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Il Papato e il problema nazionale italiano

di Adriano Bernareggi

L'indirizzo di governo di Pio IX dopo la sua fuga da Roma è evidentemente mutato. Le libertà costituzionali concesse nello Stato pontificio furono per grande parte ritirate. C'è un regresso quindi nel papato di fronte al problema nazionale; un regresso per ora quasi esclusivamente nella politica interna dello Stato, ma che poi si manifesterà anche in un'opposizione assoluta e dichiarata al processo di unificazione.
Ma è proprio il Papa che ha cambiato il suo atteggiamento oppure sono le cose che hanno cambiato?
In un famoso discorso tenuto all'assemblea legislativa il 19 ottobre 1849 Montalembert si poneva questo quesito, e risolutamente: «Pie IX n'a ni changé, ni erré; il ne s'est ni trompé ni transformé». E allora? A che deve attribursi il cambiamento?

Ecco: «Parce que le nom et le drapeau de la liberté ont été usurpés par d'impurs et d'incorregibles demagogues qui l'ont souillé et' qui s'en sont servis pour faire triompher le crime...»
Davanti all'abuso che si era fatto della libertà tutti i governanti si videro costretti a limitarla. Tutti, senza eccezione; anche il piemontese. Questi non abrogò lo Statuto, ma affidò all'energia di Lamarmora la repressione delle sommosse di Genova; imprigionò e poi esiliò Garibaldi sbarcato a Genova dopo il suo epico salvataggio, per il delitto di aver partecipato attivamente alla repubblica romana; perseguitò instancabilmente tutti i rivoluzionari; Crispi e Cairoli furono espulsi; Mazzini fu condannato a morte; ai superstiti della spedizione di Pisacane si rifiutò l'ospitalità; la libertà di stampa fu limitata, ed osteggiata in ogni modo la pubblicazione dei mazziniani. E Cavour non approvò forse anche la repressione pontificia della sommossa di Perugia del 1859 e bollò di «faziosi» i ribelli?

Pio IX abrogò le libertà costituzionali, è vero; ma giustizia esige che si riconosca aver egli continuato a governare con paterna bontà ed aver rifuggito da ogni reazione. Salvo che si voglia chiamare feroce Pio IX per aver lasciato che la giustizia facesse la sua strada contro quelli che, come Monti e Tognetti, facevano ricorso nella lotta politica a mezzi così barbari da far inorridire il mondo, secondo la frase di Lamarmora.

Dal 1849 al 1859 l'idea nazionale si svolge lentamente. Il federalismo non appare ancora morto. Il Piemonte, e per esso il suo maggiore statista Cavour non pensa che ad allargarsi fino a ricostituire il regno italico di Napoleone. Per assicurarsi il Lombardo-Veneto ed i ducati, Cabour acconsente ad un trattato, nel quale Firenze e Napoli sono dati a due principi francesi.
Lo Stato pontificio naturalmente sarebbe del Papa, salvo forse alcune rettificazioni di confine. Cavour credeva in quel momento all'intangibilità di Roma.

Più elaborato di quello di Cavour fu il pensiero di Manin. Il programma della Società Nazionale fondata da questi è pure in tono federalista, come lo dimostra anche il motto che lo sintetizzava: Indipendenza ed unificazione. Anche Manin, come Cavour, non osava togliere Roma al Papa. Anrico repubblicano, il dittatore venento aveva compreso che l’unificazione italiana non era possibile praticamente che attraverso la monarchia sabauda, e però era uscito in quel grido : Italia e Vittorio Emanuele, che fu poi come il punto di incontro di tutti i patrioti italiani.
Ma, ciononostante, una profonda persisteva fra Manin e Cavour: Cavour era fondamentalmente dinastico; egli era sabaudo prima che piemontese, piemontese prima che italiano. Egli voleva unire l'Italia per la gloria del Piemonte, la gloria del Piemonte per l'esaltazione del suo Re. L’idea propulsatrice che in lui prevaleva non era quella dell'unità italiana, alla quale subordinasse poi semplicemente come mezzo migliore la forma monarchica di governo; bensì egli era dominato dall'idea monarchica, alla quale vedeva tornare assai profittevole la realizzazione di una unità italiana. Se per un'ipotesi Cavour fosse stato messo al bivio: o sopprimere tutte le dinastie, la sabauda compresa, per raggiungere l'unità italiana, o rinunciare all’unità per non sopprimere la dinastia sabauda, è da credere che avrebbe scelto il secondo corno del dilemma. Né questo modo di considerare il problema italiano fu esclusivo di Cavour; ma comune a gran parte degli uomini politici piemontesi.

Essi furono per l'unità perché questa coincideva col loro lealismo dinastico; se fra unità e monarchia fosse sorto un conflitto, il sentimento dinastico probabilmente avrebbe avuto il sopravvento. Anche Gioberti ebbe a riconoscere questo particolarismo piemontese, quando di Pellegrino Rossi trucidato disse: «La sua colpa fu di aver anteposto l’Italia al Piemonte».

Ma non così Manin. Le parole da lui scritte nel programma del 1855 contro l'egemonia piemontese sono degne di riflessione: «Pensate a far l'Italia e non ad ingrandire il Piemonte; siate italiani e non municipali». 
Il pensiero di Manin, condiviso già da tutti i fuorusciti e che ebbe un esponente un po’ ribelle, in verità, anche nel piemontese Brofferio, avversario implacabile di Cavour, finì col prevalere dopo il 1859, quando gli eventi, più forti di ogni più architettata combinazione diplomatica, segnarono per il problema nazionale italiano un indirizzo nuovo, più ampio. Anche Cavour, sempre abile nell'adattarsi ai fatti, lo accolse, facendosene promotore. E' fu fortuna per la causa unitaria che Napoleone III col trattato di Villafranca avesse delusi i piani di Cavour e le speranze d'Italia. Se la guerra contro l'Austria avesse proseguito nel suo corso trionfale, Cavour sarebbe stato costretto ad eseguire la convenziono franco-piemontese e ud abbandonare ai principi francesi la Toscana e le Due Sicilie. Nel qual caso con grande probabilità ben diversamente si sarebbero svolti gli eventi successivi. Austria e Francia si sarebbero trovati d'accordo nel taglieggiare l'Italia. Tendenza radicalmente opposta a quelle di Cavour e di Manin ebbe Mazzini. Un ideale lo dirigeva. Egli voleva la libertà. E la libertà assoluta dei popoli è la libertà dei cittadini entrò lo Stato; questa doveva essere integrata dalla libertà delle nazioni nel mondo; e questa a sua volta doveva essere indirizzata ad una grande democrazia universale. Egli non s'accorge, come Manin e Garibaldi che la realizzazione della libertà nazionale italiana non è possibile che attraverso la monarchia. «Egli non conobbe necessità storica, e vuole tosto la repubblica».

Il suo odio si porta in uguale misura sulla dominazione straniera e sulla monarchia, sulla monarchia borbonica come sulla sabauda. Solo la volontà di un popolo poteva secondo lui rendere grande la conquista della libertà, e non l'ordine di un re; la rivoluzione spontanea ed irresistibile, e non la guerra fatta con un esercito, cieco strumento del potere regio.

Questi principi, ai quali Mazzini si mantenn fedele anche quando tutto e tutti si volgevano contro lui, spiegano tutta la sua condotta, spesso in contrasto cogli interessi nazionali d'Italia. Già nel 1833 fra i progetti della Giovane Italia ve n'era uno che mirava ad ottenere il concorso dell'Inghilterra mediante la cessione di alcuni porti della Sicilia: e nel ·1834 Mazzini iniziava la sua attività con un tentativo di invadere la Savoia, perché il popolo liberamente avesse a dichiarare se preferiva restare congiunto al Piemonte oppure passare alla Francia od alla Svizzera. Ma dopo il 1849 la lotta fra le correnti repubblicane e monarchia si accende più viva. Cavour e Mazzini sono due terribili avversari. Cavour, per demolire Mazzini, giunse fino ad accusarlo in pubblico Parlamento di aver congiurato contro Vittorio Emanuele.

Mazzini negò. Chi dei due disse il vero? Non ci interessa saperlo; ma certo uno dei due operò iniquamente, o Cavour calunniando o Mazzini congiurando. D'altra parte è certo che Mazzini continuò indefessamente le sue trame rivoluzionarie contro il Piemonte, favorì le sommosse un po’ ovunque, specialmente a Genova, sino al 1869: cercò con scritti di subornare i soldati partenti per la guerra di Crimea; preparò la spedizione di Pisacane nel Napoletano allo scopo di controbilanciare l'influenza del governo Subalpino nelle vicende italiane; dopo la spedizione dei Mille si sforzò di far proclamare la repubblica in Sicilia e di impedirne la annessione al Piemonte monarchico; si oppose all’impresa garibaldina contro Roma nel '1867 temendo che la monarchia se ne avvantaggiasse; disse di preferire che Roma per qualche tempo ancora rimanesse dei Papi piuttosto che essere della monarchia. «O fare a danno della monarchia o non fare» era divenuto il suo programma.

Ho voluto diffondermi alquanto nella esposizione del pensiero di alcuni principali fattori del Risorgimento italiano, perché si veda quanto esso fosse imperfetto, quanto contrario in molti punti ai reali interessi politici della nazione. Perché dunque concentrare i propri strali sul papato, quanto tutti ebbero qualcosa da farsi perdonare?

D’altronde l’atteggiamento nuovo di Pio IX di fronte al problema nazionale italiano era legittimo. Fintanto che gli fu possibile, il Pontefice mantenne fede al suo ideale federalistico. Egli dovette sperarlo ancora nel 1839, quando nel trattato di Villafranca i due imperatori d’Austria convennero di fondare una confederazione italiana, della quale il Papa sarebbe stato presidente onorario.

Ma subito dopo la sua speranza svanì e per sempre. L’annessione al Piemonte della Lombardia, dei Ducati, della Toscana, delle Due Sicilie, delle Legazioni e delle Marche significava chiaramente che l’unificazione italiana sarebbe avvenuta nell’unità di Stato. La sorte dello Stato Pontificio era quindi segnata, e Pio IX, che nella guerra fatta al potere temporale vedeva un attentato a quello spirituale credette suo dovere, non di sovrano territoriale, ma bensì di pontefice, di opporvisi con ogni forza.

Si aggiunga che da qualunque parte egli si volgesse nulla vedeva che lo potesse lusingare. Tutto era buio. Mazzini e Garibaldi nel loro odio confondevano il re di Roma e il capo della cristianità, il governo politico dei papi e la dottrina religiosa da essi rappresentata, Roma papale e Roma cristiana.

Nessuna forma religiosa fu sacra per Garibaldi. Ma Mazzini fu ancora più temibile. Il suo teismo dava un insidioso sapore mistico alla sua predicazione rivoluzionaria, e opponeva quasi alla religione rivelata cristiana una religione nuova dell’umanità. Ora che poteva attendere di buono il Papa da costoro, quando si fossero insediati in Roma?

Né molto di meglio gli era lecito sperare dalla monarchia piemontese. Tutta la sua legislazione più recente era intonata all’anticlericalismo. Espulsione dei Gesuiti e delle Dame del S. Cuore, abolizione del Foro ecclesiastico, del diritto d’asilo e delle immunità ecclesiastiche, imposizione del regio assenso per l’acquisto di stabili da parte delle manomorte, riduzione delle feste, introduzione del matrimonio civile, soppressione parziale degli Ordini religiosi e di alcuni Benefici ecclesiastici, resa più tardi completa per gli Ordini religiosi ed allargata per i Benefici, abolizione dell’Economato regio-apostolico, riorganizzazione dell’asse ecclesiastico con soppressione delle decime e dei contributi ecclesiastici, aggravamento delle leggi penali contro gli abusi dei ministri di culto, inasprimento delle leggi fiscali per i beni ecclesiastici, applicazione più rigorosa degli antichi pretesi diritti di exequatur, di placet con consecutiva vacanza di molte sedi vescovili, persecuzione violente contro persone ecclesiastiche (come nel 1850 contro gli arcivescovi di Torino e di Cagliari, Mons. Fransoni e Mons. Marongin), ecco nelle sue linee sommarie il bilancio della politica ecclesiastica del governo sabaudo dal 1848 al 1870.

E Pio IX avrebbe dovuto essere contento che un tale governo avesse ad estendersi su tutta l’Italia ed avesse a stabilirvisi a Roma?

Si è pensato che Cavour abbia voluto una simile politica non già per una chiara concezione teorica dei rapporti fra Chiesa e Stato (la famosa frase: Libera Chiesa in libero Stato, da lui mutuata da Montalembert, senza comprenderla, indica abbastanza chiaramente la sua mancanza di idee precise in proposito), ma solo allo scopo di emancipare, creando ed esagerando un conflitto, fra il governo piemontese e Roma, e fors’anche per costringere la Santa Sede, con una specie di ricatto politico, a non intralciare troppo l’opera del Piemontese sotto pena di veder rinnovata e inasprita la persecuzione religiosa. Se questa fu realmente la mente di Cavour, perché meravigliarsi che Pio IX abbia osteggiato le ambizioni di Casa Savoia? Pio IX non avrebbe che eseguito i piani di Cavour, e non che condannarlo lo si dovrebbe compatire per essere ingenuamente caduto nel laccio tesogli dall’abile ma spregiudicato statista piemontese.

Ed appunto nella mancanza di moralità della politica di Torino deve forse cercarsi una ragione della diffidenza di Roma. Si ritiene che la politica sia amorale; ma tale non è il parere della Chiesa che, pur non confondendo politica e morale, riconosce nella morale la funzione di limite per qualunque attività umana, non esclusa la politica. Orbene i principi del liberalismo dottrinario, sopra i quali il nuovo stato italiano si poggiava, come anche le norme politiche del non intervento o del fatto compiuto (la storia recente li ha smentiti) che il suo governo proclamava, erano troppo in contrasto coll’insegnamento tradizionale cattolico perché il Papa potesse approvarle o anche solo si rassegnasse a vederle tacendo.

Che anzi, fin lo stesso principio vero e sacro dell’indipendenza della patria era così esposto, spiegato interpretato e difeso, da farlo divenire falso e detestabile. Il sentimento nazionale lo si opponeva come inconciliabile al religioso. La Patria era posta sopra Dio. E, come il socialismo odierno, uccidendo ogni aspirazione dell’individuo, così il liberalismo politico di allora, posponendo ad esso qualunque altro interesse anche religioso, sembrava non vedesse nulla all’infuori del problema nazionale. Due forme diverse di uno stesso materialismo pratico, antitetiche però entrambi col pensiero cristiano.

Così si arrivò al 20 settembre 1870. Roma occupata, Pio IX non recedette. Ripeté il suo: Non volumus, non possumus, non debemus; e rimase nella più assoluta intransigenza.

È evidente ormai. Pio IX, circondato da consiglieri poco avveduti non ebbe una esatta percezione del momento storico che attraversava. Egli si ingannò nel valutare i fatti e le loro conseguenze. Credette che Roma non sarebbe stata capitale d’Italia che per qualche mese o per qualche anno, non più. Il mondo cattolico avrebbe ridata la città interna al papa.

E son passati cinquant’anni!

Pio IX rifiutò quindi di migliorare la sua posizione; la peggiorò anzi, abbandonando la Città leonina, che pure non era stata compresa nella capitolazione firmata da Cadorna e da Kanzler. Né volle entrare in trattative di sorta. E l’Italia fece da sola la legge delle Guarentigie.

Due furono probabilmente i sentimenti che guidarono Pio IX in questo suo modo di agire: un assoluto abbandono in Dio, al quale egli diceva appartenere la causa pontifica, e la segreta speranza, che quanto peggiore si sarebbe fatta la sua condizione, tanto più pronta sarebbe stata la reazione cattolica.

Già sotto Pio IX furono avanzate le prime proposte di conciliazione. Ma tutte fallirono: quelle di Jacini, di Mamiani, di Eusebio Reali, perché inaccettabili dal Papa, che non voleva transigere nei suoi diritti, quello del venerabile Don Bosco perché, quantunque conforme a giustizia, troppo esigeva dallo Stato.

Più forti speranze spuntarono coll’elezione di Leone XIII, in voce di liberaleggiante. L’abate Tosti, Mons. Scalabrini, l’on. Fazzari prestarono la loro opera. Ma anche questa volta a nulla si approdò.

Nel 1887 ogni trattativa fu sospesa, anche per l’intransigenza del governo italiano, che nella conciliazione intravvedeva l’ombra di Canossa. Tuttavia, pur prescindendo dalla disposizione soggettiva delle parti, è probabile che ad un accordo non si sarebbe ugualmente arrivati per la reale difficoltà di trovare un modus vicendi. Ma intanto un passo in avanti era stato compiuto: le die parti si erano avvicinate. È assurdo infatti pensare che la Santa Sede, accettando di trattare, pensasse a distruggere l’unità nazionale.

Dopo il 1887, durante il restante periodo del pontificato di Leone XIII e per tutto quello di Pio X non si ha notizie di altri tentativi diplomatici per sciogliere la angosciosa questione romana in modo da rispettare le compiute aspirazioni nazionali d’Italia. L’esperienza aveva dimostrato che troppo discosti erano ancora i due punti di vista, il pontificio e l’italiano. Bisognava attendere che la lontananza diminuisse. Il tempo avrebbe operato il miracolo.

Ed ora è passato mezzo secolo dal 20 settembre 1870.

Riandando il passato, noi ci sentiamo oggi di poter giudicare il conflitto fra l’Italia e il Papato con animo ben più equanime che non lo sia fatto prima. Tutti furono allora spinti da impulsi nobili e generosi. Religione e Patria sono entrambi ideali degni che per essi si abbia a combattere od a morire. Ma sfortuna volle che essi venissero in contrasto nei cuori italiani. Da qui il lungo conflitto che ancora dura.

Fra quelli che alla causa nazionale anteposero la religione e quelli che la posposero, la nostra preferenza di uomini credenti è certo per i primi, perché per noi la religione è sopra le anime, lo spirito sopra la materia, l’eterno sopra il contingente. Ma nemmeno i primi approveremmo incondizionatamente nell’ipotesi si una conciliazione possibile de due ordini di bene.

Si verificò tale possibilità allorquando l’Italia si faceva? Forse no; alcuni intelletti acuti, precorrendo i tempi, credettero questi maturi; ma non lo erano; ancora non esistevano quelle condizioni storiche e giuridiche, di fatti e di animi, che sono indispensabili alla pacifica convivenza dei due poteri in Roma. D’altra parte le passioni del momento aggirarono talmente l’opposizione da rendere impossibile un’intesa.

Non gridiamo colpa a nessuno, noi. Se colpa vi fu, questa fu per gran parte degli avvenimenti più che non degli individui. La storia nel suo svolgimento non permise a nessuno di comprendere la realtà vera delle cose, e gli individui furono le vittime degli avvenimenti in mezzo ai quali essi si movevano.

Nell’avvenire però noi vediamo un cielo più sereno. Molte cose si sono cambiate dal 1870, molti pregiudizi sono scomparsi, una nuova mentalità giuridica si è formata. Ciò che un giorno appariva ed era impossibile oggi si è fatto possibile; perché non si potrebbe adunque sperare in una prossima pace fra l’Italia una e il Papato?

È dunque il voto più ardente dei cattolici italiani nel cinquantennio di Porta Pia: di poter amare, senza più alcun rincrescimento né sottintesi, la patria che Dio ha dato loro.

 

Adriano Bernareggi

Adriano Bernareggi (Oreno, 9 novembre 1884 – Bergamo, 23 giugno 1953) è stato un arcivescovo cattolico italiano.

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