Islam misconosciuto? Rileggiamo la storia

Islam misconosciuto? Rileggiamo la storia

di Jean-Luc Nancy

È con una certa sorpresa che sento tornare oggi un rimprovero che credevo superato: quello del misconoscimento o del non riconoscimento dell’Islam da parte dell’Europa (o da parte dell’Occidente, a seconda dei lessici – ma credo più corretto, qui e per il momento, parlare dell’Europa, principale se non unico attore storico in questo affare). Il rimprovero ritorna, carico di rancore e di riprovazione, non solo sui social network, ma anche nelle affermazioni di persone colte. Ne sono sorpreso perché mi sembra che, da almeno una ventina d’anni, tale rimprovero sia stato parecchio formulato, discusso, precisato e – credevo – superato.

Non voglio certo dire che sia stato respinto. La sua correttezza è stata riconosciuta e, mi sembra una volta ancora, i suoi retroscena sono stati messi in luce. Beninteso, l’Europa ha trascurato, dimenticato, rimosso e talvolta addirittura occultato ciò di cui era debitrice, in tutta evidenza, alle culture musulmane di lingua araba (e di popoli diversi) dei sette secoli che hanno preceduto il XIV (da cui possiamo datare, approssimativamente, il momento di essenziale divergenza fra due mondi nello spazio mediterraneo o europeo). Questo è stato riconosciuto, ed è anche stato mostrato fino a che punto, nel passato, l’atteggiamento nei confronti dell’Islam è cambiato e, per dirlo in breve, si è indurito o opacizzato, soprattutto a favore della colonizzazione e dell’industrializzazione. Gli studi in proposito non sono mancati e, in fin dei conti, non hanno atteso tutti il nostro tempo per uscire (la storia della matematica, in particolare, ha riconosciuto le sue provenienze arabe dall’inizio del XX secolo; quella della filosofia prima ancora).

Nemmeno immagino che il torto fatto dall’Europa all’Islam possa essere così annullato. Non può esserlo, d’altronde, più dei torti inflitti al popolo ebraico e alla sua cultura (altra sorgente dell’Europa) o alle diverse culture (franca, gallica, scandinava, slava eccetera) le cui alluvioni hanno reso fertile l’Europa. Non soltanto le culture si assorbono tra loro, si smembrano o si voltano le spalle di continuo, ma quella che si addentra apertamente, fra il XII e il XIV secolo, nell’area dell’Europa occidentale si caratterizza per una rara potenza d’integrazione e di ricomposizione. Ne sono testimonianza l’insieme delle metamorfosi linguistiche così come l’elaborazione di una nuova entità socio-culturale (la borghesia) e la messa a punto di una tecnica inedita di produzione di valore (il capitalismo).

Prende corpo lì una macchina potente il cui motore è la trasformazione della sussistenza in produzione e in innovazione. Oggi sappiamo fino a che punto questa macchina conduce a oltrepassare tutte le forme della sussistenza organica e spirituale (le vite e le culture) per una sorta di sovrapproduzione di se stessa di cui nessuna ragione economica, politica o filosofica può più indicare una finalità ragionevole. In tali condizioni, i torti reciproci delle culture coinvolte in questo fermento (dobbiamo tenere conto delle culture asiatiche, africane e amerindie, oltre che di tutte quelle euro-mediterranee) tendono a cambiare significato.

Il torto fatto all’Islam nei secoli

Mi sembra in primo luogo necessario precisare quale sia la situazione attuale in merito al torto inflitto dall’Europa all’Islam. Da un lato, il torto è chiaramente indissociabile da ciò che la colonizzazione, oggi e dovunque, ha dovuto riconoscere, a prescindere dalle resistenze diverse – e tutte manifestamente fragili – a tale riconoscimento: la colonizzazione appare ormai come una tappa in una globalizzazione che nessun pensiero post-coloniale o de-coloniale può bastare a padroneggiare. L’idea di colonia era quella di spazi terrestri da occupare, ma ormai perfino lo spazio extraterrestre è già investito, e non si offre a un’espansione ma, al massimo, a una fuga.

Dall’altro lato, il caso dell’Islam è eminentemente singolare perché la colonizzazione, riguardando tutti i Paesi di culture islamiche (il plurale è destinato a segnalare le pluralità interne all’insieme stesso), si trovava a operare nell’area stessa in cui era sorta l’impresa colonizzatrice. In quest’area, l’Islam aveva operato un’espansione non coloniale ma imperiale: non l’occupazione di regioni supposte vacanti ma piuttosto l’estensione di una nuova pienezza. Per una sorta di capovolgimento dell’impresa romana, l’Islam instaurava una figura (essa stessa molteplice, riccamente variegata) dell’unità che, per un verso, rinnovava tutto il movimento iniziale dell’Occidente e, per un altro, se ne distingueva.

La distinzione è importante, perché può dar conto del rapporto complesso dell’Europa con l’Islam. Provo a esprimerla così: Roma era un’impresa in linea di principio indefinita, che non sapeva neppure essa stessa dove andava; l’Islam era in se stesso un compimento. La sua posizione religiosa lo mostra bene: esso completa e porta a termine una rivelazione che, nelle sue forme ebraico-cristiane (e anche romane), non ha finito di trasformarsi.

Non mi fermo qui sulle enormi complessità che queste formule nascondono. Tengo presente soltanto questo: che sia per caso, accidente o fantasia della storia, a un certo momento la trasformazione è proseguita e si è amplificata, mentre il compimento si ripiegava sul suo segreto. Questo momento ha il suo culmine nel XIV secolo, ma potremmo seguirne gli inizi in molteplici episodi della storia sia religiosa sia filosofica e politica delle due “imprese” o delle due “posizioni” culturali. La controversia fra Al-Ghazali e Ibn Rushd (Averroè) ne è un caso esemplare, perché produce, all’interno dell’Islam, uno scarto che apparirà come scarto fra l’Islam e la cristianità europea quando Ibn Rushd sarà ripreso dalla Scolastica (che, peraltro, non ha completamente ignorato Al-Ghazali).

In un certo senso, il torto fatto all’Islam dipende da una torsione interna all’Occidente stesso – dalla divisione e dalla tensione tra compimento e progressione indefinita. Oggi sappiamo fino a che punto l’Occidente fa torto anche a se stesso: il suo vigore trasformativo si esaurisce in sforzi per riparare i danni del suo rovinoso progresso.

Non sorprende che, in tali condizioni, il compimento dell’Islam possa apparire una via d’uscita – senza che questo risolva comunque il problema della progressione indefinita e ormai sonnambulica.

E non sorprende neppure che tra Islam ed Europa, all’interno di una comune torsione occidentale, la controversia sia inevitabile, obbligati come sono ad affrontarsi come a confrontarsi, a scontrarsi come – forse – a cooperare. È da questa prospettiva che bisogna prima di tutto valutare il rimprovero di misconoscimento, piuttosto che sotto la prospettiva di un’accusa e di un risentimento.

Un rapporto ragionato

Torniamo ora in maniera più ragionata sul rimprovero ricorrente. Il tempo delle accuse è passato, sia quello delle accuse reciproche sia quello delle autoflagellazioni. Il tempo che viene – se viene ancora un tempo, per un’altra storia – deve essere quello di un rapporto ragionato, meditato, perplesso e tuttavia creativo con lo strano destino che pone un pianeta sconcertato, senza più Oriente né Occidente, di fronte alla necessità di reinventare (per non dire ricreare) se stesso. Ancor più, questo rapporto è anch’esso già preso in un movimento che mescola alla vecchia dimensione europea-islamica delle dimensioni inedite – africana, asiatica, amerindia – che procedono da altri contesti e rendono un po’ derisorie le nostre dispute euro-mediterranee.

Per meglio sviluppare la prospettiva di superamento di tali dispute, vediamo, anche solo per sommi capi, qual è oggi il reale rapporto fra la cultura europea e la cultura islamica: reale, cioè di levatura culturale e non secondo i logori rimaneggiamenti delle vecchie acredini sia religiose sia ideologiche, nazionaliste, identitarie in generale e complottiste in sovrappiù. Non intendo comporre un affresco al di là dei miei mezzi. Propongo semplicemente un paio di quadretti.

Primo quadretto. Immaginiamo un tizio che non conosca il nome di Al-Khwarizmi, così come del resto non conosce quelli di Fibonacci o di Dedekind. Tuttavia le storie della matematica – libri o corsi universitari – non omettono né il suo nome né la sua opera. Non occorrerebbe molto tempo all’ignorante per raccogliere un piccolo dossier informativo del tipo: «Verso l’anno 970 della nostra era, Gerberto d’Aurillac, che sarebbe diventato più tardi papa Silvestro II, viaggiò da Cordova a Fès per istruirsi, nell’università al-Qarawiyyin, sui metodi di calcolo allora sconosciuti agli europei. I lavori di Al-Khwarizmi, persiano che era vissuto a Baghdad più di un secolo prima, costituivano gran parte di tali innovazioni. Quando Adelardo di Bath traduce Al-Khwarizmi, nel XII secolo, rende con fractio l’arabo kasr. Il nome stesso del persiano di Baghdad si trasformerà in “algoritmo”, mentre il termine “algebra” si è formato sulla sua espressione aldjabr (la riparazione o la restaurazione). Nel 1793, l’Unione astronomica internazionale darà il nome di Al-Khwarizmi a un cratere della luna».

Lasciamo da parte gli antecedenti – in particolare indiani, a cui Al-Khwarizmi si ispira – e lasciamo da parte anche gli orientamenti specifici assunti dalla matematica europea a partire dal XVII secolo, così come gli albori greci dell’algebra e il ruolo importante dei numerosi matematici arabi che si sono avvicendati fra Al-Khwarizmi e, diciamo, il francese François Viète: si tratta soltanto di mostrare che, anche se non si è né matematici né storici, non si è condannati alla pura ignoranza a proposito di Al-Khwarizmi. (È importante invece non cadere nella rete che lo presenta come il precursore dell’informatica, un po’ come altri annunciavano un tempo che Einstein aveva scoperto il segreto dell’universo... o come chi oggi vede nei jinn del Corano una rappresentazione velata dei dinosauri.)

Un secondo quadretto rientrerebbe in un altro genere: si tratterebbe di assemblare le immagini archeologiche, scientifiche, mitologiche, simboliche, fantasmatiche, poetiche, epiche che si presentano evocando un nome come quello di Baghdad. Basta solo il pensiero per farci rinunciare: il quadretto assumerebbe ben presto le dimensioni di un affresco... Vi troveremmo Verlaine e Rimbaud così come Francis Jammes, Proust, Fernand Braudel, Victor Duruy, Alexandre Dumas, Lawrence d’Arabia, Agatha Christie, alcune opere liriche, Goethe... un tessuto unico di riferimenti che attestano la presenza permanente delle culture arabe nella cultura europea. Mi limiterò dunque a due citazioni.

La prima è di Flaubert che nel 1837, in un’opera giovanile sull’influenza degli arabi sulla civiltà francese del Medioevo, scrive a proposito di Al-Andalus: «Aggiungete a questo il perpetuo lavoro del pensiero, quella fornace ardente della conoscenza, dei viaggi e delle scienze, e capirete perché gli omayyadi di Spagna abbiano formato una biblioteca di seicentomila volumi, fra i quali se ne contavano quarantaquattro per il catalogo. Sarebbe facile elencare tutte le numerose biblioteche degli arabi di Spagna e degli arabi propriamente detti. Basta dire che tradussero tutti i filosofi dell’antichità».

La seconda è più antica, ma fornisce il quadro all’interno del quale Flaubert ancora pensava quasi un secolo più tardi: «Gli arabi sono stati per cinquecento anni la nazione più illuminata del mondo. È ad essi che dobbiamo il nostro sistema di numerazione, gli organi, i quadranti solari, le pendole e gli orologi. Nulla di più elegante, di più ingegnoso, di più morale della letteratura persiana, e in generale, di tutto quel che è uscito dalla penna dei letterati di Baghdad e di Bassora». Sono parole di Napoleone. Egli, come Flaubert d’altronde, non è soltanto un uomo eccezionale: è anche il prodotto di un insegnamento e di una cultura.

Non mi si dica che quest’insegnamento e questa cultura sono scomparsi; non è affatto così, se consideriamo gli studi attuali in materia di storia delle civiltà, delle scienze e delle arti. Se gli insegnamenti professionali e le culture mediatiche hanno dimenticato ciò che i sussulti del XX secolo hanno provocato, questo non è dovuto al rapporto fra l’Europa e l’Islam, ma piuttosto alle trasformazioni, crisi e mutamenti che, da un secolo, scuotono il mondo mediterraneo (e il mondo intero). Dobbiamo piuttosto rilevare quanto di nuovo questa stessa epoca turbata ha potuto produrre a proposito del riconoscimento reciproco e anche del riconoscimento del misconoscimento. Opere importanti come quelle di Alain Corbin e di Louis Massignon, di Christian Jambet, di Annemarie Schimmel, di Sigrid Hunke, di Abdelwahab Meddeb, di Alain de Libera, di Fethi Benslama o di Nadia Tazi – per fare solo alcuni nomi fra tanti altri – hanno a diverso titolo contribuito a varcare il fossato aperto dalla storia.

Parlare della storia

È appunto della storia che bisognerebbe parlare. Le culture vi si scontrano, vi si respingono, vi si fecondano, vi si trasformano. Una cultura non è più un’entità autonoma, al pari di un individuo in cui si mescolano, fino al conflitto e alla contraddizione, ambienti, tempi, tradizioni, eredità o alluvioni che nessuna unità può interamente raccogliere sotto di sé.

È per questo che si deve di continuo rivisitare «la Storia» con la quale l’Europa ha creduto di potersi identificare a partire almeno dal XVIII secolo. Per limitarsi alla storia delle scienze già ricordata, possiamo rileggere le considerazioni di Roshdi Rashed nel suo Da Al- Khwarizmi a Cartesio (2011), dove mostra come si debbano differenziare le storie a seconda delle particolari discipline (all’interno stesso della matematica).

Che tale Storia sia da ricomporre, da ripensare anzi, non va in contraddizione – nel momento in cui essa dubita seriamente del proprio corso... – col fatto che a un certo punto vi si sia innescato un cambiamento cui l’ampiezza tecnica e sociale – non dobbiamo sorprendercene – ha comportato una fastidiosa propensione a considerarsi come l’impresa civilizzatrice del mondo.

Nella misura in cui anch’esso è stato una parte rilevante, e non la minore, di tale mutamento (con l’insieme detto monoteista e greco-romano), l’Islam ha fondati motivi per ricordarlo. Ma quel che lo attende oggi e che condivide con tutte le componenti della modernità non dipende più da messe a punto retrospettive, benché esse siano sempre necessarie.

Quel che ci attende non è più una scommessa di civiltà, nel senso in cui Meddeb ne parlava, in Pari de civilisation (2009), come di un futuro cosmopolitico post-occidentale nutrito di una reviviscenza dei nostri diversi passati. Quel che ci attende è piuttosto cercare di sapere se la barbarie civilizzatrice che siamo diventati può trovare le vie e i mezzi per venirne fuori. Tutte le culture provano l’urgenza di tale questione, anche se, di solito, sanno soprattutto deplorare i propri misconoscimenti, ovvero le loro devastazioni, e fare appello a pietosi ritorni alle proprie origini (in Cina, in India, in Africa, in America Latina, nel mondo slavo). È per questo motivo che è importante che l’Islam e l’Europa pensino insieme, a partire da questa urgenza, includendo, beninteso, l’ebraismo, a proposito del quale non si può, per una volta, misconoscere quanto lo Stato di Israele renda oggi difficile la coabitazione di quelli che il Corano chiama «le genti del Libro».

(Traduzione di Mario Porro)

Jean-Luc Nancy

Jean-Luc Nancy è considerato uno dei filosofi francesi più originali della generazione successiva a quella di Deleuze, Foucault, Derrida Lyotard. Ha insegnato Filosofia all’Università di Strasburgo e all’Università di California (San Diego).

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Islam misconosciuto? Rileggiamo la storia
autore: Jean-Luc Nancy
formato: Articolo
Il tempo che viene deve essere quello di un rapporto ragionato, meditato, perplesso e tuttavia creativo con lo strano destino che pone un pianeta sconcertato, senza più Oriente né Occidente, di fronte alla necessità di reinventare (per non dire ricreare) se stesso. Una scommessa di civiltà.
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