Guerra, fede e pacifismo: i due cristianesimi

Guerra, fede e pacifismo: i due cristianesimi

di Andrea Riccardi

La parola pace è stata sulla bocca di tanti europei nei mesi trascorsi. Oggetto di innumerevoli dibattiti, è divenuta lo slogan di molti cortei. L'orientamento per la pace (e contro la guerra in Iraq) ha fatto la maggioranza nelle opinioni pubbliche europee, raggiungendo nei sondaggi, in alcune regioni, percentuali altissime di adesioni, come in Catalogna dove pare abbia toccato il 91%. Il movimento per la pace, pur avendo anche una forte anima di sinistra e una ancor più radicale, ha superato la logica degli schieramenti, proiettandosi talvolta su di un livello quasi metapolitico. Il presidente francese, Jacques Chirac, tutt'altro che di sinistra, è stato uno dei protagonisti dell'opposizione europea all'iniziativa americana. Manifestanti o non manifestanti, la gran parte degli europei occidentali è stata per la pace. Diverso il sentire dell'Europa orientale, desiderosa di affacciarsi sulla scena del mondo a fianco degli Stati Uniti.

In realtà, forse la figura più di spicco nell'impegno per la pace è stata proprio quella di Giovanni Paolo II, seppure con un profilo e con motivazioni tutte sue. Non è un caso che molte iniziative per la pace siano state animate e abitate dai cattolici (o dai cristiani) i quali, a loro volta, hanno indetto varie manifestazioni a carattere religioso, come i numerosi incontri di preghiera tenutisi nei giorni precedenti alla guerra e in quelli del combattimento in Iraq. Non solo c'è stata un’importante partecipazione dei cattolici alle manifestazioni per la pace; ma c'è stato un insieme di espressioni per la pace voluto dai cattolici in chiave religiosa.

La posizione di Giovanni Paolo II sulla guerra in Iraq è stata argomentata e personale. C'è stata in lui una sottolineatura "carismatica" del valore del mantenimento della pace attraverso il negoziato, che è anche l'espressione personale di un figlio di una generazione, testimone dell'orrore della seconda guerra mondiale in Europa. Più volte lo stesso papa ha insistito sul fatto che l'essere scampato personalmente alle atrocità di quegli anni gli conferisce la responsabilità di parlare dell'orrore della guerra. E Giovanni Paolo II non voleva che il nuovo secolo fosse iniziato con una guerra e che le gravi questioni in campo fossero risolte con il metodo della guerra. Inoltre, il fatto che Stati Uniti e Gran Bretagna (due Paesi di così grande rilievo) fossero protagonisti di questa decisione acquistava ancora di più un carattere esemplare.

 Al di là del dispiegarsi dell'azione diplomatica della Santa Sede, c'è stata la posizione personale del papa, che ha assunto un tono molto forte ed ha avuto un impatto diretto sull'opinione pubblica. Forse si può parlare di una qualche leadership di questo papa proprio nel mondo della pace. Lo si può verificare anche su quotidiani europei che di solito non dedicano molto spazio al papa o alla Chiesa di Roma. In questo senso la posizione del papa è stata la stessa della maggioranza dei cattolici europei. Del resto anche le altre Chiese storiche, quelle ortodosse, evangeliche e l'anglicana, hanno assunto posizioni simili a quelle della Chiesa cattolica. Dal patriarcato ecumenico al primate anglicano o al patriarcato di Mosca, sono risuonate parole di pace e di distacco dalla guerra in Iraq. Tuttavia, queste posizioni non hanno ottenuto l'unanimità tra i cristiani. Non si tratta tanto dei cristiani, favorevoli all'intervento anglo-americano e fedeli delle Chiese storiche; bensì si tratta dell'altro mondo cristiano, specie nordamericano, che si è riconosciuto nelle posizioni del presidente Bush.

Infatti la guerra in Iraq ha proposto con grande evidenza il problema di due cristianesimi, quello della tradizione, tendenzialmente contrario al conflitto, e quello neoprotestante favorevole alla guerra in Iraq. Si è molto insistito, negli ultimi tempi, sul conflitto cristianesimo-islam, ma si è prestata pochissima attenzione al grande conflitto tra il neoprotestantesimo e il cristianesimo storico. La guerra in Iraq non è che un capitolo di questa forte divaricazione, destinata ad allargarsi in futuro. In America Latina l'impressionante crescita del neoprotestantesimo a scapito dell'adesione alla Chiesa cattolica preoccupa da decenni gli episcopati locali. In Africa stessa si sta verificando questo genere di scontro. Ad esempio, in Costa d'Avorio, il conflitto che divide in due il Paese trova nei gruppi neoprotestanti gli animatori della resistenza al Nord. Anche se negli Stati Uniti non sono mancate convergenze tra il mondo cattolico e quello neoprotestante su temi morali o sulla difesa della vita, non si può non notare una divergenza di fondo.
In realtà, il mondo neoprotestante è poco conosciuto dalla nostra cultura, se non in qualche rappresentazione per lo più caricaturale. È noto come, a fianco dei cristiani fondamentalisti, gli ambienti neoconservatori, tutt'altro che religiosi, giochino un ruolo decisivo nella formulazione della strategia della presidenza Bush. Lo stesso mondo neoprotestante è tutt'altro che uniforme: un fondamentalismo più antico (quello che negli anni Settanta con la Moral Majority ha sorretto Reagan) è più disponibile alla collaborazione con tutti per una crociata morale, mentre un fondamentalismo più recente insiste maggiormente sui temi teologici. Tuttavia, questo variegato universo sente la funzione storica degli Stati Uniti per dare ordine nel mondo contemporaneo, spesso utilizzando la metafora biblica di Israele (ciò si ritrova sovente nella storia religiosa nordamericana). Ed è un mondo che generalmente non ha forti appartenenze ecclesiastiche o forti Chiese alle spalle, seppure sia ricco di tante istituzioni. È caratterizzato da un'esperienza di fede segnata da una forte carica individuale e da un'identificazione facile con il destino della nazione. La lettura individuale e fondamentalista della Bibbia gioca un ruolo molto forte, in parte differente da quello dei cristiani evangelici (seppure in connessione e sviluppando all'estremo alcune premesse della Riforma). Con questo mondo neoprotestante - a mio avviso - esiste un vero problema ecumenico per la Chiesa cattolica e le altre Chiese. Anzi, è il problema ecumenico più difficile del XXI secolo. Negli ulti- mi mesi questa realtà si è fortemente evidenziata e se ne è colto il rilievo politico. Non si tratta solo di un problema europeo, ma nordamericano e latinoamericano, importante anche per il Sud del mondo.

In Europa, anche per le Chiese, esiste, d'altra parte, il problema delle società che dall'inizio dell'anno si sono molto identificate nell'aspirazione alla pace. Qualche recupero politico di quest'area non è inimmaginabile, ma non potrà certo assorbire quella che è stata una mobilitazione morale prima che politica. Perché l'Europa è stata così fortemente per la pace? C'è un indubbio distacco dalla violenza maturato anche nel rifiuto del dolore e della sofferenza, Forse, come notava Dag Tessore in un suo recente libro su La mistica della guerra, l'ossessiva tutela dell'immunità corporea e della salute fisica, tipica della nostra società, rende così poco popolare quella guerra che appariva eroica o esaltante in altre età caratterizzate da una visione più familiare della morte e dell'oltretomba. Eppure la società nordamericana ha in comune con gli europei proprio questa sensibilità, ma mostra un sentire generalmente diverso di fronte alla guerra.

Esiste in Europa la memoria dei due terribili conflitti mondiali, quella di cui lo stesso Giovanni Paolo II si è fatto portavoce. Oggi l'Unione Europea, per molti, significa la scelta per la pace e il rifiuto di quei conflitti che hanno caratterizzato la storia europea. C'è poi la volontà, certo contraddittoria in tante sue espressioni, di manifestare una visione propria, cioè europea, diplomatica e non militare, per la soluzione dei problemi del mondo. C'è forse una domanda di politica internazionale europea, che i governi del continente non riescono ad interpretare e che nemmeno le istituzioni europee trovano ancora la strada per realizzare.

Non sottovaluterei neppure, alla fine, l'assorbimento del messaggio cristiano sul valore della pace, come un elemento importante che ha motivato, in maniera più o meno diretta, l'orientamento di una parte dell'opinione pubblica del continente. È un messaggio tipico della Chiesa del Novecento, da Benedetto XV a Giovanni Paolo II, con una continuità impressionante. Ed è un messaggio - si ricordi bene - che, anche in periodi difficili, è venuto proprio dal papa e dal centro romano della Chiesa, più che dagli episcopati nazionali. Questi ultimi, di volta in volta, sono stati più sensibili alle ragioni nazionali dei conflitti. Ma, per Roma, al di fuori di un'ottica nazionale e alla testa di un'internazionale" di fedeli presenti in tutti i Paesi, la guerra - e la guerra mondiale - era una realtà lacerante dello stesso mondo cattolico. La guerra è divenuta nel Novecento sempre più un terreno improponibile per il cattolicesimo. Del resto, le visioni dei papi del XX secolo hanno precedenti storici anche nell’Ottocento nel rifiuto della Santa Sede di aderire al blocco continentale di Napoleone o in quello di Pio IX di partecipare alle guerre nazionali italiane. Ma, nel Novecento, i papi hanno elaborato una visione articolata e approfondita della pace, dei metodi per preservarla e incrementarla, di come prevenire la guerra e via dicendo. Le recenti celebrazioni per il quarantennale della Pacem in terris di Giovanni XXIII hanno messo nuovamente in luce questo imponente corpus di riflessione.

D'altra parte la Santa Sede, pur essendo consapevole del ruolo preponderante degli Stati Uniti, è per una visione multipolare del mondo contemporaneo, in cui le responsabilità dell'Gnu non siano messe da parte. Il rapporto tra cattolicesimo ed Occidente (ed è un tema vitale su cui, però, non posso addentrarmi) resta decisivo per una Chiesa che guarda con preoccupazione all'Asia, il continente più estraneo al cristianesimo. L'Asia ha il minor numero di cristiani nel mondo; mentre con la Cina, la grande potenza emergente del domani, la Santa Sede non ha ancora risolto il grave contenzioso sullo statuto della Chiesa cattolica nel Paese. Tuttavia, alla fine, sulla funzione dell'Occidente (allargato anche all'America Latina e sensibile al futuro dell'Africa), la Chiesa di Roma ha una visione più vicina all'Europa che alla politica americana di questi ultimi mesi.

Al di là delle visioni geopolitiche, resta la realtà del multiforme movimento per la pace. È chiaro che il "grido" di pace di molti non aveva un carattere politico specifico, ma era spesso l'invocazione di un mondo migliore, alla fine dello stesso bene. Si potrebbe trarre da quest'orientamento una spinta per una nuova politica estera europea, che pone, tra gli altri problemi, quello della forza militare europea (e dell'amplissimo distacco dagli americani in questo campo). Mi sembra però di intravedere, al di là del generale distacco europeo dalla politica e dalle istituzioni, la domanda di una politica internazionale che sia comprensibile, magari per alcuni suoi temi forti, alle opinioni pubbliche e non solo agli addetti ai lavori. Ma si tratta di un altro ordine di considerazioni.

Il vero problema oggi è se dopo la fine della guerra all'Iraq avrà più senso parlare di pace e quale sarà la fine di questa vasta corrente che ha riempito le piazze europee e che ha manifestato i sentimenti della maggior parte degli europei occidentali. Il movimento della pace si ridurrà solo ad alcuni settori antiamericani? C'è il rischio di una deriva antisistema, che riguarderà una ridotta minoranza, su cui, però, è necessario riflettere. Per la maggioranza non si aprirà questa strada. Forse si inaugurerà una stagione di delusione e di rinnovato distacco dalla politica e dalle istituzioni? C'è anche, in questo settore, una responsabilità della Chiesa, non fosse per la vasta presenza cattolica, nel comprendere e nell'orientare questo mondo.

Mi sembra che l'anelito alla pace debba evolvere verso una cultura della pace, che è anche una cultura della responsabilità. C'è la dura prova del confronto con la realtà. Peraltro quel mondo "pacifista", per cui la pace è la richiesta di restare fuori dai grandi problemi, insomma di farsi gli affari propri, evolverà in tutt'altro senso. La cultura della pace, invece, esprime la consapevolezza che ormai, in un mondo globalizzato, tutti i destini sono connessi e che un interesse al di là dei propri confini è necessario come ieri lo era quello per la propria comunità locale o nazionale. L'interesse per la pace non rappresenta anche una rinascita di gusto per la politica, forse sugli scenari internazionali e non su quelli locali o nazionali, dove ormai si è manifestata disaffezione? Sono interessi da coltivare e non da umiliare, che possono essere la componente di una rinnovata cultura politica. Forse una nuova e diffusa sensibilità verso la Costituzione europea può rappresentare uno degli sbocchi di questa cultura della pace. Anche se i temi europei, non fosse che per il loro carattere complesso, risultano sempre limitatamente popolari.

Tuttavia, la cultura della pace non consiste solamente in una nuova visione geopolitica, ma domanda anche il fare concreto. Non è un caso che, nel 1963, Giovanni XXIII tenesse molto al fatto che la sua enciclica sulla pace avesse delle conseguenze pastorali ben formulate, perché i cattolici potessero trovare il modo di sentirsi partecipi di questa opera che era anche loro. Quando si parla di pace, a mio avviso, si apre il campo della solidarietà, che è caro al mondo dei cattolici. Anche se - va ricordato - il mondo del volontariato conosce una qualche difficoltà negli ultimi anni, specie presso le giovani generazioni. Infatti, nel mondo cattolico, c'è una tendenza spontanea a privilegiare gli aspetti spirituali della vita cristiana rispetto a quelli di impegno sociale, più popolari negli anni passati. In fondo il volontariato cattolico accolse nelle sue fila una generazione di delusi dalla politica che, a suo modo, cercava di fare qualcosa per gli altri. Oggi è diverso dagli anni Settanta-Ottanta. Si rivela, d'altra parte, pure una certa debolezza della spiritualità, per così dire, del volontariato stesso.

Tuttavia, uno degli sbocchi naturali della cultura della pace è quello della solidarietà, magari verso il Sud del mondo. La pace non riguarda solamente le guerre che sono sotto i riflettori della comunicazione internazionale. C'è un universo - come la Chiesa ricorda spesso - di "guerre dimenticate" (e lo ha fatto recentemente la Caritas Italiana). C'è un terreno dove la povertà e la violenza dell'economia (per usare un'espressione dell'ex direttore del Fondo monetario, Michel Camdessus) preparano lo sviluppo della violenza, del terrorismo e della guerra. Ed è questa una tesi cara al pensiero sociale cattolico, quella della connessione tra la povertà e lo sviluppo dell'instabilità politica e della violenza. Si aprono spazi di pratica della solidarietà alla portata di molti, più popolari e accessibili in un mondo in cui l'esistenza nei nostri Paesi del benessere si svolge tra il locale ed il globale. Non si deve, però, dimenticare che nella domanda di pace c'è anche l'espressione di tanti disagi e forse l'invocazione di un mondo migliore (per usare un'espressione un po' trita, che fu cara a padre Lombardi, il predicatore gesuita degli anni di Pio XII). Insomma, si apre una domanda di senso e di spiritualità che è da evangelizzare. Non una domanda da cui farsi travolgere, ma da evangelizzare. La pace è, in una visione cristiana, qualcosa di più dell'assenza della guerra, perché ha una sua dimensione spirituale e interpersonale, una dimensione che trascende il mondo dei nostri conflitti. La pace, che tanto spesso sembra calpestata nella storia umana, non è mai impossibile per chi crede, anche nel mezzo della guerra stessa. La pace si prepara e si salva lungo vie che non sono propriamente quelle della politica. Sono convinto che, a questo livello, ci sia un grande lavoro da compiere e molte distanze da colmare, anche nell'esplicitare come la vita della Chiesa sia già un grande dono di pace.

Non si tratta di "santificare" questa domanda di pace, che appare a tutti nella sua complessità e contraddittorietà. Non è un '68, che fallì come "rivoluzione politica" ma provocò un ribaltamento antropologico profondo e vincente. Si tratta di cogliere il significato di un "sentimento" che ha attraversato tanti europei, credenti di tutte le confessioni e laici. È un sentimento che non si può esprimere sempre negli stessi modi, pena la delusione collettiva o la radicalizzazione di minoranze antisistema. È un sentimento che ha manifestato differenti domande, ma che ha riacceso l'interesse di tanti per i fatti del mondo e per le decisioni politiche. Ed è - così mi pare - l'espressione di un modo tipico dell'uomo e della donna del XXI secolo di affrontare la realtà contemporanea: quello di un interessamento per il mondo - dove coloro che appartengono alla società del benessere viaggiano concretamente o virtualmente - e per il locale in cui si vive. E queste dimensioni del locale e dell'universale sono familiari alla tradizione e alla cultura della Chiesa.

Andrea Riccardi

Andrea Riccardi è uno storico, accademico e attivista italiano, fondatore nel 1968 della Comunità di Sant'Egidio. Di formazione giuridica, ha iniziato giovanissimo la carriera universitaria.

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