persone gasate e bruciate ogni giorno. Una piccola parte, esentata; di questa, una sparuta quantità 'eletta' a sopravvivere. In merito di che?
Sul 'come mai' (non per la domanda precedente) abbiamo delle risposte. Primo Levi ce le ha riferite in libri e interviste: essere fra gli ultimi e non i primi deportati, conoscere le lingue (come Nedo Fiano), essere in piena salute, essere individuato come chimico... La salvezza di Frida Misul, di Livorno, 24 anni al tempo della deportazione, restò attaccata alle vibrazioni delle corde vocali. Ai loro padroni macellatori piaceva sentirla cantare: «Dappertutto era un inferno, e un momento di pace non si trovava mai. Solo la domenica mi veniva a prendere qualche Kapò tedesca oppure polacca» (testimonianza pubblicata a Livorno – Ufficio Storico della Resistenza), «cantavo e in cambio mi davano qualche spicchio di aglio, una cipolla, oppure un pezzo di pane, che al rientro nella mia baracca dividevo con le care amiche di sventura». Così, una raucedine prolungata avrebbe potuto condannarla a morte. Scampò.
Ad altri come a Nedo toccò raccogliere nel mucchio i cadaveri, e da monatto carrettarli. Non c'era scelta: unica alternativa, morire al primo cerino di resistenza, schiacciati come scarafaggi.

Un ebreo di Salonicco, a quel tempo diciottenne, con un fratello più piccolo che con lui si è salvato - il resto della famiglia sterminata all'arrivo (Birkenau) - è uscito vivo - testimonianza orale, registrata su nastro e in video, depositata presso il Centro Documentazione Ebraica Contemporanea- in quanto 'lavora- va' da barbiere. In zona fornaci rasava le chiome delle donne: un bene che veniva accatastato come i denti d'oro, le vere matrimoniali, gli occhiali. Un giorno vide uscire dalle baracche un suo compatriota e cugino; per ragioni contingenti, quel gruppo non era stato spinto al massacro immediatamente. Chi fosse in grado di intendere, così a pochi passi dal 'sistema Zyklon-B' e dai forni, illusioni non poteva più farsele. Ma come rassegnarsi? Come accettare di morire in una bolgia di tormenti? Il nostro testimone sapeva esattamente ogni spaventoso particolare di quell'iter: sapeva del terrore collettivo una volta rinchiusi, dell'asfissia collettiva, dello spasimo collettivo, del groviglio di cadaveri quando le porte si riaprivano all'altro capo dello stanzone-macello. Chiese coraggio a Dio e a se stesso, e mentre la colonna dei greci già andava formandosi per l'ultima, breve marcia, gli si fece al fianco con un pezzo di pane, un sorso d'acqua, e: «Non disperare» gli disse: «E una morte dolce, come un'anestesia, la migliore morte che possa capitare a qualcuno di noi. Fidati». Così, col farmaco della menzogna, lo riconsegnò al gregge.

Nella serie televisiva Shoà, ricavata in 350 ore di sopralluoghi e interviste da Claude Lanzman, incontrammo un altro 'salvato' che sopravvisse con l'uso delle forbici da parrucchiere. A più di 40 anni dai fatti e di là dall'Oceano, rievocava singhiozzando: «Mi trovai a dover rasare un carissimo conoscente appena sbarcato dal convoglio. Lui mi chiedeva con la voce e lo sguardo: cosa stanno per farci? ed io, che tutto sapevo: 'Stai tranquillo- ho avuto la forza di rispondergli -stai tranquillo, ti sto mettendo in ordine. Vi libereranno dai pidocchi'».

Brani di un’altra sopravvissuta. È di Liliana Segre, una signora di Milano, che ha dato la sua testimonianza anche al Convegno in Università Cattolica sull'educare dopo Auschwitz. Aveva 13 anni, poco più, quando la fecero salire sul vagone verso la Polonia. Come Nedo Fiano, come Goti Bauer, Giuliana Tedeschi, Liana Millu, Teo Ducci e altri ancora, fa parte della lista dei testimoni che coraggiosamente rievocano nelle scuole, nei circoli, ai convegni, alla radio e alla televisione i giorni del bieco inferno. Diversamente da Primo Levi, per anni ha tenuto tutto dentro di sé; ora al contrario è portata a scegliere le richieste che promettano una larga audience: non può essere dappertutto, vuole parlare a più gente possibile: «Vedo ore inquietanti» dice «penso che un giorno- neanche fra tanto - nessuno di noi ci sarà più a guardare negli occhi i giovani, a metterli in guardia senza filtri di lettura, a scuotere le coscienze faccia a faccia; dobbiamo fare presto e tanto! presto! presto!». In uno dei suoi incontri, Liliana Segre ha dedicato un fiore del ricordo ai suoi nonni: «Sono una sopravvissuta del lager di Auschwitz. Sinora ho avuto la forza di ricordare la mia esperienza di bambina che, dagli 8 ai 13 anni, assiste alla scalata di un incubo: all'inizio, una famiglia di gente tranquilla e mite che viene intimidita, spaventata, umiliata; e un editto che mi obbliga a lasciare la scuola. Poi la fuga con mio padre, su per le montagne, braccata, respinta dagli Svizzeri, arrestata al confine dalle guardie italiane. Da qui, in carcere: Como, Varese, S. Vittore. Poi il lungo viaggio nei vagoni bestia- me, e poi Auschwitz, in tutto il suo orrore, la follia, l'odore di morte sempre e ovunque, la perdita di identità, la perdita di tutti gli affetti più cari, la solitudine, il gelo, la fame, le botte, il lavoro da schiava. Ma oggi voglio commemorare i miei nonni, che passarono dal campo di Fossoli prima di essere anche loro deportati, gasati e bruciati... Per un attimo vorrei ridare occhi, cuore, gesti ai miei nonni... Rivediamoli nella loro casa, fra le amiche e gli amici, nel loro piccolo mondo con i loro oggetti, il loro dialetto piemontese... Solo io sono scampata di noi quattro, quattro persone unite e buone e senza colpe. Ora quella bambina è diventata a sua volta nonna, e il suo grido si fa più forte, perché non solo i figli ma anche i nipoti devono sapere, ricordare e tramandare... Si moltiplicano gli appelli a dimenticare, a chiudere con un perdono facile e generalizzato una storia che si allontana nel tempo. Dobbiamo impedire che si compia quel disegno diabolico teso a trasformare nonna Olga e nonno Giuseppe, e i tanti come loro, in Stucken; 'pezzi' lavorati dalla grande macchina della morte nazista, pratiche evase, numeri di protocollo. La memoria dei loro teneri visi, delle loro dolci voci e delle loro belle anime ci restituisce persone, ci ricorda il valore più grande che possiamo trasmettere a quelli che verranno dopo di noi - la persona umana - perché costruiscano un mondo in cui valga la pena di vivere».

«E Dio in tutto questo?» si domanda ripetutamente Eli Wiesel, che per designazione dei giudici di Oslo funge da 'rappresentante ufficiale' della lista dei testimoni. Le sue risposte oscillano fra la non risposta e l'interrogativo in luogo della risposta. Però non desiste mai: le sue radici affondate nel mondo hassidico non cessano di produrre sfide dirette all'Eterno, come del resto è tradizione ebraica. In parallelo, un giovane di 23 anni, arrestato a Chivasso, deportato da Milano senza ritorno, in una lettera gettata dal treno in movimento, a firma «Mino», ha scarbocchiato alla meglio: «Cara Lucia, affido questo mio scritto alla bontà di qualcuno che vorrà imbucare [...]. L'ultima nostra speranza è in Dio, che purtroppo finora non ci ha aiutati, ma che pure continuiamo a pregare, perché se manca il conforto della fede, in questo momento così terribile, tanto vale farla finita senz'altro con la vita». E Primo Levi, intervistato da «Famiglia Cristiana» (giugno 1986): «Chi ha visto la Medusa non è tornato per raccontare: è tornato muto. I sommersi non avrebbero testimoniato neppure se avessero avuto carta e penna, perché la loro morte è cominciata prima di quella corporale. Parliamo noi per delega, e questo privilegio crea vergogna. Ma dobbiamo essere ascoltati: siamo stati collettivamente testimoni di un evento fondamentale e non previsto da nessuno. È avvenuto contro ogni previsione; in Europa, incredibilmente. È avvenuto e quindi può accadere di nuovo: questo è il nocciolo di quanto abbiamo da dire». E in precedenza, stessa sede (luglio 1975): «Ho fortemente rimpianto la mancanza di una fede: non però sino al punto di crearmi una fede che non avevo». E precisa: «ll credente aveva la certezza che il destino fosse indiscutibilmente giusto; non si sentiva vittima di un'ingiustizia mostruosa; non si ribellava; e ribellarsi, nel lager, voleva dire morire».
Parole di un 'laico', queste di Primo Levi, che paradossalmente potrebbero trovare uno stravolto consenso anche fra quegli adepti dell'ala ultra-ortodossa dell'Agudàt Israel che sono pronti a collocare i combattenti del ghetto di V arsavia, e i sionisti in genere, fra i complici di Hitler nello sterminio del popolo ebraico: proprio in quanto ribelli con le armi dei persecutori e nel loro spirito. In generale, il Messia era pronto a venire - scrivono - ma si è fermato davanti ai trasgressori della Legge in mezzo alla tribù di Israele. È una tortuosa bestemmia contro l'uomo, che - oserei dire - incenerisce il sublime assumersi la parte di 'santificatori del Nome'. (Per saperne di più: Pensare Auschwitz: numero speciale della rivista francese - ora anche in italiano - «Pardès»).

Pericolosissimo, pensare Auschwitz mettendo di mezzo Dio. In gara con i kamikaze c'è anche chi si sente ispirato a sparare in Moschea. Permettetemi di restare fra noialtri.

Ecco Vittorio Basevi, mio compagno di campo in Svizzera, uno che si è salvato 'miracolosamente', ma lui solo di tutta la stretta famiglia: «Grazie a Dio- mi dice netto come un raggio di laser- grazie a Dio, nel preciso momento che mi obbligavano a rientrare in Italia, al ruscello di confine comparve una pattuglia di soldati italiani in cerca di asilo, e ciascuno mi potè dare un pezzo della sua uniforme. In quel giorno l'ordine del governo elvetico era di accettare soltanto militari: così, grazie a Dio, fui salvo». Anima musicale oltre che musicista, osservante delle mitzvòt, dei precetti di vita giornaliera («L'osservanza non è, di per sé la fede: è come la ginnastica, come le mie ore di esercizi al violoncello nei confronti della Musica»), Vittorio non ha mai visto i documentari di Lanzman o Schindler's List, e da quando irrevocabilmente ha saputo di avere perso l'intera famiglia in Polonia, fatta prigioniera lontana da lui, non si chiede nessun perché. Accetta.

Itzhak Katzenelson, uno dei militi della rivolta del ghetto a Varsavia, ha urlato il suo strazio: «Grida, popolo ebreo massacrato, grida forte. Non invocare il Cielo, non ti sente, né la terra, questo mucchio di sozzure; non invocare il sole: non si supplica una lampada. Se potessi, lo spegnerei come si spegne una lanterna in una tana di briganti».

Di Etty Hillesum, scomparsa nelle fornaci, non abbiamo testimonianze della Polonia, ma a Westerborg fu una grande consolatrice per quanti vi macerarono in transito - Westerborg, campo di smistamento ai confini della Germania, anticamera della deportazione. Le sue pagine di diario e le sue lettere sono un canto di speranza oltre ogni limite. Sensuale e lirica, uno spiraglio di cielo è quanto basta a Etty per essere grata a un Dio raccolto nel palmo.

Arianna Szorenyi, madre triestina, padre fiumano, arrestata undicenne in Friuli, deportata con i suoi da Trieste (dalla risiera di S. Sabba) nel giugno del '44, in foglietti di diario ha registrato - come nota di fondo nel quadro di desolazione - i camini, le ciminiere, l'odore nauseabondo e acre di Bergen Belsen («Per anni mi è rimasta, anche da grande, la paura delle fabbriche»). In ...Quarant'anni dopo (Carucci, Roma 1986), se ne possono leggere fogli sparsi. Questo che segue riguarda la madre, rimasta lassù, nelle fosse di Polonia: «Non è niente, stanno solo bruciando vestiti e suppellettili, ci diceva la mamma per rincuorarci. Anche nel campo di sterminio trovava la forza di essere tranquilla e di sorridere. Una sola volta l'ho vista piangere: lo ricordo perché era il giorno del suo compleanno, 22 settembre 1944. Con mia sorella avevamo trovato una scatola di scarpe, una cosa assurda in quel posto in cui non c'era niente, e dentro vi avevamo nascosto tre triangolini di pane, salvati e conservati per lei».

«Fame, fame, fame. Non ricordo di avere avuto sete in quei sette o otto giorni e notti di viaggio, ma fame. Terribile fame» le fa eco, per così dire, Anna K. (intervista inedita, registrata e conservata negli archivi della Fondazione CDEC, il Centro di Documentazione di Milano). Nata nel1928, anche lei di Fiume, ma arrestata con i suoi nel Varesotto, passata con i suoi attraverso tre carceri (Varese, Como, Milano) e il campo di Fossoli. Deportati in quattro, sopravvissute le due sorelle maggiori. «Oh, quel viaggio dall'Italia ad Auschwitz... Interminabile. Noi stavamo al centro del vagone: così lasciavamo un minimo di appoggio contro le pareti agli anziani... Cantavamo, per tenerci su il morale, arie d'opera, inventandoci le parole, e parlavamo tra noi. Pensieri di fuga? proprio no: anche la paura, ma soprattutto l'idea di separarci... Mai pensato alla fuga. Si pensava, giorno per giorno, a come sarebbe andata l'indomani. Se il viaggio finirà, e dove finiremo. Sulla banchina d'arrivo, in attesa di scendere, l'ultima notte tutte e tutti chiusi in vagone, Mamma ha tirato fuori dai nostri pacchi le cose buone... non so bene, ma ricordo quanto fossi emozionata, Mamma mi aveva messo il vestito buono, le scarpe buone: perché facessi buona impressione».

Non ricorda l'operazione tatuaggio del numero, non violenze, non grida. La sua memoria ha selezionato fra gli orrori della 'selezione'. Sa d'essere andata sotto le docce («Eravamo sporche luride») e che prima vennero rasate, ma non tutte: «Qualcuna no, si direbbe a caso. E io a un tratto riconobbi un'amica di Mamma tutta rasata, tutta nuda. Mi sono sentita malissimo, perché l'avevo vista nelle sue nudità, e io non volevo, non volevo che lo venisse a sapere. Quella fu la prima cosa che mi colpì, il primo segno del degrado a bestie che avremmo dovuto subire».

In principio erano tutti insieme, poi divisi gli uomini dalle donne «prima loro poi noi, o prima noi... non so bene, ero come un cavallo col paraocchi, guardavo davanti a me, niente in giro... io avevo sedici anni, la mia sorella più piccola, undici, purtroppo ancora una bambina... ero tutta concentrata col pensiero su di lei». L'odore della carne bruciata? «Ci siamo subito abituate, era un odore mai sentito, ma chissà cosa. Via via, presero a correre voci diverse e tragiche sulla fine di mia Madre, della mia sorellina, degli altri da cui ci avevano separate. Noi si lavorava a un inutile spostare di pietre per poi rimetterle al posto, non lontano dai camini. Mi resi conto che fiammeggiavano per tutte le 24 ore; cominciai a intuire; poi a sapere, ma in che modo e quando non so. So che di ritorno in Italia, apprendista infermiera, mi capitò fra le braccia una bimba dal corpo tutto ustionato. Era il1946. Mi morì addosso; dovevo scendere col corpicino giù per le scale, e d'improvviso il mio stomaco prese a sussultare, un subbuglio orribile... Mettendola giù, il circuito si chiuse».

Il colloquio con Anna K. (residente in Israele, ma intervistata a Milano) dura un paio d'ore. La si interroga e risponde anche su minimi particolari. Le sono mostrate fotografie dei luoghi. Riconosce? lei dove era? lei ha visto? lei ha sentito? come eravate vestite? nelle adunate sulla neve usavano lo scudiscio? marciavate in colonna? con la musica? uscivate dal campo per il lavoro? («Sì, per un certo periodo ci hanno mandate a scavare dei fossati nei campi di pomodori e di barbabietole; se ne mangiavano sul posto e poi cercavamo di portamene in baracca qualcuna, nascosta nelle mutande. Per venderla al mercatino naturalmente! C'era- come no! così ci avevano ridotte- c'era il mercatino della sopravvivenza»).

Queste interviste hanno un fine ben preciso: come Il libro della memoria con le minuziose indicazioni su tutti i deportati dall'Italia (generalità, domicilio, luogo di arresto, peregrinazioni in prigionia, specifica dei convogli ecc.) fanno parte della battaglia contro la negazione della Shoà, di cui per altro si accumulano in questi anni, un po' dappertutto, dal Ruanda ai Balcani alle Americhe, repliche non altrettanto metodiche e massicce ma quasi egualmente orribili. Pregare il Signore che ce ne risparmi un ritorno può aiutare la speranza; ringraziare d'essere ancora vivi, secondo l'antica formula ebraica («Benedetto Tu o Signore che ci hai tenuti in vita, che ci hai dato la salvezza sino a questo giorno») è un buon incontro tra fede e ragione (come dire: «Ringrazio, dunque sono»); ma sicuramente è fondamentale scuotere le coscienze dei giovani, metterli in allarme sicché riconoscano i primi indizi e si muovano già ai sintomi precoci sul terreno deella 'zona grigia' (Primo Levi). TI giorno in cui nessuno di noialtri sarà più vivo- si domandano con crescente ansia i sopravvissuti- chi avrà altrettanto pathos e credibilità? È questo tipo di ansia che. ha sciolto le loro bocche, sino a pochi anni fa sigillate dall'enorme peso del ricordo; è questo tipo di ansia che ha piegato le ginocchia a Primo Levi.

E Dio in tutto ciò? per l'ultima volta in questo mio trepidante articolo mi terrò ben fermo tra noialtri, riportando la fine della testimonianza di Anna K., di Fiume. Siamo ai giorni in cui i soldati russi - sfondato il fronte tedesco - hanno raggiunto il campo di Auschwitz. Per tutta una serie di coincidenze (Provvidenze, ci correggerebbe, tranquillo, l'amico Vittorio Basevi) la nostra testimone è sopravvissuta con la sorella maggiore, senza venir compresa nell'ultima 'marcia della morte' di qualcosa come duecentocinquantamila prigionieri. Dopo che gli ultimi tedeschi hanno abbandonato a se stessi gli ultimi sopravvissuti, il 27 gennaio del '45 avanguardie dell'Armata Rossa si imbattono nel villaggio e nel lager. I meno sconquassati dei superstiti, fra cui le due sorelle fiumane, sono riusciti nel frattempo a rompere i reticolati, a forzare i depositi (abiti e coperte abbandonati dalle SS in fuga). C'è stata anche un'escursione da Auschwitz II (Birkenau, la zona dei forni) sino alle case dei civili polacchi: «Usci aperti, tutti gli abitanti fuggiti, abitazioni abbandonate con la tavola pronta, oh quanti krauti in quelle case!». Complica le cose una riapparizione di tedeschi con la rivoltella in mano, che invitano i prigionieri ad alzarsi e a seguirli; ma contro chi rifiuta, non sparano. Per quelli che li seguono, invece è nascosta una trappola: mitragliatrici. Senonché, ultimo 'colpo di scena': si alza il fischio d'una locomotiva in partenza. È l'ultima chiamata; i tedeschi mollano tutto, e via!

Ancora due o tre giorni, ed ecco i Russi. «A sera, verso il pomeriggio l'avanguardia. A cavallo? no, a piedi. Ma io mica sono uscita a vederli. Non mi hanno fatto, lì per lì, né caldo né freddo. Prima i tedeschi, ora i russi? Bah. Stavo pelando delle patate per la cena, e ho continuato. Sì, c'è qualcosa di diverso fuori, da qualche parte, ma non è per me. Il mio destino è scritto. Niente. Sperperare le mie energie? no davvero. Ma sì, nel campo c'erano quelli che avevano capito, e prima di tutto i russi prigionieri, potete bene immaginare. Io, nessuna reazione. Per me... per me, il risveglio è arrivato due giorni dopo».

In che modo? Trascriverò non solo le parole, anche le pause. Anna in quel gelido giorno di gennaio ha 16 anni e 10 mesi. Un'amica ammalata le ha chiesto, per favore, cibo caldo. Per portarglielo bisogna uscire. Anna si mette addosso un abito da sci, fra i vestiti di chissà chi, recuperati. «Col mio pentolino in mano ho traversato il piazzale. Davanti a me, mi venivano incontro quattro o cinque russi. Militari? non so se erano militari o civili. Quattro uomini. Ci siamo incontrati. Io di qua, loro di là, avanzando. Io mi sono sentita... mi guardavano. Lo sguardo, lo sguardo maschile mi ha fatto improvvisamente alzare la testa... E qui dentro c'è stato qualcosa come di rotto... l'ho sentito, l'ho sentito... È stato un crack, e ho aperto gli occhi; e allora l'ho capito. Quello, quello era il risveglio. È lo sguardo maschile che mi ha detto: Oh, io sono qua: io sono viva!».

Guido Lopez

 
Auschwitz: l'umano nel disumano
autore: Guido Lopez
formato: Articolo
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