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Cattiva politica & cattiva televisione

di Riccardo Iacona

Stiamo preparando la seconda serie di Presadiretta, che andrà in onda dal 30 agosto per sei domeniche di seguito in prima serata su Rai Tre. Questo è il momento che io chiamo della “scrittura” e sono già diverse settimane che stiamo lavorando intensamente. Prima ci dividiamo i compiti in redazione, le storie da seguire e approfondire, le ricerche da fare, le persone con cui parlare; poi, appena qualcuno ha cominciato ad avere i primi feedback, ci riuniamo tutti assieme e cominciamo a scrivere quella che sarà l’ossatura narrativa delle singole puntate. Ho parlato volutamente di “scrittura” perché da questo punto di vista il lavoro del reportage, dell’inchiesta filmata lunga, è più vicino alla scrittura di un film o di un romanzo che al pezzo del telegiornale. L’unica vera differenza è che i “mattoni” che compongono l’inchiesta e che articolano il racconto sono veri e le storie che si vogliono raccontare sono successe veramente.

Certo, poi molto presto arriveranno le riprese, la verifica sul campo e molte di quelle storie immaginate nel momento della scrittura risulteranno meno forti e magari altre nuove se ne troveranno, inaspettate, che porteranno avanti il racconto dove non avevamo immaginato: non è questo un difetto del lavoro di costruzione di un reportage, anzi è proprio l’opposto, il valore aggiunto che il lavoro di inchiesta offre al sistema dell’informazione nel suo complesso, perché un’inchiesta è vera solo se aggiunge conoscenza, se ci fa vedere cose che non avevamo mai visto, ci fa sentire voci e conoscere persone che non immaginavamo e ci rende partecipi dei loro punti di vista, del loro modo di interpretare la realtà; un’inchiesta vera ci toglie dalla nostra casa, dal nostro mondo di relazioni e di conoscenze per gettarci in mezzo ai punti di vista degli altri, per farci vivere la vita degli altri; e più l’inchiesta è ricca, più si avvicina alla realtà.

Ecco perché un’inchiesta vera non può mai essere ideologica o faziosa, non può distorcere la realtà a fini strumentali perché tradirebbe la sua natura più forte, quella che la spinge ad andare verso la realtà, dovunque essa finisca per portarci: se hai deciso di aprire le finestre verso il mondo poi non le puoi socchiudere, se ne accorgerebbero tutti. Il mio e nostro lavoro tocca temi difficili, alti, politicamente densi perché da essi dipende il nostro futuro: la formazione e la scuola, l’industria, le energie rinnovabili e la scelta del nucleare, la privatizzazione dell’acqua e l’uso del territorio (o meglio, purtroppo, la sua devastazione), la drammatica emergenza abitativa, le politiche dell’immigrazione e della sicurezza e così via. Oggi sappiamo che proprio il non aver affrontato per tempo questi temi, non averli inseriti nella lista delle priorità dell’agenda politica, quando già il resto dell’Europa si attrezzava per le sfide future, ci rende molto più deboli di fronte alla crisi internazionale.

E sappiamo anche che, dopo il lavoro di inchiesta che abbiamo fatto nella prima serie di Presadiretta (penso al caso Natuzzi), interi distretti si sveglieranno dopo la crisi circondati da un deserto quanto a opportunità di lavoro e sottoposti, a migliaia, al ricatto del lavoro nero; insomma, rischiamo di uscire “all’indietro” dalla crisi e non in avanti, rischiamo di non coglierne l’occasione storica che ci offre per rimodernizzare questo Paese. Ma del resto la nostra classe politica è abituata a spendersi su battaglie di corto respiro, quelle che si possono monetizzare subito nel mercato elettorale. Si preferiscono le politiche di tamponamento, gli annunci di guerra alla immigrazione clandestina, l’incattivirsi delle parole e dei regolamenti piuttosto che mettere mano auna seria riforma delle leggi sull’immigrazione. È meglio spostare un campo rom che investire sull’integrazione come hanno fatto in Spagna da più di dieci anni. Ecco, si “spostano” i problemi più grossi, quelli che nessuno può risolvere in pochi anni (ma che, se non si comincia mai, mai si risolveranno) e ci si esercita a ottenere il consensosolo sulle soluzioni a corto respiro. Ora, lo stesso meccanismo di “spostamento” viene fatto dal sistema dell’informazione del nostro Paese, con un’interessante alleanza tra “cattiva politica” e “cattiva televisione”, dove di fatto l’una alimenta l’altra e tutt’e due si adoperano fortemente a cancellare la realtà. Infatti questi temi che sono così importanti per il nostro futuro, sui quali tutti noi dovremmo poterci fare un’idea visto che dal modo in cui verranno trattati dipenderà la vita dei nostri figli, non sono, come dovrebbero essere, al centro del sistema, ma in periferia. Ma vi pare possibile che bisogna aspettare una puntata di Presa diretta o di Reportper vedere un reportage su come funziona la scuola? Sarà ben importante venire a conoscenza dello stato dell’edilizia scolastica, delle aule dei nostri figli, dei soldi che le scuole hanno a disposizione per i progetti scolastici, dei tagli drammatici al personale, dello scandalo delle scuole di frontiera e delle false graduatorie per farsi un’idea sull’efficacia degli interventi voluti dai politici?

E invece per mesi abbiamo assistito a un dibattito feroce sul modello del maestro unico senza che si vedessero le scuole che saranno investite da questa riforma, senza che gli operatori avessero il tempo di spiegare, di far vedere, di far condividere al Paese intero la loro esperienza. Appunto, abbiamo dovuto aspettare i professionisti dell’inchiesta. E così funziona per tutto: sicurezza, criminalità organizzata, devastazione del territorio. Su questi temi la televisione si accende solo quando i fatti di cronaca li portano in emersione e/o sono al centro del dibattito politico, per poi dimenticarsene il giorno dopo: quante parole sentiamo oggi, nei giorni del terremoto in Abruzzo, su come il nostro patrimonio edilizio sia stato costruito così male, fuori dalle leggi e dalle regole, e con scarso controllo da parte delle istituzioni che pure sarebbero preposte a questo. Ebbene, state sicuri che nessuno si metterà a fare su questo un lavoro di approfondimento, un reportage sulla situazione nel resto di Italia e sulle responsabilità complessive del sistema Paese su questo terreno, di tutti, cittadini, professionisti e istituzioni. Tutto ciò non per cattiveria, ma perché il sistema televisivo non lo richiede: la macchina della tv vuole il terremoto oggi, adesso, non tra un mese. Non saprebbe dove mandarlo in onda. Da quando ho cominciato a lavorare io, cioè dal lontano 1989, gli spazi nel palinsesto per il giornalismo di approfondimento sono diminuiti. Quindi, quando e dove dovrebbe andare in onda il presunto approfondimento che vorrebbe rispondere a semplici domande: come mai la Casa dello studente e le abitazioni nuove sono crollate equanti casi come questi nel nostro Paese? Magari in zone sismiche? E quali sono gli esempi positivi da raccontare in Italia e all’estero?

E che cosa bisognerebbe fare per mettere in sicurezza il patrimonio abitativo italiano? Da nessuna parte. Il fatto che la televisione generalista lasci interi territori narrativi al buio sta creando un vasto pubblico che è sempre più sfornito di chiavi di interpretazione della realtà, per la semplice ragione che non sa quello che succede. Quelli che si informano solo guardando i canali commerciali e le televisioni generaliste trovano nei programmi offerti pochissime occasioni per aumentare la loro conoscenza, sia sulla storia presente che sui processi sociali profondi che attraversano l’Italia e il mondo intero: in televisione si racconta poco e male la cronaca del Paese, tutta: da quella politica, su cui raramente si esercita l’autonomia del giornalista e dove non si usa neanche fare la cosiddetta seconda domanda, a quella economica, che interviene solo quando c’è il grosso scandalo, passando per quella sociale che è completamente sguarnita: quante volte avete sentito un protagonista sociale prendere lo spazio che merita dentro i telegiornali? In televisione non si racconta la cultura, la scienza, non si racconta la geografia, e neanche quello che succede nel mondo, e il risultato è che gli italiani sono sempre più ignoranti persino sui confini della nuova Europa. Eppure oggi lo spazio di sopravvivenza stesso dei nostri figli, sia per lo studio sia per le opportunità di lavoro, è perlomeno europeo/americano. Oggi non possiamo neanche immaginare di prendere una decisione che riguarda il nostro futuro senza conoscere e guardare a questo spazio più ampio.

Ma non c’è niente da fare: la televisione è diventata in questi anni così cieca e sorda che non ha accompagnato l’allargamento dell’Europa mettendoci in contatto con quei mondi che stavano entrando a far parte della nostra vita. Sono anni che non vediamo un’immagine di Praga o di Varsavia o di Bucarest, che non sappiamo chi sono i nostri nuovi fratelli continentali, come stanno cercando di passare dal comunismo alla democrazia e cosa mettono sul piatto della bilancia europea in termini di risorse, competenze e professioni. Per parlare di romeni, da noi si deve aspettare lo stupro della Caffarella, con il risultato di ottenere una doppia cancellazione della realtà: quella del milione di romeni che da noi vivono e lavorano onestamente e quella di un’intera nazione che è appena entrata in Europa e con la quale dobbiamo imparare a fare i conti. Ma come si fa se neanche sappiamo chi sono, dove vivono, di cosa vivono, che tradizioni hanno e quale patrimonio di capacità e sogni portano nella nuova Europa? Stiamo assistendo a un analfabetismo di ritorno che sta lasciando un’intera generazione di ragazze e ragazzi con pochi strumenti culturali, gli stiamo impedendo di competere con gli altri ragazzi europei ad armi pari. Vedete quanta strada abbiamo fatto: siamo partiti dal reportage e siamo arrivati alla sostanza della democrazia, il fatto cioè che tutti possano presentarsi al nastro di partenza con le scarpe da ginnastica e non ci sia qualcuno che gareggi a piedi nudi. È tutta colpa del fatto che il giornalismo di inchiesta sia ancora troppo poco praticato? Sì, bisognerebbe praticare il giornalismo di inchiesta un po’ dappertutto, anche nelle agenzie che fanno l’informazione quotidiana. Ma questo richiederebbe uno scatto al giornalismo italiano: tanto coraggio, molta autonomia e la riduzione degli spazi nel palinsesto “subappaltati” alla politica. A vedere l’offerta televisiva sembra che non ci siamo ancora. Ma non disperiamo.

Riccardo Iacona

Riccardo Iacona è un giornalista, autore e conduttore televisivo.

Guarda tutti gli articoli scritti da Riccardo Iacona
 
Cattiva politica & cattiva televisione
autore: Riccardo Iacona
formato: Articolo
Dalla scuola al patrimonio abitativo, dai Paesi della nuova Europa ai rom: sono tanti i temi decisivi che la tv italiana continua a ignorare o a trattare superficialmente. Ma la mancanza di reportage e inchieste penalizza la cultura del nostro popolo.
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