Il senso della missione e la bellezza della fede

Il senso della missione e la bellezza della fede

di Luigi Giussani

Quello di cui oggi abbiamo bisogno – di cui io sento il bisogno e di cui vedo che la gente ha bisogno – non è l’imperversare della parola contro il peccato, ma innanzitutto la riaffermazione del motivo per cui il peccato è brutto, è laido: il motivo è l’attrattiva dell’Essere, del vero e del bene; l’attrattiva del vero, l’attrattiva di Gesù, l’attrattiva di Dio. E questo si rende noto al cuore dell’uomo secondo una varietà sterminata di forme e di modi che corrispondono a fenomeni che si chiamano carismi, vale a dire a doni dello Spirito perché la fede, l’oggetto misterioso della fede sia più facilmente, in modo più affascinante, in modo più ricco e in modo più fedele perseguito, ricevuto e, con la grazia di Dio, attuato.

In ogni caso, devo ringraziare innanzitutto monsignor Cordes, perché se il primo a sostenere i movimenti è stato Giovanni Paolo II, dietro Sua Santità, come un guerriero pronto all’attacco, c’era lui. Noi seguiamo le indicazioni che la santa madre Chiesa, con lo stigma papale, con il sostegno di vescovi autorevolmente segnati per questo, ha approvato più e più volte, anzi, sempre. Come ha approvato 800 anni fa certi ordini, certi monasteri, adesso approva anche il nostro, molto più piccolo, sparuto, ma non pusillanime, tentativo.

Mi permetto di dire quello che mi ha suscitato l’invito ricevuto per questo incontro, con quel titolo, con quella parola in grande: «Chi manderò?». Ma chi pronuncia questa parola è il Mistero! Il Mistero che fa tutte le cose dice: «Chi manderò?», anzi, aggiunge: «E chi andrà per noi?» (Is 6,8). C’è qualche cosa che faccia venire più i brividi a un uomo, non giovane nel senso che abbia 17 anni, ma giovane come spirito, fertile ancora, senza nessun paragone, fertile come animo, che abbia la fede, la speranza e la carità innestate dalla misericordia di Dio in termini non dubbi, senza dubbiezze? Quando la dubbiezza è una tentazione si chiama «tentazione del dubbio», ma quando la tentazione del dubbio diventa una tergiversazione, allora incomincia a diventare dubitosità, «dubbiezza», ed è una caligine che inizia a offuscare o il crepuscolo del giorno che finisce o il crepuscolo del giorno che nasce. In entrambi questi casi uno va malinconicamente a letto, mentre nell’altro caso, uno, pur con una certa paura e con una certa perdita di forze, con una certa fiacchezza, va all’attacco necessario per vivere, per sussistere.

«Chi manderò e chi andrà per noi?». Io mi permetto di chiedervi, da fratello, di leggere stasera, prima che vi addormentiate, il sesto capitolo del Libro del profeta Isaia; poi ditemi se avete mai letto in vita qualcosa di più drammatico, di più misteriosamente drammatico, di più provocativo, drammaticamente provocativo. Quante volte ho letto questo pezzo! Ma soltanto con l’annuncio di questo incontro, questo capitolo di Isaia mi è apparso in tutta la sua drammaticità, in tutta la sua tragicità. Perché se il drammatico è là dove intervengono un io e un tu, un io-tu e un noi, un noi e un voi, il tragico è là dove questo intervento va a finir male, con più morti che feriti, con più morti e feriti che sani, quasi un nulla di fatto, come è il consuntivo della vita come esistenza e come storia per i più: perché non c’è nessuno di cui il «sole» che illumina la verità dell’esistenza e della storia può servirsi come spalle su cui poggiare. Come si chiamano coloro che vanno in giro con le pubblicità sulle spalle? Uomini-sandwich. Il mistero della Trinità trova pochi uomini-sandwich! Siccome chi parla è il mistero della Trinità, il mistero della Trinità trova pochi seguaci che facciano gli uomini-sandwich.

«Chi manderò e chi andrà per noi?» Queste parole sorgono dalla profondità abissale, inimmaginabile e reale, del Mistero che fa tutte le cose, che si chiama ben «Padre», per qualcosa che pur ha verso di me, verso ognuno; ma per la nostra debolezza, per la nostra paura, per la nostra angoscia, facilmente questo termine è oberato di responsabilità sbagliate come l’immaginazione con cui noi le pensiamo, disoneste obiettivamente – ma quanto colpevoli, chi lo sa? Per tutta questa non verità possibile nel modo di percepire le cose (dalla lettura di Isaia agli accadimenti della nostra vita personale), forse per questo Egli ha fatto dominare come titolo sulla Sua bandiera di battaglia con i demoni e con gli uomini, con i tempi e con gli spazi, con le vite e con tutta la storia dell’umanità, ha fatto scrivere sul Suo stendardo – come ultima parola, ultima parola che definisca il Mistero – «misericordia».

Ma sappiamo, di fatto, che il Mistero si è svelato, si è disvelato attraverso un uomo – un uomo!: un ebreo, Gesù, figlio di Maria, che abitava a Nazareth. Allora il «Chi manderò e chi andrà per noi?» può segnalare con esattezza lo scopo, lo scopo per cui il Mistero cerca chi faccia l’eco della Sua preoccupazione paterna, creativa. La segnalazione precisa dello scopo per cui qualcuno deve ben essere mandato ci è data da Gesù nel diciassettesimo capitolo di san Giovanni. I primi cinque versetti di questo diciassettesimo capitolo potrebbero essere un’aggiunta alla lettura di Isaia (capitolo sesto) di questa sera. Così gli animi si calmano, anzi, diventano vibranti, diventano lieti: «Renderò evidente la Mia presenza dalla letizia del loro cuore». Il miracolo – giustamente così si chiama l’emergenza nell’esperienza sensibile, nel tempo e nello spazio, della potenza, della luce e della creatività divina –, il grande miracolo, il più grande miracolo è la letizia del cuore dell’uomo: non perché ignaro di sé, ignaro dei pericoli, ma perché consapevole di Colui da cui viene e a cui va e con cui cammina. Perché il Mistero è diventato un «Tu» nel senso reale, concreto, materno e paterno, amichevole – come quello del ragazzo alla sua ragazza, quando, con ingenuità pura, le dice: «Ti voglio bene».

Queste parole che ci dice Gesù all’inizio del capitolo diciassettesimo di san Giovanni, dunque, provocano in noi quella gioia, quella possibilità di gioia, quella possibilità di letizia per la quale noi volentieri, nonostante la nostra pusillanimità, gli abbiamo prestato la vita. Vita. Vita e verità. Questo è un connubio che solo Lui ha fatto. La vita e la verità. Veritas et vita: è un discorso liturgico. E: Quid est veritas? Quid est vita? Vir qui adest, un Uomo che è qui, che è qui tra noi, che cammina con noi. La più bella pagina di tutta la letteratura universale sarebbe altrimenti rimasta quella in cui Mosè dice a Dio: «Se Tu non ci accompagnerai, noi non ci muoveremo di qui». «Io camminerò con Voi» (cfr. Es 33). Talmente Cristo ha realizzato questo, che è diventato un fratello che quotidianamente partecipa a ogni gesto di vita, a ogni atto di vita nostro, veramente compagno; anzi, così compagno da essere così amico che nessuno è tanto amico quanto Lui. Così abbiamo imparato che la morale sorge – ha la forza di sorgere e di continuare, secondo ritmi che il mistero della grazia di Dio solo sa e può giudicare –, la via della moralità nasce da un’affezione (anche quando è malcelata a se stessi), da una simpatia, da un sentirsi appartenenti a Lui.

Quel «Chi manderò?» mi ha risvegliato tutti questi sentimenti, e in base a questi non si può non diventare, come ha detto monsignor Cordes, «disturbatori». Quanto tempo è passato da quando il cardinale Giovanni Colombo – che, tra l’altro, mi voleva personalmente molto bene – mi chiamò e mi disse: «Guarda, i parroci sono contrari a Gs». «E perché?» chiesi. Non mi ricordo bene i dettagli, ma ultimamente mi riassunse in questa parola tutto: «Perché dove arrivate “disturbate”». Allora gli risposi: «Beh, eminenza, mi perdoni la sfacciataggine, però si disturba anche chi dorme». Dico questo perché se c’è una cosa che non ha fatto paura a monsignor Cordes (posso testimoniarlo in tantissimi casi) è stata la possibilità dell’accusa di essere «disturbatori». Portare il Verbo di Dio, pronunciare il Verbo di Dio, portare il Verbo di Dio sulle proprie spalle nel mondo come uomini-sandwich – perché che cosa appartiene di Te a me? È così poco quello che di Te appartiene a me! Ma io so che Tu sei vero, e avendo speranza in Te vorrei che Tu mi purificassi come Tu sei puro; portare il Verbo di Dio nel mondo, come lo si può fare senza disturbare? I primi a essere disturbati siamo noi stessi, che potremmo vivere più tranquillamente e senza render conto a nessuno (come tanto clero anche sa).

Comunque, supponiamo di essere a Nazareth, pressappoco duemila anni fa. Stiamo andando, in due, tu e io, per esempio, per la strada di Nazareth. Non abbiamo nulla da fare, è domenica – cioè è sabato – e a un certo crocicchio vediamo un gruppetto di gente: «Ah, sarà il solito Gesù!». Passiamo vicini e sentiamo delle parole importanti; per esempio in quel momento sta dicendo con una certa enfasi: «Io sono la via, la verità e la vita». Abbandonando immediatamente l’obiezione – che pur rimane, ma come inattiva – ci accostiamo anche noi e Lo sentiamo parlare; Lo sentiamo parlare in quel tal modo per cui non si può rimanere indifferenti, non si può non ritornare da Lui un’altra volta, non si può non ritornare altre volte, non si può evitare il pericolo addirittura di abbandonare la propria famiglia e di andare dietro a Lui, non si può impedire l’ipotesi che Lui dica: «Vieni con me». Ora, se avessimo attraversato di schianto le due o tre file che Gli facevano da contorno e Gli avessimo chiesto: «Ma tu, tu, Gesù, chi sei? Come mai sei qui? Tu chi sei?». A trecento preti di Pesaro e di Rimini radunati in un corso di esercizi, parlando di questi temi, io dissi che Lui avrebbe risposto (se leggete il Vangelo di san Giovanni dal capitolo quinto al capitolo diciassettesimo dovete forse convenirne): «Io sono il mandato dal Padre».

«Io sono il mandato dal Padre». Quando ho visto per la prima volta Kiko Arguello, ho detto: «Questo uomo, che è come niente, che è niente come me, che è “come” niente, è il mandato dal Padre». Non ho mai parlato con lui neanche per un minuto senza essere attraversato da questo pensiero. Per esempio, l’ultima volta, quando gli ho detto con enfasi: «Kiko, noi vogliamo fare con voi, vogliamo aiutarvi ed essere aiutati da voi, qualsiasi cosa voi abbiate bisogno», e lui mi ha risposto: «Eh, non si può!». «Come, non si può?», ho replicato; e lui: «C’è il peccato originale»... Ma sentir dire a quell’uomo: «C’è il peccato originale», non era sentirsi ripetere una formula catechistica: era un dolore, che diventò per un istante fisico, e raggelò tutti. Due minuti dopo diceva che sarebbe venuto a Rimini. A proposito di non collaborazione!

«Il mandato dal Padre». Mandato a far che? Mandato per che cosa? Perché fosse reso noto il Mistero che stava sotto quella voce: «Chi andrà per noi?», perché fosse resa possibile a ogni uomo la vita eterna. «Questa è la vita eterna: che conoscano Te, solo vero Dio, e Colui che hai mandato, Gesù Cristo» (Gv 17, 3). O è vero o non è vero. Se non è vero c’è il nulla, il niente. Il niente. Arrovèllati fin quando vuoi, potrai costruire, o uomo, dei manichini, ma non potrai evitare il nulla che sta dietro di essi.

Ciò per cui Cristo è stato mandato, ciò per cui ogni cristiano è stato mandato, è una battaglia tra la verità e il male, tra Dio e Satana, tra Dio e il «Nemico» (come mi ha scritto un ragazzo l’altro giorno). Perché il peccato originale, che viene come veleno da questo Nemico, non è soltanto il quasi ridicolo tentativo di mettere il nostro io al posto di Dio (come se il nostro io fosse creatore, potesse competere con la parola «creatore»); è piuttosto una cosa che possiamo coltivare anche in noi, ospitare in noi, per commissione di Satana, e realmente subirne le conseguenze: è la sfida a Dio, un odio a Dio, perché se è stato ucciso Gesù è stato per un odio al vero. «Di questa età superba, / che di vote speranze si nutrica, / vaga di ciance, e di virtù nemica; / stolta, che l’util chiede, / e inutile la vita / quindi più sempre divenir non vede» diceva Leopardi ne Il pensiero dominante, ed è la descrizione molto più dei nostri tempi che dei suoi. È l’orgoglio. L’orgoglio!

Non li leggo, perché temo di essere già oltre i limiti di tempo che mi ero prefisso, però vi do ancora nota di due brani di san Paolo da meditare: Galati 2, 20-21 e Seconda Corinti 5, 14-17. Poco o tanto, il cristiano è definito da questi brani. È una cultura nuova. Se per «cultura» si intenda una posizione che affronta tutta la realtà, come tutta l’espressione del proprio io, da un punto di vista così potente da essere unitario, da un punto di vista così semplice che si riflette tutto nell’acqua cheta e vergine dell’autocoscienza; se per cultura si intenda questo, è una cultura nuova: è un modo nuovo di veder le stelle come di vedere la propria madre. In questa cultura nuova diventa un argomento di vita diverso l’esistenza dell’uomo e del mondo, perché diventa diverso il soggetto umano. L’Eucaristia, questa Eucaristia innanzitutto implica un uomo, un soggetto diverso; è un gesto che può essere compiuto soltanto da un uomo, da un soggetto diverso, un soggetto diverso non come umanità, ma come significato della sua umanità; e il significato di un io, il significato di una umanità, il significato di una soggettività è dato dal «tu» a cui si riferisce. Cristo rende presente nella nostra vita un «Tu» che non poteva essere né pensato né sognato da noi.

Per questo noi non possiamo parlare di Eucaristia senza essere costretti a riandare al miracolo più grande che nel mondo è avvenuto. Da quando c’è il mondo, il miracolo più grande che sia avvenuto e che avvenga – ha incominciato ad avvenire con Cristo e avviene ogni giorno nella vita della Chiesa – è il mistero del Battesimo: un «uomo nuovo», una «nuova creatura», un nuovo modo di vedere, di sentire, di gustare, di affrontare le cose. Una totalità di novità che non necessariamente si manifesta di colpo: avviene con la lentezza con cui dal seme nasce la grande pianta, il grande cedro o il grande cipresso, ma muta lo scenario, muta cioè la modalità con cui le cose avvengono, il giudizio sulle cose che avvengono. Lo scenario che muta – Cordes lo ha richiamato nel libro – si chiama «liturgia»: tutto diventa liturgia. Liturgia: il riconoscimento e la lode di tutto il popolo, secondo la totalità della sua vita, al Dio che l’ha creato.

Questo riflesso ampio di respiro, in cui la vita viene guardata e riconcepita, è il punto dove nasce, si sorprende nascere, la letizia, la pace e fin la gioia: «Vi ho detto queste cose affinché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena» (Gv 15,11) disse Gesù quella sera, poche ore prima di essere ammazzato. Le delineazioni e le definizioni tecniche a me hanno dato spazio continuo a questo sussulto di gioia, di letizia e di pace. È un altro uomo che è entrato nel mondo, è una nuova creatura! «Non parlatemi di nient’altro – dice san Paolo –, c’è una nuova creatura». Ma anche Cristo può essere guardato non secondo gli occhi della nuova creatura, come fanno tutti quei teologi che applicano l’esegesi in un certo modo. Anche Cristo può essere guardato non con gli occhi di una nuova creatura. Ma, oramai, per noi non può essere più così: noi guardiamo Cristo con gli occhi nuovi che Lui stesso ha aperti in noi. E come guardiamo il volto di Cristo guardiamo il volto di nostra madre, di nostro padre, guardiamo la terra e il cielo, guardiamo il passato (memoria), il presente (responsabilità, risposta, o sguardo stupito, o domanda certa e umile) e il domani (ricchezza di una speranza senza fine).

Col Battesimo che crea il soggetto nuovo, con la Liturgia che trasforma la verità dei nostri rapporti quotidiani con tutto e all’interno di noi stessi, con tutti i compagni, gli amici e coloro che ci circondano, con tutte le cose (anche con la pioggia e il sole che tentano di intristire o cercano di illuminare il mattino della nostra giornata), si comincia a presentire con chiarezza il vertice, l’acme di tutta la storia nuova che, partendo da Cristo, arriverà alla fine del mondo, all’ultimo dei giorni. La parola Eucaristia indica proprio questo ultimo vertice o l’eco di questa ultima parola, per la quale antropologicamente la mia vita viene sentita diversa (un grido a Dio), la vita della società è sentita diversa (un luogo dove Dio deve essere riconosciuto), e la storia è sentita diversa: una gloria, una gloria del Dio fatto uomo che ci accompagna fino all’ultimo giorno, dal primo all’ultimo giorno – dal primo giorno della nostra esistenza all’ultimo dell’esistenza comune. L’Eucaristia è un inno di lode, è la forma suprema di preghiera; la forma suprema di preghiera, che nasce dal dolore della croce e dalla gioia della resurrezione. E se è inevitabile, come condizione, la prima, è sempre certo che della seconda è la vittoria. Ogni giorno nostro, allora, comprendiamo che è chiamato a sperimentare questa croce e questa resurrezione, questo unico grido con cui tutta la nostra umanità si aderge al Mistero che l’ha fatta attraverso la consapevolezza della presenza di Colui che è diventato figlio di donna per essere compagno di cammino a ogni uomo. La gloria di Dio. La gloria di Dio diventa così la formula ultima – da tutti i punti di vista –, la formula ultima dell’uomo nuovo che il Mistero manda nel mondo per testimoniare la verità, la vita, attraverso la sequela a Gesù.

La gloria di Dio. Ma la gloria di Dio, pur oggetto di tante discussioni, di tante meditazioni discusse, è chiara, se per gloria di Dio si intende il paradiso. Nel paradiso non c’è più diavolo che tenga, non c’è più Hitler che tenga, né altri nomi che tengano. Non c’è più nessun nome di peccatore che tenga: Dio vince, ha vinto! Dov’è, allora, il problema? Fare per la gloria di Dio è bello se è una scelta di campo, contro qualcheduno, non per essere contro, ma perché non si può non andare contro, altrimenti non ci sarebbero due campi, ma uno solo: bene, diciamo contro il Diavolo. Il problema, allora, è la gloria di Dio come gloria di Cristo. Il problema è la gloria di Cristo! Come uomo, Cristo ha più gloria nella storia umana, o meno gloria, a seconda che io lo riconosca o no, a seconda che io sia fedele o no alla soggettività nuova che il suo Battesimo fa nascere in me, fedele nel vivere il mondo secondo la grande liturgia del popolo di Dio che invade tutto – tutto –, anche quando esso è perseguitato, e partecipe al grido eucaristico di quella lode a cui nessuna creatura è capace di tenere il passo. È per la gloria di Cristo che siamo mandati. La gloria di Dio afferma la sovranità del Mistero nell’eterno, mentre la gloria di Cristo grida la bellezza e la bontà, il sacrificio e la vittoria di un Uomo, nato da donna, nel tempo e nello spazio. Fino all’ultimo istante di tempo e di spazio della storia il problema è la gloria di Cristo.

Noi abbiamo sempre sentito i movimenti come una cosa sola, vale a dire come il momento più acuto di «autorealizzazione della Chiesa» (è il Papa che ha usato questo termine) proprio per questo: perché la passione per Cristo è il culmine, il vertice di tutto. La passione per la gloria di Cristo. E ci siamo sempre confortati dicendoci: «C’è qualcosa di più puro – di più “puro” nel senso di “verginale” – di questo? Di più gratuito? C’è?». Aspetto ancora che me lo dicano.

Luigi Giussani

Luigi Giussani è stato il fondatore di Comunione e Liberazione. Per anni docente di religione al Liceo Berchet di Milano, è stato professore di Introduzione alla teologia all'Università Cattolica. La sua opera più nota è "Il senso religioso".

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Il senso della missione e la bellezza della fede
Autore: Luigi Giussani
Formato: Articolo
Il paradosso dei “disturbatori” che si fanno servitori di Cristo e il senso autentico della domanda: «Chi manderò?». A due mesi dalla scomparsa, un intervento inedito del fondatore di Comunione e Liberazione, che risale al maggio 1996.
€ 3,60

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