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La pace nell'Antico e nel Nuovo Testamento

di Bruno Maggioni

Nell'antico oriente (Egitto e Babilonia) la pace si presenta come un concetto globale, nel contempo militare, politico, sociale, religioso, persino cosmico. La realizzazione della pace è compito primario del re, cui spetta realizzare il benessere, la giustizia, l'ordine, il culto, la sottomissione dei nemici. Quest'ultimo tratto ci fa comprendere che la pace è sì un concetto globale, ma non universale: è sempre la pace del popolo, non fra i popoli. La pace non è mai intesa come coesistenza pacifica con altri popoli. La pacificazione dei popoli è intesa come sottomissione. Il nemico, infatti, fa parte del caos, delle potenze che minacciano l'ordine: bisogna dunque soggiogarlo. Questo è il concetto della bellicosa «pace orientale» e, ovviamente con molte differenze, dell'altra pace, molto più famosa, la « pax romana».
La Bibbia si muove nell'ambito di questo pensiero e non poteva essere diversamente.

 

Pace ebraica come pienezza
L'ebraico shalom (comunemente tradotto con pace) significa primariamente completezza e integrità, diciamo una condizione alla quale non manca nulla. La sua accezione è tanto ampia che può applicarsi sia alle esigenze più comuni, di ogni giorno, sia alle aspirazioni più profonde e alle aspettative religiose più alte. Non designa anzitutto il tempo della pace in opposizione al tempo della guerra, ma lo stato dell'uomo che vive in armonia con la natura, con se stesso, con Dio. E tutto questo non solo, e tanto, a livello individuale, quanto a livello comunitario, di popolo. Gli elementi della pace - concreti e quotidiani -
li troviamo elencati in un passo molto celebre (Lev 26, 3-7): «Se camminerete secondo i miei statuti e osserverete i miei comandamenti mettendoli in pratica, io vi darò le piogge nelle loro stagioni, la terra produrrà le sue messi e gli alberi dei campi daranno i loro frutti. Allora la trebbiatura arriverà fino alla vendemmia e la vendemmia sino alla semina; mangerete pane a sazietà e abiterete tranquilli le vostre terre. Genererà pace nel paese e dormirete senza che nessuno vi spaventi; farò sparire le bestie nocive dal paese e la spada non passerà per le vostre contrade. Inseguirete i vostri nemici, ed essi periranno di spada davanti a voi... ».

Dunque lo shalom è un concetto globale, cosa che appare ancora più chiaramente se osserviamo i termini che abitualmente lo accompagnano: pratica della giustizia, osservanza del diritto, accoglienza dei poveri e delle vedove, ordine, benessere, fedeltà religiosa. E tuttavia - come appare da un altro passo altrettanto celebre (Deut 20, 10-14) - non è un concetto universale: anche per Israele la pacificazione dei nemici consiste nel soggiogarli: «Quando ti avvicinerai a una città per muoverle guerra, convoca prima trattative di pace (shalom). Se ti risponde pace e ti apre le porte, tutto il suo popolo ti sia tributario e soggetto. Ma se essa non vuole fare pace con te, anzi inizia a far guerra, assediala. Se Jahvé, Dio tuo, te la darà nelle mani, allora metti a fil di spada tutti 'i maschi, ma le donne, i bambini, il bestiame, tutto ciò che sarà nella città, tutto quanto il suo bottino, portalo via con te e godi il bottino dei tuoi nemici, che Jahvé, Dio tuo, ti avrà dato».


La voce dei profeti: un invito alla conversione
L'apporto dei profeti per quanto riguarda il nostro tema - come del resto anche per altri - è molto grande. Essi hanno fortemente richiamato che la pace viene da Dio (è dono) e che è indissolubilmente legata alla giustizia (non c'è pace senza giustizia, a ogni livello). Ma il loro apporto più interessante è in altre due direzioni: nella trasposizione escatologica della pace e nella lucida percezione che la radice della pace è religiosa, nel cuore dell'uomo, cioè nel rifiuto delle idolatrie: non c'è pace senza conversione.

Di fronte alla delusione e alla contraddittorietà del presente i profeti sollecitano Israele a proiettare l'attesa nel futuro messianico. Tutte le grandi visioni profetiche includono, come elemento essenziale e catalizzatore, la pace (vedi, a puro titolo esemplificativo, Is 9, 1-6 o Is 11). Non si tratta di un comodo espediente per salvare la fede nelle promesse del Signore di fronte alle innumerevoli smentite della storia, ma di una chiara avvertenza che la pace di Dio - la pace che l'uomo veramente desidera - supera di gran lunga, e necessariamente, le frammentate e fragili realizzazioni storiche.

E di fronte ai falsi profeti - profeti di corte - che troppo facilmente assicuravano la pace, i veri profeti (in particolare Geremia ed Ezechiele) hanno sempre polemizzato duramente, ripetendo che non è possibile la pace senza una profonda e radicale conversione. È sciocco ragionare di pace senza volerne pagare il prezzo, senza crearne le necessarie condizioni. Come è sciocco non accorgersi che si arriva fatalmente alla rovina se si continua a coltivare quei germi (le molte forme dell'idolatria e dell'egoismo) che inevitabilmente la producono. Parlare di pace in queste condizioni è pura illusione, come guarire una ferita con palliativi (Ger 6, 14; 8, 11) o imbiancare un muro che sta crollando (Ezec 13, 10-12).

La falsità di questi profeti di corte sta in una concezione nazionalistica del rapporto religioso. Essi ragionavano pressappoco così: noi siamo gli eletti, nulla ci può accadere, il Signore può intervenire solo in nostro favore. Per i veri profeti invece la pace è legata a un fatto morale, a una prassi e a una precisa responsabilità, a profonde e sostanziali riforme. Per lo più - inoltre - i profeti di corte avallavano la politica dei governi, che cercavano la pace attraverso alleanze politiche, collocandosi di volta in volta nell'uno o nell'altro schieramento. Per i veri profeti questo è mancanza di fede: Israele può sopravvivere unicamente se si fida della parola del Signore.


L'esperienza dell'esilio
Prima di abbandonare l'Antico Testamento - e quasi come momento intermedio che ci porta al Nuovo - credo sia utile osservare un'altra tematica, e cioè la progressiva perdita di fiducia nella guerra come strumento capace di risolvere i conflitti dell'uomo. È una pista senza dubbio promettente, che però accenno solo schematicamente. A Israele è stata promessa una terra, che però era già abitata: impossessarsene voleva dire combattere. La guerra continuò poi a essere intesa come inevitabile necessità di sopravvivenza: di sopravvivenza etnica e religiosa. Per rimanere popolo di Dio bisognava combattere contro i nemici. E così Israele pensò che la guerra fosse una via indispensabile per rimanere se stesso. Questo primo stadio può essere riassunto nella formula «Dio combatte con noi». Ma all'epoca dell'esilio si comprende che questa strada è fallita: Israele è sconfitto ed esiliato, senza eserciti e senza re. E allora - ed è il secondo stadio - si pensa che Dio stesso nel futuro messianico opererà il trionfo senza gli eserciti di Israele. Non più «Dio combatte con noi», ma «Dio combatterà per noi». È però con la rivelazione di Gesù che si opera il superamento definitivo, un vero e proprio rovesciamento: il trionfo di Dio passa attraverso la non violenza della Croce, il trionfo passa attraverso la apparente sconfitta. La guerra non porta la pace, neppure la guerra di Dio o per Dio (Mt 26, 52-54).

Verso la pace di Cristo
Il vocabolo pace (eiréne) compare novantun volte nel Nuovo Testamento, e già questo ne indica l'importanza. La sua importanza è ulteriormente confermata da numerose allocuzioni assurte a formule: « Dio nella pace», «Vangelo della pace», «Pace e grazia» ecc. Tuttavia il Nuovo Testamento è anche consapevole di parlare di una pace che non è ovvia, non è immediatamente conforme alle attese, non è senza tensioni: non è la pace del mondo. Gesù infatti dice di «non essere venuto a portare la pace, ma la spada» (Mt 10, 34). E ancora (Gv 14, 27): «Vi dono la pace, vi dò la mia pace, non quella del mondo ». E Paolo a sua volta ammonisce « mentre dicono pace e sicurezza, allora improvvisa li sorprenderà la rovina » (l Tess 5, 3). C'è dunque pace e pace, quella del mondo e quella del Cristo. L'antitesi non è fra pace mate- riale e spirituale, terrestre e celeste, ma fra pace evangelica e mondana. Il mondo rifiuta la pace del Cristo e non raramente perseguita chi l'annuncia, perché il mondo riconosce solo ciò che è suo, e l'annuncio evangelico lo disturba (Gv 15, 19). Il Cristo può donare la sua pace solo perché «ha vinto il mondo ». E per mondo si deve anzitutto intendere la logica mondana.
Il Nuovo Testamento si muove in continuità con l'Antico, ma anche lo compie e lo supera. Rimane la pace come «pienezza », come superamento di ogni disgregazione. Si parla ancora, come già i profeti, di vera e falsa pace. Se ne evidenzia la religiosità, sia nel senso che la pace è dono di Dio, sia nel senso che l'uomo la concepisce correttamente, e correttamente vi si impegna, unicamente se parte da una corretta concezione di Dio: prima che impegno etico, la pace è esigenza teologica. La pace rimane un concetto escatologico, anche se con la venuta di Cristo è già una realtà presente. E rimane un concetto escatologico non soltanto perché è sempre minacciata, vulnerabile, ma anche perché parziale, incompiuta, frammentaria: stabilità e compiutezza, ecco le due caratteristiche della pace «sognata» (cfr. Apoc 21-22). Ma il fatto centrale e nuovo è che la pace è legata al Cristo.

Nella notte di Natale (Le 2, 14) gli angeli hanno cantato: « Gloria a Dio nell'alto dei cieli e pace in terra agli uomini che egli ama». Sono parole da considerare con attenzione: la pace è la contropartita terrestre della gloria che Dio ha nei cieli, la pace è dono della venuta del Cristo, la pace è offerta a ogni uomo, perché è coestensiva all'amore di Dio e Dio ama ogni uomo. Non è escluso che nelle parole di Luca vi sia anche una nota di polemica. Non molti anni prima Augusto aveva fatto erigere a Roma l'Ara Pacis Augustae, e la lieta novella del suo principato era Pax in terris. Luca è di diverso parere: la pace viene dal Cristo, il bambino di Nazaret.

 

Il nuovo orizzonte universale
L'universalità della pace, che costituisce il superamento del più grosso limite anticotestamentario, è affermata con maggiore chiarezza in un altro passo: Ef 2, 11 ss. I pagani che un tempo erano lontani, ora sono divenuti « vicini» nel sangue di Cristo; egli è la nostra pace, « colui che dei due ha fatto un solo popolo e ha abbattuto il muro che li separava, l'inimicizia... ».

Sulla parete del tempio di Gerusalemme, che separava il cortile interno da quello esterno, era scritto in tre lingue (ebraico, greco e latino) il divieto ai non giudei di entrare, pena la morte. Il Cristo - afferma Paolo - ha invece con la sua Croce avvicinato i diversi, ha fatto crollare il muro divisorio. È in questo senso che egli è la nostra pace. Gesù è morto per tutti, trasparenza di un amore divino che raggiunge ogni uomo, senza differenze. Non c'è più il vicino e il lontano, l'ebreo e il pagano, l'amico e il nemico, l'accolto e l'escluso. Inoltre Gesù costruisce la pace con la Croce, cioè sul perdono, sul gratuito, non sulla stretta giustizia del tanto quanto. Non c'è vera possibilità di pace universale senza gratuità e perdono.

 

Violenza e menzogna
Un secondo grande apporto neotestamentario sta nella lucida analisi dell'origine della violenza, analisi presente particolarmente nel vangelo di Giovanni e nell'Apocalisse. Secondo Giovanni (3, 19-21) la radice della menzogna e della violenza sta nel fatto che gli uomini amano più le tenebre che la luce. Un simile uomo è insofferente della luce perché se ne sente minacciato. Di fronte alla luce che lo contesta, ricorre dapprima alla menzogna, dice che la luce è tenebre e che la tenebra è luce. Ma se con la menzogna non riesce a spegnere la luce che ostinatamente continua a brillare, allora quest'uomo ricorre alla violenza, giustificandola. Così avvenne nei confronti della Parola del Cristo (cfr. Gv 5; 8; 9).

E per l'Apocalisse le guerre e le catastrofi che travagliano l'umanità sono « un giudizio di Dio », cioè il frutto di quei falsi valori che gli uomini abbondantemente coltivano. L'Apocalisse vede la causa di tutto questo nell'idolatria e nella menzogna, cioè nella falsità esistenziale, in una filosofia pagana dell'esistenza, nell'impostazione della vita e della società su falsi valori, su ideali che pretendono servire l'uomo ma che in realtà lo distruggono, pretendono appellarsi alla verità ma in realtà sono a vantaggio di interessi di parte. I segni di questa idolatria sono molto evidenti, e l'Apocalisse non si stanca di ripetersi: il lusso sfacciato, l'organizzazione commerciale a servizio del consumismo e dell'accumulo della ricchezza, l'esclusione dal proprio orizzonte di ogni autentico riferimento a Dio, lo spregio della vita umana, la violenza e la persecuzione, lo stato totalitario, la volontà di dominio universale. Sono i tratti di Babilonia, della bestia e del dragone. Ciò che provoca i giudizi di Dio non è la carenza di valori propriamente cristiani, ma più semplicemente di valori umani. E questo non è senza importanza. I giudizi divini (guerre, catastrofi e rovine) hanno lo scopo di far comprendere all'uomo il vicolo cieco in cui si è incamminato. Purtroppo però gli uomini non comprendono: restano ciechi e continuano a percorrere imperterriti la strada della idolatria (9, 20-21).

 

La via della Croce, sorgente della pace
Ma l'elemento centrale e costitutivo della novità anticotestamentaria è, ovviamente, la via che il Cristo ha percorso, cioè la via della Croce. Gesù ha rotto il cerchio - ferreo e secondo il giudizio degli uomini inevitabile - nel quale gli uomini si dibattono: all'amore - essi di- cono - si deve rispondere con l'amore, alla violenza con la violenza. Gesù afferma invece l'amore sempre. (cfr. Le 6, 27-36; iVI.t 5, 38-48; 26, 52-54). Due cose vanno però sottolineate. La prima è che questa prassi di Gesù non è semplicemente un rifiuto della violenza, ma sostituzione della violenza con la prassi dell'amore, del servizio e della solidarietà attiva. La seconda è che la non-violenza di Gesù scaturisce da un'originale concezione di Dio e dell'uomo. Brevemente: Dio è amore e perdono, ed è da questa esperienza di Dio come amore che scaturisce, appunto, la non-violenza. Proprio perché Dio è amore, ne deriva che solo l'amore - e non altro - è la vera forza alternativa e costruttrice, la vera forza di pace, risolutrice dei conflitti. E l'uomo è chiamato ad abbandonarvisi totalmente. In altre parole, tre sono le radici da cui partire per comprendere nel giusto senso la via della pace proposta dal Cristo: una radice teologica (Dio è amore sempre), una nuova valutazione della storia (nella storia, contrariamente alle apparenze, è l'amore che vince: è il Crocifisso per amore che risorge, non i suoi crocifissori); una concezione dell'esistenza come vocazione alla solidarietà.

 

Una lettura teologica
La lettura che abbiamo condotto sin qui si è sforzata di ritrovare i dati salienti dell'esperienza biblica e ne ha, in qualche modo, seguito l'evoluzione. È però una lettura frammentaria e fondamentalmente fenomenologica. Resterebbe da fare un ulteriore passo: individuare le costanti e le radici del discorso biblico, il quadro - teologico e antropologico - nel quale si muove. Dall'esegesi alla teologia biblica. Nell'impossibilità di fare tutto questo, mi accontento di indicare alcune costanti della concezione biblica.

l. Nell'esperienza biblica la pace non è il tema centrale né - che io sappia - è trattato isolatamente, ma sempre all'interno di un complesso più vasto, cioè all'interno di un'esperienza religiosa che pone al centro Dio e la salvezza: chi è Dio? qual è il suo disegno sull'uomo e sulla storia? qual è la vocazione dell'uomo? E cosi la pace - concetto, direzione e metodo - è colta a partire da un'esperienza religiosa globale, non mediante altre analisi. Nasce da una teologia. Questo è un primo punto fermo del discorso biblico. Per questo la pace nella Bibbia si evolve di pari passo con la maturazione dell'esperienza religiosa.

2. La pace è una realtà molteplice e insieme unitaria. Abbraccia tutti i settori dell'esistenza. Se fallisce in un aspetto, fallisce anche in altri. Non si costruisce frammentariamente, in alcuni settori sì e in altri no, con alcuni uomini e non con tutti.

3. La pace esige « conversione». Non bastano aggiustamenti politici, né basta una ricerca di equilibri. La pace non è soltanto nelle mani dei politici, ma soprattutto nelle mani dei profeti e degli educatori. La pace richiede una conversione, un orientamento tanto pro- fondo da raggiungere quello che il vangelo chiama il « cuore » dell'uomo, cioè il centro della persona e il modo di concepire l'esistenza. Richiede una rivoluzione culturale, sociale e religiosa. E richiede fede, il coraggioso superamento di quelle valutazioni che sembrano inesorabilmente imporsi. La Bibbia direbbe di fidarsi della parola di Dio. Le logiche ovvie (come quella che alla forza si deve opporre la forza, alla paura la paura), comuni, razionalmente inattaccabili, non sono in grado di portare alla pace. Sono un vicolo cieco. Perché la pace è opera di Dio e a misura di Dio, non dell'uomo. L'uomo è invitato a fidarsi e a osare.

4. Infine, la pace è per la Bibbia una realtà escatologica. La pace che l'uomo sogna - e che Dio promette - è sempre oltre, non si identifica mai con questa pace. Ed è bene che l'uomo non lo dimentichi.

Bruno Maggioni

Bruno Maggioni è nato nel 1932 a Rovellasca (Como) e dal 1955 è sacerdote della diocesi di Como. Ha studiato teologia e scienze bibliche all’Università Gregoriana e al Pontificio Istituto Biblico di Roma. È stato docente di Esegesi del Nuovo Testamento alla Facoltà Teologica dell’Italia settentrionale di Milano e di Introduzione alla teologia presso l’Università Cattolica.

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