La «Mater et Magistra» e i nuovi termini della questione sociale

La «Mater et Magistra» e i nuovi termini della questione sociale

di Francesco Vito

SISTEMA ECONOMICO E ORDINE MORALE
L'idea centrale, che offre la chiave per cogliere il contenuto dottrinale del documento, è l'intima connessione tra sistema economico e ordine morale.

È fallace l'opinione che separa il campo dell'economia dall'ordine etico, che ritiene la condotta umana nella sfera economica dominata esclusivamente dal perseguimento del lucro individuale e che considera la politica economica come tendente al massimo risultato produttivo anche in dispregio dei valori morali.

La concezione cristiana dell'economia proclama non essere separabile la vita economica dalle norme morali: ne consegue, quindi, che al centro della vita economica stessa sta la persona umana. Come tutto l'ordinamento della società, anche quello della sfera economica deve essere rivolto alla conservazione, allo sviluppo e al perfezionamento della persona umana.

La simpatia con cui in questa enciclica, come nei precedenti documenti pontifici in materia sociale, si guarda all'artigianato, all'impresa di piccole dimensioni, alle cooperative, all'azienda agraria di carattere familiare, è data appunto dal fatto che in tali organismi l'uomo ha la più larga possibilità di esplicare le proprie qualità personali. Inoltre, mancando in tali forme organizzative una netta separazione fra i fattori produttivi, viene altresì a mancare la materia dei conflitti sociali. Naturalmente ciò non significa che venga condannata o ignorata e neppure trascurata la grande impresa: il progresso tecnico esige che in non pochi rami dell'attività economica l'unità produttiva raggiunga grandi ed anche grandissime dimensioni, e di ciò non può non tener conto chi osserva la realtà economica contemporanea.

In omaggio al principio della difesa della persona umana viene raccomandata 1a instaurazione di «relazioni umane» specialmente nelle medie e grandi imprese, cioè di un ordinamento che non ponga il lavoratore esclusivamente in posizione subordinata, ma gli consenta di esplicare interamente le sue doti e le sue capacità. Anzi, tenuto conto delle recenti trasformazioni per le quali i rapporti fra i lavoratori e datori di lavoro sono sempre più largamente dominati da decisioni adottate all'esterno dell'impresa stessa, si raccomanda che al lavoratore venga riconosciuto il diritto di partecipare a quelle decisioni a tutti i livelli, sia nell'ambito dell'economia nazionale sia in quello dell'economia internazionale. In tal modo viene delineata una feconda linea di azione dei sindacati dei lavoratori, che va bene al di là della vecchia istanza rivendicazionista.

Non si può ignorare che la formazione di grandi imprese, la concentrazione e la coalizione fra imprese determinino anche l'estendersi delle situazioni monopolistiche, suscettibili di abusare della forza economica. Per ovviare a questi inconvenienti; che sono possibili sia nel settore privato, sia in quello pubblico, la dottrina sociale cattolica ribadisce, attraverso la parola di Giovanni XXIII, la necessità di instaurare gli opportuni controlli.

Anche la riaffermazione del diritto di proprietà che troviamo nella Mater et Magistra viene presentato in relazione all'idea centrale della difesa della persona umana.

Il diritto di proprietà permette all'uomo di raggiungere una consistenza economica. In particolare è consentito al lavoratore, mediante l'accesso alla proprietà, di valorizzare appieno il frutto della propria opera nonché di essere liberato dalla precarietà di vita che accompagna la condizione del salariato. Allo scopo di agevolare il lavoratore nel perseguimento di questo obbiettivo si raccomandano forme diverse di politica economica e sociale, in armonia col grado di sviluppo dei singoli Paesi. Sono ormai innumerevoli le forme mediante le quali viene incoraggiata ed agevolata la diffusione della proprietà privata: di beni di consumo durevoli, dell'abitazione, del podere, delle attrezzature - proprie dell'impresa artigiana ed agricolo-familiare -, dei titoli azionari nelle medie e grandi imprese, ecc. Non è possibile raggiungere dappertutto questo obbiettivo con l'ampiezza e con la rapidità che sarebbero desiderabili. Ad adempiere alla stessa funzione sono diretti i vari sistemi di sicurezza sociale, mediante i quali la comunità intera, e particolarmente coloro che sono economicamente favoriti, sono chiamati ad una attuazione sempre più vasta di solidarietà sociale: le cure sanitarie, l'istruzione, l'orientamento professionale, il ricupero e il riadattamento di soggetti menomati diventano in tal modo obiettivi che si realizzano con lo sforzo di tutti a vantaggio di coloro che non dispongono di ricchezza sufficiente.

La sicurezza sociale è una delle manifestazioni della crescente sfera di socialità che caratterizza il mondo contemporaneo. I rapporti sociali sperimentano una continua estensione sia per effetto dei progressi della tecnica, che riduce le distanze in modo sorprendente, sia in conseguenza del migliorato tenore di vita che permette ad un numero sempre maggiore di persone di dedicare il tempo libero alla conoscenza di altri ambienti, di altri esseri, di altre manifestazioni di vita che non siano quelle domestiche.

Un'ulteriore manifestazione di questo caratteristico tratto della presente generazione è l'accresciuta tendenza associativa. Ad un'organizzazione economica sempre più complessa ed a relazioni sociali sempre più estese corrisponde una sempre maggiore difficoltà per il singolo individuo di tutelare i propri interessi. Sorge cosl spontaneo il bisogno di entrare in organismi capaci di raggiungere, attraverso la legislazione ed altre forme di azione delle autorità pubbliche, nonché di enti privati, obiettivi superanti di gran lunga le possibilità dei singoli. Queste varie manifestazioni, proprie di un mondo caratterizzato, come si è detto, dall'intensificarsi dei rapporti sociali, dall'attuazione di forme sempre più vaste di solidarietà e dall'estendersi della tendenza associativa vanno anch'esse considerate e rapportate all'idea fondamentale del rispetto della persona umana.

Non è pertanto accettabile l'opinione di coloro che hanno creduto di interpretare questa parte dell'enciclica come propugnante la socializzazione come è comunemente intesa, cioè come gestione collettiva delle imprese.

Anche se la traduzione italiana dell'enciclica z si serve di questa espressione per designare le manifestazioni suddette, è evidente che l'ispirazione ed il contenuto del Documento non autorizzano affatto a ritenere che venga sostenuto un programma di gestione collettiva delle imprese. Ciò appare chiaramente se si pone tale interpretazione a confronto coi concetti basilari della Mater et Magistra: ad esempio, con la proposizione fondamentale con cui si apre la parte seconda: «Il mondo economico è creazione dell'iniziativa personale dei singoli cittadini operanti individualmente o variamente associati per il perseguimento di interessi comuni».

Così ancora è da rilevare l'appoggio dato alle forme di attività economica che maggiormente pongono in risalto l'opera dell'uomo, a cui si è fatto riferimento sopra, ed infine l'affermazione che l'azione pubblica deve ispirarsi al principio della sussidiarietà. Essa deve operare cioè là dove i singoli individui e le singole associazioni spontanee fra individui non sono in grado di raggiungere obiettivi conformi al benessere di tutti. Tutto ciò non si concilia con l'interpretazione collettivistica delle espressioni: incrementi di rapporti sociali, progresso delle relazioni sociali, avanzamento delle forme associative.

D'altra parte non si vede come sia possibile cadere nell'equivoco sopra accennato, se si riflette che la materia della gestione collettiva delle imprese viene chiaramente trattata dall'enciclica in altra parte, e in termini che delimitano esattamente la funzione di proprietà e gestione collettiva e i loro limiti.

La proprietà e la gestione collettiva vengono raccomandate sia per un'esigenza negativa sia per un'esigenza positiva. Sotto il primo aspetto si riconosce che lo Stato e gli altri Enti pubblici possono legittimamente avere in proprietà beni strumentali quando questi portano seco una preponderanza economica tale, per cui non si possono lasciare in mano a privati cittadini senza pericolo del bene comune. Sotto il secondo aspetto si va anche più in là in quanto si apre la via alla proprietà o alla gestione collettiva tutte le volte che lo esiga il perseguimento di interessi generali: per esempio in vista delle realizzazioni e dei programmi di sviluppo. Ma tutto ciò non inteso secondo l'opinione su riferita, che parla di gestione collettiva come criterio normale della politica economica. Chiarisce infatti l'enciclica che lo Stato e gli altri Enti di diritto pubblico non devono estendere la loro proprietà, se non quando lo esigono motivi di evidente interesse generale, non certo allo scopo di ridurre e tanto meno di annullare la proprietà privata. Il sistema economico resta pur sempre ancorato alla difesa della persona umana.

LA QUESTIONE SOCIALE DI OGGI
Una seconda considerazione da tenere presente nell'interpretazione della nuova enciclica è che i termini della questione sociale si sono notevolmente dilatati negli ultimi tempi. Essa non si presenta più come all'epoca della Rerum Novarum, quale lotta fra capitale e lavoro e neppure quale carenza di un principio direttivo unitario dell'economia, come al tempo della Quadragesimo Anno. In virtù dell'interdipendenza di tutti i fenomeni dell'economia stessa, la questione sociale ci appare oggi con una estensione che comprende tutti gli strati della società; essa anzi va al dì là delle frontiere nazionali per rivestire, per molti aspetti, carattere mondiale.

Una delle manifestazioni più gravi della odierna questione sociale è l'esistenza di disparità tra i vari settori dell’economia, nonché di disparità tra le regioni di una stessa economia nazionale.

Noto che il settore agricolo si trova in situazione di inferiorità rispetto al settore dell'industria e dei servizi, in quanto il livello di vita di quanti operano nell'agricoltura è sensibilmente più basso di quelli dei rimanenti settori. Vi è anzi qualcosa di paradossale: quanto più rapidamente progredisce un'economia, tanto più si accrescono le difficoltà in cui si dibatte il settore agricolo.

Il problema meriterebbe più vasta trattazione per essere illustrato in tutta la sua ampiezza.

Basti dire che alla radice di questa disuguaglianza di comportamento dei vari settori sta il fatto che l'agricoltura obbedisce alle leggi del mondo organico, mentre quelle dell'industria seguono quelle de1 mondo meccanico. Non è possibile quindi attendersi dall'agricoltura adattamenti alle mutevoli situazioni di domanda e di offerta altrettanto rapidi e più o meno spontanei quali si verificano nell'industria.

Si richiede pertanto una costante e vigile cura per neutralizzare gli effetti sfavorevoli che ogni mutamento dell'economia arreca al settore agricolo.

Il primo imperativo è quello di non far mancare alle zone agricole quella dotazione di pubblici servizi di cui godono le altre affinché la palese inferiorità non rappresenti essa stessa uno stimolo all'esodo dalla campagna. Là dove sembra vano ogni sforzo per rendere proficua l'attività economica il trasferimento degli uomini si palesa inevitabile, la politica economica è chiamata a favorire un nuovo equilibrio della distribuzione territoriale del lavoro. Infine è da considerare l'opportunità di avviare all'industrializzazione zone nelle quali l'agricoltura è insufficiente ad assicurare un tenore di vita adeguato.

Naturalmente non si tratta di decisioni da prendere a caso: occorre tenere conto delle vocazioni produttive delle singole zone. Ciò va inteso in significati diversi. Innanzi tutto non solo nei riguardi della disponibilità locale dei fattori produttivi che attendono di essere messi in valore. Poi nei riguardi della capacità di attrazione di capitale da altre zone. Infine e soprattutto in relazione alla possibilità di collocamento a prezzo remunerativo dei prodotti da fabbricare, onde evitare che l'industrializzazione affrettata di una zona metta in crisi le attività esistenti in altre regioni.

LE DISPARITÀ REGIONALI DI TENORE DI VITA
Ragionamento analogo va fatto in relazione alle disparità regionali, di cui l'Italia offre un esempio particolarmente eloquente.

Gli studi più recenti hanno portato ad accertare che, indipendentemente da eventuali errori o carenze della politica economica, lo sviluppo delle varie regioni di un paese non procede in modo uniforme, se è abbandonato esclusivamente alle scelte dei soggetti privati. Di fronte a questo risultato della scienza economica perdono di attualità per buona parte le vecchie tesi circa la questione meridionale, come ho detto altrove • Vi è anzi un'inarrestabile tendenza alla disparità perchè le zone nelle quali l'impulso all'industrializzazione opera prima che nelle altre, tendono, in virtù di un processo cumulativo, a progredire assai più rapidamente delle rimanenti. Perciò la necessità di una politica organica e sistematica diretta a ridurre i vari saggi di sviluppo regionale è ormai idea generalmente accettata.

Trasferendo il problema dall'ambito nazionale a quello internazionale si può riportare il ragionamento al problema del Mercato comune europeo. Al momento della firma del Trattato di Roma non mancò chi richiamò l'attenzione sul pericolo che l'integrazione europea si risolvesse a tutto vantaggio delle economie più progredite e a danno di quelle meno sviluppate e in particolare dell'Italia.

Il ragionamento era tutt'altro che errato: esso però non doveva condurre alla condanna del programma di integrazione, bensì doveva portare, come infatti portò, all'introduzione di particolari norme a salvaguardia delle economie industrialmente meno sviluppate nonché di norme rivolte appunto ad accelerare il potenziamento di queste ultime (Banca europea degli Investimenti).

A questo tipo di soluzione consistente nel neutralizzare gli effetti cumulativi di sviluppo e di regresso va ormai indirizzata la politica economica e sociale nelle nazioni che sono particolarmente afflitte dalle disuguaglianze regionali di tenore di vita. Si noti che tali disuguaglianze sono la espressione più appariscente di disparità più profonde: disparità nel livello di produttività del lavoro umano, che è dovuta a sua volta a disparità di dotazioni materiali e soprattutto a disuguaglianze nei fattori umani: istruzione di base, addestramento professionale, energie imprenditoriali, ecc.

Una visione integrale del problema dello sviluppo regionale porta a collocare in prima linea gli investimenti umani nel quadro della destinazione delle risorse che vanno mobilitate in tutto il Paese per essere convogliate là dove maggiore è il loro bisogno in quanto, essendo scarsamente redditizio il loro impiego colà in un primo tempo, non vi è da contare su un afflusso spontaneo.

Sono ormai da considerare definitivamente confutate le argomentazioni che, facendo leva sul più alto rendimento di capitali investiti nelle zone più avanzate, si oppongono ai programmi di sviluppo regionali diretti ad attenuare le distanze di tenore di vita da zona a zona. Esse adottano un orizzonte temporale ristretto per quantificare le posizioni di resistenza.
A chi invece si colloca su un piano più elevato per poter vedere più lontano di quanto non accada al privato imprenditore appare chiaro il vantaggio che ricavano in un secondo tempo le attività produttive delle zone progredite per effetto dello sviluppo accelerato delle regioni rimanenti: sono soprattutto i vantaggi dell'allargamento dei mercati di vendita.

Questa considerazione è stata anzi portata all'estremo opposto fino a rovesciare i termini del problema: in Italia, infatti, non è mancato chi ha criticato la politica di sviluppo del Mezzogiorno in quanto recante maggiore beneficio alle industrie del Nord che alle popolazioni del Sud. Si tratta di un giudizio superficiale. Il rapido avanzamento del Nord è dovuto a varie componenti, alcune delle quali sono implicite in quanto si è detto or ora nel parlare dell'effetto cumulativo del progresso. È arbitrario stabilire una relazione casuale fra politica di elevazione economica di una regione e avanzamento industriale di un'altra.

Le sperequazioni regionali non si esauriscono nei rapporti fra regioni avanzate e regioni sottosviluppate.

La teoria economica ha individuato un altro tipo di disparità di tenore di vita nell'ambito di un'economia nazionale, che solo in apparenza può essere assimilato a quello fra sviluppo e sottosviluppo. È quello delle aree depresse: aree che registrano press'a poco gli stessi tratti caratteristici esteriori delle zone sottosviluppate: basso livello di reddito, disoccupazione, tendenza all'emigrazione, ecc. ma che in realtà attraverso un processo diverso da queste ultime zone. Sono aree che avevano raggiunto un certo grado di benessere ma che per un motivo o un altro esterno, come la perdita di mercato o interno, come l'esaurirsi di giacimenti minerari sono entrate in una fase di depressione. Si hanno aree depresse anche all'interno di economie assai progredite come gli Stati Uniti d'America, la Gran Bretagna, ecc.

La politica adatta in tali casi non è la medesima che per il sottosviluppo. Questo è il motivo di tenerle distinte.

LE ECONOMIE ARRETRATE E SOTTOSVILUPPATE
Le disparità interne trovano riscontro nelle disparità di tenore di vita fra nazione e nazione e, entro certi limiti, fra continente e continente. In questo dopoguerra la coscienza politica mondiale ha avvertito il peso drammatico che questo stato di fatto è suscettibile di esercitare nella storia dell'umanità.

Venendo proclamata in un'epoca in cui i progressi tecnici avvicinano sempre più, fisicamente, economicamente, culturalmente e politicamente, le varie parti del globo e rendono sempre più evidente la comunanza di destino collegante tutte le genti, la Mater et Magistra non poteva non toccare l’aspetto mondiale della questione sociale. Che anzi, se si dovessé contraddistinguere questo documento rispetto alle encicliche, ai messaggi e alle allocuzioni in materia sociale emanati dal Pontificato a partire dal 1891, si sarebbe indotti a caratterizzarlo per il posto che esso riserva al tema dei rapporti fra Paesi a sviluppo economico di grado diverso.

Per la esattezza storica va ricordato che questo problema venne chiaramente affrontato nel memorabile Messaggio del 1942 in cui Pio XII fece vedere l’intima comunione esistente fra ordine internazionale ed ordine interno degli Stati e additò alle disparità di tenore di vita fra popoli e popoli uno dei potenziali motivi di disordine. L'Autore della Mater et Magistra si trova ad occuparsi della materia a circa vent'anni di distanza; e cioè dopo che il campo è stato profondamente arato dalla ricerca scientifica nel vecchio e nel nuovo mondo e dopo che non poche esperienze di acceleramento di sviluppo sono state compiute, sotto l'egida di organismi di saggio mondiale o per iniziativa di singoli Paesi o gruppi di Paesi, nel cosiddetto terzo mondo. Infatti la nuova enciclica dedica una parte preminente alla materia.

Per lungo tempo era rimasto nell'ombra il problema del diverso ritmo con cui progrediscono i vari Paesi del mondo, benché essi comunichino gli uni con gli altri mediante le correnti di esportazione e di importazione. Il pensiero economico tradizionale era rimasto fedele all'idea che gli scambi internazionali favoriscono per la loro natura tutte le parti contraenti e che a lungo andare 1e differenze di struttura economica, di produttività, di tenore di vita ecc. sono destinate a ridursi proprio per effetto del beneficio che i Paesi economicamente più deboli ricavano dal commercio con l'estero. Ma l'esperienza doveva mostrare che le cose vanno diversamente. Se i rapporti di scambio si instaurano fra economie assai diverse per grado di sviluppo non si manifesta una tendenza alla riduzione della distanza bensì la tendenza opposta; essa è dovuta fondamentalmente a quel processo cumulativo di cui si è parlato a proposito delle disparità regionali a cui si aggiungono altri fattori: monocultura o monoproduzione nei Paesi nuovi, oscillazioni dei prezzi delle materie prime, rapporti fra metropoli e territori d'oltremare ecc.

La constatazione fu portata alla ribalta dalla politica mondiale al termine della seconda guerra mondiale. Da allora non ha cessato di interessare studiosi e uomini di governo.

L'approfondimento scientifico ha condotto a distinguere fenomeni diversi di disparità fra nazioni; e la distinzione si è rivelata feconda in sede di rimedi da attuare. Se da un lato collochiamo i Paesi economicamente progrediti, aventi cioè un elevato livello di reddito per abitante (Stati Uniti d'America, Canada, Gran Bretagna, ecc.) i rimanenti Paesi non possono essere inclusi in un solo gruppo caratterizzato da più basso livello di reddito. Questa sarebbe una troppo grossolana rappresentazione della realtà. Occorre introdurre almeno una distinzione. Vi sono Paesi che si trovano talmente in basso nella scala del livello di vita da non essere assolutamente in grado di avviare da se stessi un processo di sviluppo. La mente corre subito alla maggior parte dei Paesi asiatici e di quelli africani, e ad alcuni dell'America Latina. Ve ne sono poi altri che, pur lontani dal livello delle economie progredite, occupano una posizione più favorevole di quelli or ora menzionati. Essi attraversano infatti una fase di sviluppo: ma procedono assai lentamente. Ogni anno che passa avanzano di qualche misura ma, in relazione a chi sta avanti a loro, non migliorano la posizione; assai spesso la peggiorano. Si parla nel primo caso di economie arretrate: sono quelle maggiormente bisognose di aiuto esterno; nel secondo di economie sottosviluppate, che attendono appoggio ed impulso per rendere più celere un progresso che è in atto. Per molti aspetti l'Italia, considerata nel suo complesso, appartiene a questa categoria: non è ancora al livello delle economie progredite ma neanche a quello delle aree arretrate.

Come si è detto, la distinzione si è palesata feconda al momento di predisporre i piani di azione per il sollevamento del tenore di vita dei popoli meno favoriti. Per le economie arretrate molte volte si tratta di disporre di aiuti di emergenza. Si è fatto strada però il convincimento che a quegli aiuti devono seguire attività di carattere organico.

La stabilizzazione dei prezzi delle materie prime è uno dei compiti di maggiore impegno a questo riguardo. Non di rado le economie arretrate sono vittime di fatali cadute dei prezzi di derrate la cui esportazione costituisce forse l'unica fonte di quei mezzi di pagamento all'estero che sono richiesti per le importazioni indispensabili alla vita. Poi entrano in considerazione gli investimenti per valorizzare l'agricoltura ed iniziare la industrializzazione.

La Mater et Magistra, preoccupata prima di tutto dell'aspetto morale, richiama l'attenzione su alcuni criteri essenziali da osservarsi in questo campo. Gli aiuti vanno diretti a porre quei popoli in grado di perseguire da se stessi il processo di sviluppo. Più che di assistenza tecnica è meglio parlare di cooperazione tecnico-scientifica fra popoli che aiutano e popoli che vengono aiutati. La individualità culturale di questi ultimi, lungi dall'essere compressa da un giustificato etno-centrismo, va invece rispettata come componente culturale dell'umanità. Infine, ogni sforzo deve essere messo in atto per evitare che la industrializzazione abbia ad essere accompagnata da analoghi fenomeni sociali che contrassegnano le prime fasi della rivoluzione industriale in Europa.

LO SQUILIBRIO FRA POPOLAZIONE E RISORSE
Il problema demografico si presenta oggi con alcune caratteristiche di grande rilievo. Assistiamo ad un preoccupante accentrarsi della sproporzione fra tasso di accrescimento demografico e tasso di accrescimento del reddito in molti Paesi economicamente arretrati e sottosviluppati per effetto di fatti che peraltro sono altamente commendevoli. La rapida diffusione dei progressi sanitari e igienici ci fanno rapidamente abbassare il saggio di mortalità, specialmente di mortalità infantile in quelle contrade. Il saggio di natalità resta pressoché immutato. Ne consegue un intensificarsi della sproporzione suddetta. Si tratta di un contrasto che non ha riscontro nella storia perché, a partire dalla rivoluzione industriale, si assiste: ad un quasi parallelo svolgersi della riduzione di mortalità e dì natalità. Non mancarono qua e là episodi più o meno prolungati di eccedenze di nascite rispetto allo sviluppo del reddito. Ma, in complesso, guardando agli eventi per lunghi periodi di tempo, si è indotti ad affermare che si constatò un riequilibrio graduale. Oggi poi in Europa si registra una indubbia tendenza all'andamento armonico di popolazione e sviluppo economico.

Perciò la sproporzione suindìcata pone un grave problema alla presente generazione. Come è noto vi sono movimenti e correnti che additano la soluzione nella pianificazione delle nascite.

Ma la complessità del problema obbliga ad un esame assai più attento di quello che sembrano aver fatto i propugnatori di quel rimedio. I grandi progressi del pensiero economico e le non poche esperienze di politica per l'avanzamento decelerato di economie arretrate e sottosviluppate stanno ad indicarci che procedendo per questa via e possibilmente affrettando il passo si è sicuri di ridurre l'ampiezza della sproporzione.

Lo stesso fenomeno del tutto inatteso - e per molti incomprensibile - del forte aumento di natalità verifìcatosi attualmente negli Stati Uniti, incremento che va bene al di là della non nuova compensazione demografica che segue ad un periodo bellico, offre motivo di seria meditazione sotto questo aspetto: nonostante quel forte incremento demografico, il tenore di vita continua a progredire. Sappiamo bene che il ragionamento non è applicabile ad economie arretrate e sottosviluppate. Ma si vuoi dire che il rapporto tra andamento demografico e sviluppo economico deve essere ancora più intensamente esplorato prima di pronunziare l'ultima parola circa il destino di quelle economie.

Bisogna tuttavia concedere che nell'ipotesi più favorevole di successo dei programmi di sviluppo, resta pur sempre un margine di proporzione ancora preoccupante. Ma qui si deve richiamare, accanto al fondamentale principio morale del rispetto delle leggi della vita, tutta l'importanza del compito educativo. È della più alta importanza afferma l'enciclica - che le nuove generazioni vengano educate con adeguata formazione culturalè nonché religiosa, come è dovere e diritto dei genitori, ad un profondo senso di responsabilità in tutte le manifestazioni della loro vita anche in ordine alla creazione di una famiglia e alla procreazione ed educazione dei figli.

La materia demografica appartiene a quei punti dell'enciclica in cui si fa più palese l'impronta essenzialmente morale che muove la Chiesa a prendere posizione di fronte alla questione sociale. Per due ragioni. Prima di tutto perché essa non potrà rinunziare al primato dei valori etici che prescrivono che le leggi della trasmissione della vita umana non possono essere posposte alle considerazioni di benessere materiale. Poi, sul terreno della politica economica, solo facendo appello all'imperativo morale è possibile indurre i popoli ricchi a rinunziare al godimento di una parte dei loro redditi allo scopo di garantire un tenore di vita umano ai popoli che si accrescano più rapidamente di quanto non sviluppino la propria economia.

L'ASCESA DEI POPOLI NUOVI NELLA COMUNITÀ DEI POPOLI
Il Pontefice che nel proclamare il Concilio ecumenico manifestò tutta l'ansia paterna per l'unità morale del genere umano non poteva restare insensibile a quell'altro fenomeno tipico dell'epoca nostra che è la formazione degli Stati nuovi, che segna l'ingresso di quei popoli nella comunità politica mondiale in modo autonomo.

L'opinione pubblica internazionale ormai è consapevole di questa trasformazione. Si tratta di preparare il terreno perché esso si compia in modo da giovare al tempo stesso ai singoli popoli interessati e alla pace mondiale.

Per molti aspetti questo problema si fonda con quello dell'avanzamento delle economie arretrate e sottosviluppate. Ma non si esaurisce in esso. Qui predomina l'aspetto politico. La decolonizzazione è un fatto inarrestabile. Ma questo è il lato negativo. Occorre apprestare gli ordinamenti adatti affinché un popolo che accede alla indipendenza non si trovi poi a lottare contro difficoltà di gran lunga superiori alle forze di una società politica in formazione. Siamo appena agli inizi di questo processo. Occorre approfondire lo studio della complessa materia per giungere a stabilire forme di cooperazione internazionale, in cui gli Stati nuovi occupino posizione analoga a quella dei vecchi Stati, affinché sia bandita anche l'ombra di nuove forme di dipendenza. L'argomento ci porterebbe lontano.È tempo di concludere. L'esigenza morale del rispetto della individualità dei popoli e della solidarietà del genere umano ci offre la guida anche in questa materia tanto irta di difficoltà e tanto carica di potenziali conflitti. Il mondo sarà grato all'Autore della nuova enciclica anche per questo contributo fondamentale che offre ad uno dei più inquietanti problemi del nostro tempo.

Francesco Vito

Francesco Maria Gerardo Vito (Pignataro Maggiore, 21 ottobre 1902 – Milano, 6 aprile 1968) è stato un economista e accademico italiano. Nel 1959, dopo la morte di padre Agostino Gemelli diviene rettore dell'Università Cattolica, carica che mantiene sino al 1965, e porta a termine l'istituzione della nuova Facoltà di Medicina di Roma.

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