La dignità dell'uomo carcerato

La dignità dell'uomo carcerato

di Carlo Maria Martini

Vorrei prima di tutto situare questo mio intervento nel suo giusto quadro. Esso vuole essere la parola, molto semplice, di un vescovo, diretta immediatamente ai cappellani delle carceri e agli altri operatori pastorali delle carceri.

Nello stesso tempo, però, vuole anche comunicare un messaggio sull'uomo carcerato che raggiunga tutta la comunità cristiana e tutti gli uomini di buona volontà che operano nell'ambito della giustizia e delle carceri.

Le cose che dirò, probabilmente tutte, sono più note a voi che a me: parlandone, desidero che queste cose siano sentite e vissute, come voi le vivete e le sentite, da ogni cristiano.

Mi sono domandato perché mi sia stato chiesto di trattare specificamente il tema del Rispetto della dignità della persona umana nei documenti del magistero; è meglio, anzi, dire nei documenti della fede. La risposta che mi do è questa: perché voi cappellani, suore e volontari operate nel carcere che, di fatto, è una realtà che suscita immediatamente nell'uomo che la subisce un senso di repulsa, di rifiuto. Chi la subisce si sente sottoposto a qualcosa che significa, in ogni caso, almeno una diminuzione, un'umiliazione, una repressione.

Penso che certamente nessuno, oggi, arrestato o condannato, arrivando al carcere al carcere abbia la coscienza di entrare nel luogo della sua redenzione, nel palazzo costruito per il suo recupero. A tutti coloro che vi entrano, perché portati passivamente, il carcere appare come il luogo costruito per punirli, per privarli della loro libertà, forse qualcuno potrebbe dire, anche, per annientare la loro personalità. C'è di più. Alle volte capita, e a voi sarà capitato, di assistere impotenti spettatori, a violenze irrazionali e avvilenti commesse contro l'uomo, contro la persona umana, uomini e donne, nell'ambito del carcere e del sistema di violenza che si sviluppa e si riproduce all'interno del carcere stesso.

Questo che dico lo so da tante fonti; lo leggo da tante lettere di detenuti e dei loro parenti, anche se non sempre tutto ciò che viene detto avrà un valore assoluto e rifletterà esattamente la situazione; lo sento dalle notizie diffuse. attraverso i mass-media e dal contatto immediato che ciascuno di noi può avere; lo ascolto da ex detenuti che, non di rado, bussano alla porta del vescovo.

Del resto, ci sono pure documenti di conferenze episcopali che esprimono molto fortemente queste situazioni, per altre nazioni e in genere. Mi riferisco soprattutto a documenti del nostro mondo occidentale, come quello degli episcopati di Francia del 7 aprile 1981 dove si dicono cose molto dure a questo proposito.

Il riflettere su questi problemi dolorosi, talora incredibili, eppure reali e quotidiani, il cercare di approfondirli alla luce della Parola di Dio e del magistero della Chiesa, ci aiuterà, spero, a non cadere nell'abitudine. Infatti, sappiamo bene che anche il migliore degli uomini può, grazie all'abitudine, indurirsi fino a diventare come pietra e questo indurimento minaccia tutti. Secondo il Vangelo, l'indurimento del cuore minaccia ogni uomo, persino gli apostoli.

La nostra riflessione vorrebbe dunque aiutare me prima di tutto e, forse, anche altri a riscoprire la « novità » del Vangelo, messaggio di salvezza per ogni uomo, in qualunque situazione viva; annuncio che non può mai essere soffocato né addomesticato da nessun ambiente o realtà, per quanto soffocante essa sia.

Voi ricordate, come dirette a voi in particolare, le parole del profeta Isaia che Gesù, all'inizio del Vangelo secondo Luca, fa sue proclamando la sua missione. Voi siete mandati « a portare il lieto messaggio ai miseri, a fasciare le piaghe dei cuori spezzati, a proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista, a rimettere in libertà gli oppressi e promulgare un anno di grazia del Signore » (Lc 4, 18-19). Questa è la missione per l'uomo che ogni giorno voi incontrate!

Non sentitevi soli
La prima parola che vorrei dire a voi cappellani, religiose, operatori volontari è specificamente questa: non sentitevi soli a svolgere la vostra missione; sentitevi Chiesa, in comunione con Cristo e con tutti i cristiani, anche quando vi verrebbe voglia di dire che il vostro vescovo non vi capisce abbastanza, che non viene spesso a vedere quello che fate, che forse non vi condivide in tutto, come può capitare.

Voi lavorate per il Regno di Dio, anche quando vi incontrate o vi scontrate con dei cristiani che magari condannano senza appello chi sbaglia e contestano alcune vostre proposte di rispetto e di misericordia per i detenuti.

Sentitevi sempre mandati da Cristo e dalla Chiesa! Il « mandato » ricevuto da voi, da noi sacerdoti nel giorno della nostra consacrazione, ricevuto dai religiosi e dalle religiose nel giorno della loro professione, dai laici nel battesimo e nella cresima, si rinnova ogni giorno, non viene ritirato se non da noi stessi, dalla nostra pigrizia e dal nostro modo di vivere in contraddizione con questo mandato della Chiesa.

La Chiesa italiana di fronte al carcerato
Forse volete anche sentire da un vescovo che cosa pensa la Chiesa italiana « dell'uomo prigioniero » di oggi, diverso certamente dai prigionieri di cui parla sovente la Bibbia. Diverso cioè dagli ebrei che erano prigionieri, in situazioni drammatiche, inumane, degli egiziani, degli assiri e babilonesi, prigionieri degli imperatori romani. A quei prigionieri, di cui ripetutamente ci parla la Scrittura, è stata rivolta tanta Parola di Dio.

E ancora volete sentire che cosa potrebbe fare, oltre a quello che già voi fate, la nostra Chiesa italiana, diocesi e parrocchie, associazioni, gruppi e movimenti, per questi nostri fratelli carcerati che non sono pochi. Le cifre che ho davanti agli occhi parlano di circa quarantamila carcerati in Italia, e, secondo le statistiche, aumentano di cinquecento al mese. Penso al numero grandissimo di carcerati nella mia città, a San Vittore, dove in un anno ne passano oltre diecimila. Dietro a ognuna di queste persone private della loro libertà bisogna poi metterne molte altre: le loro famiglie, genitori, spose, fratelli, sorelle e figli. Il numero delle persone toccate diventa veramente una moltitudine!

E insieme dobbiamo anche pensare alle problematiche, alle volte disperanti, che nascono nel dopo-carcere, per arrivare a qualche soluzione concreta. So che in alcune regioni si è incominciato, si sono aperte opere nuove con questa intenzione e si vogliono rivivificare opere antiche.

Ci sono iniziative che la Chiesa da sempre ha avuto e che vanno avanti. Credo tuttavia che sia necessario stimolarci per fare molto di più.

Per tutti questi motivi il mio discorso, come dicevo all'inizio, non è rivolto solo a voi ma vuole toccare ogni credente nella Chiesa, tocca l'interno del nostro cammino di Chiesa. Il mio discorso vorrebbe venire incontro a quelle lamentele e sofferenze che talora ricevo e. che mi vengono comunicate. I cappellani, ad esempio, tra le varie difficoltà insite nel loro ministero, trovano spesso un'estrema freddezza a riguardo dei problemi sui detenuti, anche nella comunità esterna!

Il dialogo, con gli stessi parroci, è molto difficile. Prevale una mentalità o emotivamente pietistica o, per contro, ferocemente punitiva. Anche se alcuni atteggiamenti possono essere spiegabili per la paura e il danno sociale che i fenomeni criminali ingenerano, pure ci sembra che il concetto di punizione, prevalga sempre su quello di ricupero, verso il quale si è molto scettici. Pare che la mentalità punitiva abbia trovato eco nelle recenti discussioni su "ergastolo e pena di morte" in cui, laici e anche preti, hanno pubblicizzato il loro atteggiamento favorevole. Tutto questo ci fa vedere come sia difficile il punto di partenza.

La Bibbia e il magistero della Chiesa
Cerchiamo di ricordare come la Bibbia e il magistero ci possono illuminare in questa situazione delicata e dolente. Nella Bibbia non si trova una trattazione teorica e sistematica sulla natura dell'uomo. Essa parla piuttosto dell'uomo concreto, dell'uomo storico, ambientato nella sua cultura. Anche le verità sulla dignità dell'uomo, sui suoi diritti e doveri, sono, nel libro sacro, legate, per lo più, a situazioni specifiche e concrete. Invece, in alcuni documenti del magistero della Chiesa, possiamo trovare più organizzata e articolata la dottrina sulla dignità della persona umana, sui suoi diritti e doveri.

Tra i documenti di questo secolo, vorrei ricordare due encicliche di Pio XI: la Mit brennender Sorge (1937) e la Divini Redemptoris (1937); -il messaggio natalizio del 1942, di Pio XII; la Pacem in terris di Giovanni XXIII (1963). Va ancora menzionata la costituzione pastorale Gaudium et spes del Concilio vaticano II e, sempre del Vaticano II, la dichiarazione sulla libertà religiosa, Dignitatis humanae.

Ricordo la Populorum progressio di Paolo VI (1967) e il discorso al Corpo diplomatico del 1978, in cui Paolo VI sostiene il rispetto incondizionato della persona umana, con una presa di posizione anche di fronte al problema della tortura.

Giovanni Paolo II imposta ed esprime la sua dottrina sulla persona umana a partire dalla sua prima enciclica, Redemptor hominis (1978): Cristo, rivela la dignità dell'uomo all'uomo. È uno dei temi dominanti del magistero di Giovanni Paolo II. In molti suoi scritti e discorsi, egli ricorda che la Chiesa è custode della dignità della persona umana, salvata dar Dio misericordioso: questo tema ricorre in particolare nella Dives in misericordia (1980) che il Papa ci ha indicato come testo fondamentale per questo Anno Santo.

Il fondamento della dignità della persona umana: a immagine di Dio
Qual è, in tutti questi testi, il fondamento della dignità della persona, di ogni persona? Agli occhi della fede è la creazione dell'uomo a immagine di Dio. Questa creazione, raccontata nel Genesi, costituisce il fondamento biblico della dignità della persona e la radice dei suoi diritti e doveri.

È anche la base della dottrina magisteriale, soprattutto della Gaudium et spes che la ricorda ampiamente là dove parla della dignità della persona umana. Riflettiamo, allora, brevemente sulle parole della Scrittura: « Facciamo l'uomo a nostra immagine ... » (Gen 1, 26). Dico subito che la traduzione più esatta è: « Facciamo uomini a nostra immagine... ». In ebraico, infatti, Adam (uomo) è un nome singolare, concreto e collettivo. Si deve perciò leggere, qui, la creazione non soltanto del primo uomo ma degli uomini, del genere umano. E questo va sottolineato per dire che non è il primo uomo, quello che non ha ancora peccato, degno di rispetto: ogni uomo, ogni singola persona è creata da Dio a sua immagine.

Prosegue il racconto: « "... a nostra somiglianza, e signoreggino sui pesci del mare, sugli uccelli del cielo e sul bestiame...". Dio creò gli uomini a sua immagine; a immagine di Dio li creò; maschio e femmina li creò. Dio li benedisse... » (Gen 1, 26-27).

Cosa significa la parola immagine? Significa la statua, la figura completa, dipinta o scolpita. In ebraico indica, il più delle volte, l'espressione, la somiglianza che rende viva una presenza. La statua del re, nel mondo orientale, ricorda e rende presente la persona del re; l'onore reso alla statua è onore reso alla persona del re. È un concetto molto-vivo e immediato perché indica una presenza continuata della persona operante.

Qui, nel Genesi, indica l'intima relazione tra l'uomo e Dio, oggettivamente fondata. In altre parole, l'uomo biblico scopre la propria dignità e il proprio valore sentendo una presenza, in lui e in ogni suo simile, del suo creatore.

La Bibbia parla poi di somiglianza per qualificare ancora meglio l'espressione "immagine" dandole il senso di somma approssimazione. Si potrebbe tradurre: « Facciamo uomini che siano immagini a noi somigliantissime », presenza che richiamino la nostra presenza.

Si tratta dunque di un evento di portata eccezionale, unico in tutta la creazione. E il fatto che ci sono creature somigliantissime al Dio vivente, presenza di lui, fondate in un'unica relazione con lui, è una chiave di lettura dell'intera Bibbia, è un motivo dominante dell'intera storia sacra. A questa pagina del Genesi alludono molti altri passi biblici: Gen 9, 6; Giob 10, 9; Sal 8, 5; 118, 73; Tob 8, 8; Sap 7, 1; 10, 1-2; Vangeli; la lettera dí Paolo ai Colossesi, 3, 10. È un elemento determinante per capire la dignità dell'uomo fondata sul suo rapporto intimo e personale con Dio.

Che cos'è, propriamente, l'immagine di Dio nell'uomo? Essa non è evidentemente riducibile a una qualità dell'uomo, né a una sua funzione e nemmeno a un modo di agire dell'uomo. L'uomo è immagine di Dio nella sua natura, nel suo essere. Successivamente la Bibbia userà un'altra espressione per chiarire il concetto di immagine: quando cioè ci rivelerà che l'uomo è chiamato a essere figlio di Dio, ha il potere — come dice san Giovanni — di diventare figlio di Dio. Questo potere lo ha in quanto è voluto, creato, amato e ora salvato da Dio in Gesù Cristo. È un valore prodotto da Dio creatore e salvatore.

La suprema dignità della persona umana è nel suo essere e nella sua vocazione ineliminabile; nasce da uno speciale intervento di Dio, causa prima e principale dell'essere dell'uomo; si manifesta partecipando alla sovranità del Creatore sulle cose; si esprime nella propria capacità di relazione, conoscenza, dialogo e amore, con Dio. Nasce cioè dal fatto che Dio ama sempre questo uomo vivo, dialoga con lui, lo chiama alla comunione con sé, lo fa suo figlio realmente, non per iperbole.

La dignità dell'uomo è quindi in relazione a Dio. Questa relazione fonda la dignità dell'uomo nella realtà, assoluta e assolutamente prima, di Dio. Nessun potere può perciò disporre dell'uomo, nessun uomo può trattare un altro da padrone, perché nessun uomo può disporre di Dio!

Quando l'immagine appare deturpata
Voi forse mi direte che queste sono belle parole e che la realtà quotidiana, quella in cui vivete, in cui viviamo ogni giorno, è ben diversa. Voi forse mi direte di venire a stare un poco con voi per vedere che l'uomo biblico, che la persona umana esaltata dal Concilio vaticano II, non coincide affatto con quella reale, storica di oggi, in particolare con quella rinchiusa in carcere.

La domanda diventa allora più stringente. In che maniera gli uomini di oggi che noi conosciamo e che talora conosciamo nel loro avvilimento, causato da sé o da altri o dalle circostanze, portano la presenza del Dio della gloria, l'immagine di Dio?

Per rispondere in modo giusto e senza fantasie, senza corti circuiti, occorre accettare tutta la forza bruciante di questa domanda. Anche se io non ho la vostra esperienza, tuttavia, sfogliando i. giornali, vedendo la televisione, troviamo che alcuni uomini sono dipinti o presentati dalla stessa opinione pubblica come persone ripugnanti, come mostri pieni di violenza e, non poche volte, si giunge a scrivere queste cose « nere » ancora prima di un giudizio legale, prima di una prova certa di colpevolezza.

Per certi fautori della giustizia umana, « il peccatore » — chiamo con questo vocabolo biblico colui che viene detto spesso il « delinquente », sia perché significa appunto colui che devia, che sbanda, sia perché peccatore è una definizione dell'uomo nella quale ci ritroviamo tutti! — è, di fatto, un irriducibile, un irrecuperabile, un bruto, un essere da punire e basta!

Voglio citare, al proposito, il brano di una lettera di un detenuto di ventiquattro anni, chiuso in un carcere di un paese di questo mondo: « Nel momento in cui sono entrato in carcere mi sono sentito un oggetto, un pacco ingombrante e scomodo, per tutti: per chi mi portava e per chi mi riceveva ... Alla sera poi, quando ci hanno contati, sentivo uno che domandava a un altro: "Quante bestie hai nelle tue stalle...?". Non ti scrivo la risposta... Però pensavo scherzassero... Il giorno dopo mi sono accorto che non era proprio così ».

Qui dobbiamo aggiungere, proprio per essere oggettivi, che anche lo stesso detenuto può perdere la stima di se stesso, non sentirsi un valore sacro, tanto meno un figlio di Dio o un chiamato a esserlo: al contrario può sentirsi un disperato, un dannato, un perso per sempre. Questo sentimento di indegnità e nullità, portato all'esasperazione dallo stesso detenuto, accresciuto dalle circostanze e dall'isolamento, diventa certamente autodistruttivo. Un giovane di vent'anni ha scritto: « Sono un verme, una vergogna. Nella vita non riuscirò a essere più nessuno e non sarò mai capace di qualcosa di buono. Mi faccio schifo... E meglio che mi tolga la vita... ».

È vero che ciascuno di noi, fratelli carissimi, può provare un istintivo e primario senso di rifiuto di fronte a uomini che, per esempio, hanno ucciso, che vendono la morte, che violentano l'innocente, che hanno rapinato l'anziano. Come riuscire a vedere in quegli uomini l'immagine sacra della divinità? Il male l'ha infangata, deturpata, lacerata. Ma è qui che siamo chiamati a una comprensione, più vera del messaggio della Scrittura e non semplicemente a un'accoglienza primaria, ottimista e facile. Protagonista del dramma umano narrato dalla Bibbia è infatti l'uomo peccatore, « deviante », delinquente. A più riprese e nei minimi particolari ne è descritta l'empietà e l'ingiustizia: da Adamo a Davide, da Salomone a Erode e a Pilato.

Basta leggere, ad esempio, nella lettera ai Romani, come sono descritti tutti gli uomini che non hanno riconosciuto, nel creato e in se stessi, la gloria di Dio, l'immagine o il vestigio di Dio creatore. Sono chiamati da Paolo dissacratori dei loro corpi, colmi di ingiustizia, di malvagità, di cupidigia, di malizia; pieni di invidia, di omicidio, di rivalità, di frodi, di malignità; diffamatori, maldicenti, nemici di Dio, oltraggiosi, superbi, fanfaroni, ingegnosi nel male, ribelli ai genitori, insensati, sleali, senza cuore, senza misericordia (Rom 1, 24-31). È, forse, l'elenco più lungo fatto da Paolo di una situazione umana, di una negativa e totale drammaticità.

Se poi rileggiamo i profeti, se rivediamo i discorsi di Gesù, le lettere degli apostoli, noi vediamo come non c'è delitto commesso dall'uomo che non sia descritto nella Bibbia e descritto non come momento finale, irreparabile della degradazione umana, ma come punto di partenza dell'azione riabilitante di Dio. Perché Dio « non vuole la morte del peccatore ma che si converta e viva ». Cristo, infatti, ha addirittura assunto la nostra natura per essere in tutto simile a noi, per diventare un sacerdote pieno di misericordia (Ebr 2, 17). Cristo ha provato la tentazione come noi, per essere in grado di venire in aiuto a quelli che sono tentati (id 2, 18); può compatire le nostre infermità (id 4, 15); può sentire giusta compassione per quelli che sono nell'ignoranza e nell'errore (id 5, 2). E, nel Vangelo, Gesù ha detto apertamente, e più volte, di essere venuto nel mondo non per i giusti ma peri peccatori, non per i sani ma per i malati e bisognosi del medico, di essere venuto a cercare e a salvare quelli che erano perduti (Mt 9, 12-13; Lc 19, 10; i Tini 1, 15). Infine, Gesù ha fondato la sua Chiesa perché fosse madre e rifugio dei peccatori (Lc 7, 34; Mt 9, 16).

Da tutto questo vorrei ora cercare di trarre alcune conseguenze di carattere generale e vorrei poi tentare di rispondere a due domande precise: come dobbiamo metterci accanto a coloro che sono in difficoltà, ai cosiddetti « peccatori », « delinquenti »? Che cosa fare, in concreto, e quali cammini individuare per curare la dignità ferita dell'uomo?

Rieducare la comunità cristiana
La conseguenza di carattere generale è che la comunità cristiana deve essere continuamente rieducata al fatto che la dignità dell'uomo è prima di tutto e al di sopra di tutto. In particolare, ogni pena, ogni sanzione detentiva o meno, anche se necessaria, deve comunque essere rispettosa della dignità della persona nella sua irrogazione e nel suo svolgimento.

In questa direzione sono chiamati a operare tutti: i membri del parlamento e del governo per le leggi, i magistrati e le forze di polizia per la corretta applicazione delle leggi. Il detenuto deve poter avere l'offerta di concreta possibilità del recupero spirituale, prima ancora che sociale. Resta inteso che questo non toglie nulla all'impegno che la Chiesa ha di indirizzare ai detenuti, come a tutti gli uomini, il discorso della colpa, del pentimento, del perdono, della riconciliazione con Dio e con il prossimo. E tuttavia importante sottolineare che il detenuto, come ogni altro uomo, è titolare della redenzione e deve quindi essere aiutato nel cammino di riscatto dal male, come qualsiasi altra persona che voglia riscattarsi dal suo male. Come può avvenire questo in concreto?

Come metterci accanto all'uomo peccatore
La prima cosa che, come cristiani, dobbiamo fare per metterci accanto all'uomo, peccatore e fragile, che ha ceduto alla tentazione del Maligno, è sentirci obbligati a riformare la nostra vita, a ricuperare, prima. di tutto, in pieno la nostra dignità di figli salvati per la misericordia di Dio perché è questo che ci rinnova nella missione di misericordia per la quale siamo chiamati.

Non dobbiamo presumere di essere giusti, come il fariseo della parabola ma dobbiamo sentirci noi stessi peccatori. Guardando dentro il nostro cuore, facilmente ci scopriremo inclinati al male, a ogni male, immersi in tante miserie e infedeltà e vedremo le nostre deviazioni, le illegalità, la trave che sta nel nostro occhio. Il desiderio di tutti i mali, infatti, giace dentro di noi.

Ci sono tanti cristiani che, confessandosi, dichiarano di non aver nulla da dire perché non hanno rubato né ucciso! Ma si può ben uccidere l'amore filiale, l'amore fraterno: si può uccidere l'amore matrimoniale; si può spegnere il lucignolo fumigante e fare una notte di morte attorno al nostro prossimo; si può avvelenare l'esistenza del prossimo e portarlo alla disperazione, anche senza usare l'arsenico, rendendo impossibile e infernale la vita di comunione! Si può ben rubare miliardi con truffa e rapina; ma si può anche rubare la buona reputazione, l'onore e l'innocenza del prossimo, che valgono più di qualsiasi moneta, con maldicenze, calunnie, voci, insinuazioni. Si può rubare al fratello la speranza di rifarsi una vita, di ritrovare l'accoglienza in famiglia, l'amore, un lavoro, il perdono del Signore!

A tutti noi Gesù dice: « Chi di voi è senza peccato scagli la prima pietra » (Gv 8, 7). Con la consapevolezza del nostro peccato, possiamo allora metterci accanto a tutti, da fratelli. Questa nostra fraternità è fondata nella creazione ed è presente per la forza della vocazione di Gesù Cristo.

Sentirci profondamente uguali a tutti, camminando insieme ai fratelli carcerati, percorrendo la stessa strada, come sempre ha fatto Gesù. Restare in mezzo a tutti senza paura, indifesi, con amore, perché l'amore perfetto vince ogni paura.

La vostra vocazione, carissimi cappellani, suore e volontari, è una vocazione di questa mansueta presenza tra i detenuti, tra le guardie, tra tutti gli operatori del carcere che spesso vivono momenti difficili e duri.

La riforma carceraria sarà compiuta il giorno in cui saranno molti gli uomini nuovi, evangelicamente nuovi, dentro le carceri. Se l'isolamento è una tortura, la vostra compagnia può essere una consolazione, la vostra presenza una testimonianza dell'amore di Cristo.

Il Vangelo va predicato, prima di tutto, con una presenza carica di simpatia, di condivisione, di ottimismo. E noi cristiani, come tutti gli uomini di buona volontà che entrano nelle carceri per portare una parola reale di riabilitazione, dovremmo poter entrare di più a contatto con una popolazione che società e sistema tendono a emarginare!

Il vostro modo di vivere dovrebbe essere veramente in mezzo a loro. Dico di più, e voglio essere bene inteso: dalla loro parte, nel senso di dare la preferenza a chi è più debole. Allora avrete davvero un'influenza grande, anche senza fare grandi cose; allora vivrete nella logica del mistero dell'Incarnazione che è l'essere «con» e l'essere «in».

Lo so di chiedere tanto, specialmente sulla distanza. Ma è stata la richiesta che Dio Padre ha fatto a Gesù: quella di essere « con » e « in ». È ciò che noi desideriamo vivere nella liturgia del mistero natalizio, del mistero pasquale, dell'eucaristia. « Colui che non aveva conosciuto peccato, Dio lo trattò da peccato in nostro favore» (2 Cor 5, 21): con queste poche parole Paolo riassume tutta la profondità del mistero della croce e insieme la dimensione divina della realtà della redenzione.

A queste parole noi siamo chiamati a credere e non a fare due mondi: uno che parla di queste cose e uno che poi agisce come se queste cose in realtà non ci fossero, come se esistessero unicamente degli equilibri mondani da mantenere per non creare esteriormente troppe difficoltà!

Gesù è l'Agnello che porta il peccato del mondo; in croce si è fatto peccato al nostro posto; ha portato i nostri peccati nel suo corpo, sul legno della croce, diventando per noi « maledetto » (Gal 3, 13).

Anche noi dobbiamo portare la nostra croce quotidiana e quella dei nostri fratelli. Sono certamente molti i cristiani che come Gesù si sacrificano per i peccati degli altri. Penso, in questo momento, ai condannati ingiustamente; penso a coloro, e sono tanti, che dopo un lungo carcere preventivo, si vedono assolti con formula piena; penso a coloro (li conosco perché mi scrivono dandomi notizia del loro cammino spirituale) che accettano una pena e fanno un vero cammino interiore di preghiera, di studio, di ascolto della Parola di Dio; penso ai cristiani, sacerdoti e vescovi, condannati al carcere, ai lavori forzati, per la fede.

Condivisione e solidarietà
Come dobbiamo essere per ravvivare la dignità dell'uomo? Quando un uomo soffre; non può contare più se sia innocente o colpevole: è sempre degno di compassione umana. Dobbiamo avvicinarlo, comprenderlo e sollevarlo con la parola, con un gesto, con la nostra condivisione. È un dovere per ogni cristiano averne cura.

Con la parabola del buon samaritano, Gesù ci insegna a farci vicini all'uomo sofferente, rimasto mezzo morto e spersonalizzato, sulla strada di Gerico: e ci dice che cosa dobbiamo fare. Il dolore umano ha tante facce ma la più angosciante, forse; è la solitudine. L'uomo soffre terribilmente quando si sente solo.

Cito da una lettera di un detenuto: « Io non esisto più per nessuno... non sono più io, non so né perché né come... Tutti parlano, nessuno però ti ascolta. Non conti più nulla per nessuno. Sei una cosa da togliere di mezzo. Non puoi più scegliere... non sai dove ti metteranno... ».

L'uomo peccatore si sente solo, senza il Padre, senza i fratelli. È, convinto, talora, che niente e nessuno lo può aiutare oppure si attacca ad aiuti impossibili perché resta senza appoggio, senza punto di riferimento, si sente escluso da tutti, condannato e maledetto addirittura dalla propria coscienza.

E proprio in questo momento può avvenire un miracolo se qualcuno, ricordando la parola di Gesù: « ero in carcere e mi avete visitato » (Mt. 25, 43), gli si avvicina.

Tra le povertà elencate da Gesù nel suo giudizio finale, quella di essere « carcerato come un malfattore » è forse la peggiore perché tocca il povero nello spirito, l'escluso, il segregato, quello che non può più partecipare ai diritti della comunità per uno, due, dieci, trent'anni. Perché tocca colui che sente di avere perso la propria personalità e la propria immagine. La povertà più grande è sentirsi senza valore e senza amore, senza il Padre e senza i fratelli. Se poi è « per sempre », allora diventa miseria e dannazione. Tutto questo è vero sul piano psicologico e su quello religioso.

Aiutiamo quindi questi nostri fratelli a ritrovare la propria dignità, a ricostruirla. Crediamo, per primi, che dietro la maschera c'è il volto dell'uomo, che in quell'uomo c'è l'immagine di Dio, che Dio continua a essergli Padre, pur se noi non lo vogliamo più come fratello!

Papa Giovanni ci ha insegnato a non confondere mai l'errore con l'errante: « L'errante è sempre e anzitutto un essere umano e conserva;. in ogni caso, la sua dignità di persona e va sempre considerato e trattato come si conviene a tanta dignità » (Pacem in terris, 83).

È necessario che. noi sappiamo fare credito all'uomo, non soltanto per la fiducia nella natura ma soprattutto per la fede cristiana in Gesù redentore che si fa avanti nel cuore di ogni persona. Credere, malgrado tutto, nella rieducabilità dell'uomo, nel peccatore salvato, è un modo di credere in Gesù stesso salvatore. E questa fede difficilmente si potrà trovare fuori dal cristianesimo perché richiede un atto eroico, spesso smentito dalle circostanze, Considerare il peccatore da uomo, qualunque sia il delitto che ha commesso, e trattarlo da fratello, è una capacità legata alla forza del Vangelo. E noi sappiamo bene che non sempre, nelle carceri di questo mondo, i reclusi vengono trattati da uomini, nemmeno prima della sentenza definitiva.

I cammini concreti
Per venire, infine, ad alcune indicazioni particolari, vi ricordo la capacità del dialogare. Noi rispettiamo la dignità di una persona quando riconosciamo il suo diritto al dialogo. Questo lo si fa quando si parla e ci si ascolta a vicenda, alla ricerca di una chiarificazione e dei punti comuni di intesa sul senso della vita, sul cammino da percorrere insieme, sui valori che ci arricchiscono veramente, sull'uomo vero. Per capire lo stile e lo spirito del dialogo costruttivo, cristiano, andrebbe riletta la Gaudium et spes o l'enciclica di Paolo VI Ecclesiam suam.

Attraverso il dialogo, fatto camminando insieme, ritroviamo e recuperiamo tre valori che manifestano la dignità della persona umana: la coscienza, la libertà, l'amore.

La coscienza
La coscienza è il nucleo più segreto, il sacrario dell'uomo e noi dobbiamo tornare a educare la coscienza dell'uomo, senza imposizioni né violenze, con il massimo rispetto, attraverso la ricerca della verità.

Non dobbiamo, mi sembra, essere noi i primi a rinfacciare al peccatore il suo delitto né a rimproverarlo. Deve essere la sua coscienza. Anche nella Bibbia leggiamo che il profeta Natan, prima di rinfacciare il peccato a Davide, risveglia la sua coscienza. Per questo ci è detto di non giudicare e di non condannare. A noi spetta di aiutare l'uomo ad ascoltare il giudizio della propria coscienza: è un esercizio spirituale da proporre, da fare insieme nell'ascolto, per esempio, della Parola di Dio e nel silenzio religioso. Ogni giudizio che viene dall'esterno, da uno sconosciuto, specialmente se accompagnato da forme di superiorità, sarà certamente rifiutato, con un silenzio rabbioso, con improperi, forse con gesti aggressivi. Al contrario, il giudizio interiore, quello della coscienza personale, è riconosciuto e accettato, almeno per qualche attimo, anche dal peggiore degli uomini. All'autorità della propria coscienza ci si sottomette più volentieri: si sottomette persino il ribelle, l'anarchico, il nemico di ogni norma e di ogni potere estraneo.

L'uomo, ogni uomo, capisce che nel sottoporsi a questo giudizio compie un atto di dignità e nel momento in cui incomincia a riascoltare la propria coscienza, riascolta Dio.

La coscienza è il luogo dove Cristo stesso, come logos, insegna agli uomini che ancora non lo conoscono.

Si può dare certamente il caso di coscienze oscure, paralizzate. t il pericolo di cui Gesù ha parlato con serietà e preoccupazione: « Quando la luce in te è tenebrosa, quanto deve essere grande in te l'oscurità »! (Mt 6, 23 ss.; Lc 11, 33 ss.). Tuttavia, la coscienza morale esiste ancora: sarà ammalata ma c'è. E questa coscienza, quando è vera coscienza personale, non è in contraddizione con la fede. Agire secondo coscienza e agire secondo la fede è la stessa cosa per i cristiani. La Parola. di Dio e la voce della coscienza dentro di noi non possono non parlare all'unisono! La coscienza morale quindi non è soppressa dalla fede: da essa, piuttosto, viene illuminata e trasformata in luce.

Soltanto con la rieducazione della coscienza, dunque, l'uomo può vivere da uomo. Una coscienza ammalata verrà curata con l'incontro di una coscienza sana, retta, luminosa, convinta, vissuta: sarà curata e sublimata dalla fede con il dialogo, fatto di Parola di Dio.

Sarebbe bello poter qui richiamare l'incontro di Gesù con la Samaritana (Gv 6, 6-42) e le tappe faticose attraverso cui Gesù porta questa donna a riconoscere liberamente le sue colpe e ad entusiasmarsi per la dignità che ancora le è possibile e le può venire restituita! Devo però limitarmi a richiamare la vostra riflessione sul brano evangelico.

Vorrei invece farvi una domanda che pongo a me stesso: per praticare quest'arte di educazione religiosa tra così tanti detenuti, siete voi in numero sufficiente? È, infatti, un'arte che richiede attitudine, specializzazione, tempo e disponibilità. Non siete; per caso, troppo pochi?

Perché sarebbe davvero un peccato se, per mancanza di tempo e di persone, non si potessero compiere questi cammini che liberano le coscienze più dure o almeno aprono degli spiragli di libertà!

La libertà
La libertà è il secondo valore assolutamente richiesto dalla dignità della persona. Soltanto nella libertà l'uomo può volgersi al bene e il problema, qui, si fa complicato e difficile. Come può un « prigioniero » essere contemporaneamente « libero »? In teoria noi diciamo che è importante che il detenuto capisca che la libertà interiore è la più grande delle libertà e che lui deve perciò sentirsi libero!

Ma la libertà di spirito richiesta dalla natura umana e dalla verità evangelica ha pure bisogno di condizioni favorevoli. Non è certo il carcere, così com'è oggi, che può aiutare a conquistare almeno la libertà interiore. Il carcere repressivo, vendicativo, talora sadico, condiziona enormemente chiunque e, soprattutto, le personalità fragili e non profondamente cristiane. Queste, che probabilmente sono la maggior parte di noi, fanno una fatica immensa ad andare contro corrente in questi ambienti, perché sono ambienti che non permettono facilmente scelte interiori consapevoli e libere, mosse cioè, e determinate, da convinzioni personali e dalla propria coscienza.

Questo può valere anche per casi dove sembra coinvolto l'intimo dell'uomo. Quante volte capita che un detenuto, soprattutto se è un giovane, vive l'amore per una donna non ancora sua in modo non to talmente sincero, non libero, non responsabile pienamente! Forse l'amore gli nasce per la paura di restare solo, per necessità contingenti, per condizionamenti ambientali, piuttosto che per una vera vocazione matrimoniale e per un libero progetto di comunione stabile con quella donna. Sono tantissimi i problemi che creano i desideri di fughe affettive!

È perciò anche necessario che la struttura di una società, che si dice civile e progredita, si interroghi ansiosamente sui suoi programmi e sui suoi metodi per vedere se aiuta l'uomo a maturare la propria libertà interiore. Non di rado i programmi sociali che prendono l'avvio dall'idea di giustizia e che devono servire alla sua attuazione, subiscono in pratica delle deformazioni.

Mi permetto qui di ricordare che Giovanni Paolo II, nell'enciclica Dives in misericordia, scrive che benché i molti programmi sociali « continuino a richiamarsi alla medesima idea di giustizia, tutta l'esperienza dimostra che sulla giustizia hanno preso il sopravvento altre forze negative, quali il rancore, l'odio e perfino la crudeltà. In tal caso, la brama di annientare il nemico, di limitare la sua libertà, o addirittura di imporgli una dipendenza totale, diventa il motivo fondamentale dell'azione; e ciò contrasta con l'essenza della giustizia che, per sua natura, tende a stabilire l'eguaglianza... Questa specie di abuso dell'idea dí giustizia... attesta quanto l'azione umana possa allontanarsi dalla giustizia stessa » (n. 12).

È dunque possibile, in nome della giustizia, allontanarsi dalla giustizia: summum ius, summa iniuria. Questa frase non svaluta la giustizia: indica invece la necessità di attingere — come prosegue il Papa — « alle forze dello spirito, ancora più profonde, che condizionano l'ordine stesso della giustizia » (ibidem). Mi pare che qui, tra le tante cose che si potevano dire, ne abbiamo dette già abbastanza e possono risuonare per l'intera comunità cristiana e per la società.

L'amore cristiano
Vorrei concludere dicendo che tutte queste cose sono legate e tenute insieme dall'amore e che voi siete il filo conduttore e il segno efficace dell'amore di Cristo e della Chiesa.

Amore che abbraccia i detenuti, le loro famiglie, le persone care al detenuto che si sente castigato in tutta la pienezza dei suoi affetti e genera, di conseguenza, le sofferenze che tutti conosciamo.

C'è il caso di una bambina di otto anni, ad esempio, che disegna il suo papà in Paradiso perché non sa dove si trova. Ci sono i casi di ragazzi che rifiutano di andare a scuola per non sentirsi bollati come figli di carcerati!

Tutta questa sofferenza immane è riflusso tragico nella comunità cristiana e ha bisogno di un amore straordinario. Noi, ciascuno di noi, è debitore di questo amore per i fratelli detenuti.

I detenuti credono, più di quello che si possa pensare, anche se alla loro maniera, in Dio. Essi hanno spesso una fede di fondo e voi siete chiamati a educare questa loro fede percorrendo insieme il cammino nell'amore salvifico di Gesù e nell'amore della Chiesa.

La Chiesa, nel nuovo codice di diritto canonico che andrà in vigore tra qualche giorno, ha molto ridotto il capitolo delle punizioni e delle scomuniche perché desidera, pur ammonendo colui che sbaglia, non lasciargli mancare la testimonianza del suo affetto materno. Voi portate l'affetto della Chiesa con la vostra carità, con vostro amore, con i sacramenti della riconciliazione e della comunione che celebrate con i detenuti, con il vostro dialogo e la vostra attenzione fraterna. Alla celebrazione della Messa ogni detenuto deve poter dire: qui mi sento ancora uomo!

Dostoevskij, che come sapete ha fatto l'esperienza del condannato a morte e poi ai lavori forzati, descrive molto bene in I fratelli Karamazov questa presenza di Cristo e della Chiesa che riconoscono e difendono la dignità del detenuto: « Che avverrebbe mai del delinquente, o Signore, se anche la società cristiana, cioè la Chiesa, lo respingesse, come lo respinge e lo elimina la legge civile?... Non ci potrebbe essere, almeno per il delinquente russo, disperazione maggiore! ». Egualmente significativa mi pare l'espressione di un carcerato: « Il giorno in cui il prete non verrà più in carcere, si potranno costruire le camere a gas! ».

Lo dico a tutti voi, cappellani, suore e volontari: tenete vivo nelle carceri l'amore di Dio e della Chiesa di Cristo. È un amore che crede nella dignità dell'uomo e nella sua salvezza, perché è figlio ed è fratello!

Carlo Maria Martini

Carlo Maria Martini, gesuita, arcivescovo di Milano, cardinale, è stato una delle figure più eminenti della Chiesa cattolica negli ultimi decenni. Insigne biblista, attraverso il metodo della lectio divina ha aiutato i fedeli ad accostarsi alla Scrittura per trovarvi il fondamento e le risposte alle proprie esperienze di vita. Attivo nel dialogo ecumenico e in quello con l’ebraismo, ha promosso il contatto e lo scambio anche con le persone in ricerca della fede, con l’iniziativa della Cattedra dei non credenti. Negli oltre vent’anni del suo episcopato a Milano, gli anni di piombo del terrorismo e quelli dei rivolgimenti di Mani pulite, tutta la città, credente e non, impara a rivolgersi a lui come al primo riferimento morale. Nel 2002 rinuncia al governo pastorale dell’arcidiocesi e riprende gli studi biblici, scegliendo di vivere prevalentemente a Gerusalemme, fino alla morte del 2012.

Guarda tutti gli articoli scritti da Carlo Maria Martini
 
La dignità dell'uomo carcerato
Autore: Carlo Maria Martini
Formato: Articolo
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