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L’Europa e la responsabilità verso l’intero pianeta

di Agnes Heller

Solitamente noi filosofi iniziamo le
 nostre riflessioni ponendoci la domanda:
 «che cosa?». E perciò mi chiedo subito: 
che cos’è l’Unione Europea? E, quindi, 
che cos’è l’Europa? In prima battuta, si
 può rispondere facilmente all’interrogativo. Che cos’è l’Europa se non l’insieme
 delle storie che vengono narrate sull’Europa? Sono state raccontate molte storie sull’Europa. E sono molto differenti le une dalle altre. Alcune addirittura contrastanti. La lettura delle vicende passate e il giudizio su di esse sarà parziale. Tuttavia, anche se non sarà possibile ricordare tutte queste storie, bisogna menzionare almeno quelle più significative. Non solo per ragioni di scelta, ma anche di attenzione o rifiuto, abbiamo bisogno di ricordare le storie dell’Europa. L’Europa non vanta un numero così sorprendente di storie solo perché è il continente più antico, ma è diventata quella che è oggi proprio perché ha così tante storie. L’Europa è uno storytelling continent, un continente che ha costruito la sua identità come una sorta di autobiografia.

Fin dai tempi del primo Rinascimento sono state scritte o sono comparse diverse autobiografie dell’Europa. Una storia era incentrata sul continente cristiano contrastato da continenti non cristiani, un’altra sull’Occidente contrastato dall’Oriente, un’altra sul continente moderno contrastato da quello tradizionale, un’altra sul continente degli uomini bianchi contrastato dai continenti delle persone di colore, un’altra ancora sui colonizzatori contro i colonizzati, e così via. Come in tutti i casi di costruzione dell’identità, anche l’identità dell’Europa è stata forgiata contrapponendo il “nostro” continente agli “altri”, alla non-Europa.

Tutti i popoli hanno grandi narrazioni. Gli europei, inoltre, godono di due grandi narrazioni condivise e nessuna delle due può essere definita un mito. La Bibbia ha inventato una visione unilineare della storia in contrapposizione a quella ciclica. L’Europa non esisterebbe senza la condivisione dell’immagine di una storia unilineare. È vero che nella Bibbia la storia è anche una storia di redenzione o di grazia. Talvolta, non sempre, l’Europa può secolarizzare questa storia, ma in genere la richiama nella forma di un’immagine di storia di redenzione. La seconda grande narrazione europea è definita dalla storia e dalla filosofia greca e romana. Il modello della Repubblica, del Senato e della rappresentanza sono elementi romani, così come romano è il sistema giuridico. Il modello della democrazia è greco, così come ateniese è il modello culturale. Già a Roma venivano molto apprezzate le persone che parlavano greco e avevano familiarità con il dramma e la filosofia greca. Molto probabilmente il fiorentino Machiavelli fu il primo europeo davvero rappresentativo. Da Machiavelli fino a Shakespeare, i miti e le leggende sono stati tradotti nel linguaggio della storia. Machiavelli interpretò le storie tradizionali in maniera razionale. E, in effetti, le storie europee sono storie razionali, che diventano via via più razionali. Le storie europee sono parte di quel processo che Max Weber ha descritto come il «disincanto del mondo».

Fra le molte autobiografie disponibili dell’Europa, discuterò qui brevemente tre narrazioni fondamentali per la costruzione dell’identità dell’Europa. Una è basata sul contrasto tra libertà e dispotismo, la seconda sulla contrapposizione che vede, da un lato, tutto ciò che è moderno, scientifico, razionale e progressivo e, dall’altro, ciò che è primitivo, tradizionale e non razionale (un modello, questo, che rappresenta la sintesi di non poche storie). La terza narrazione, infine, si riferisce al modello dell’identità negativa, all’interno del quale l’Europa viene identificata dagli stessi europei con il colonizzatore, l’aggressore, lo sfruttatore, in contrasto con il colonizzato, la vittima, lo sfruttato.

Tre storie dell’Europa
L’Europa, l’Occidente, concepisce se stessa come il continente della libertà, in contrapposizione a tutti gli altri, specialmente all’Asia, e anche all’Egitto, così come al mondo del dispotismo orientale. Questo è lo stereotipo più antico. Lo si trova già nella Politica di Aristotele, secondo cui gli europei amano la libertà, ma sono tuttavia incivili, mentre gli asiatici sono civilizzati, ma non hanno a cuore la libertà, e i greci amano la libertà e sono allo stesso tempo civilizzati. È interessante notare come, secondo Aristotele, i greci non sono del tutto europei. L’Europa, e più precisamente l’Occidente, si è sempre pensata come la patria del pluralismo, mettendo chiaramente in luce il contrasto fra l’istituzionalizzazione di un’autorità duale – il papa e l’imperatore – e il sistema cesaro-papista orientale, nonostante l’intolleranza e il fanatismo religiosi fossero violenti tanto in Occidente quanto in Oriente. L’aristocrazia europea, inoltre, si è sempre considerata libera e ha rivendicato l’idea di libera eguaglianza come sua caratteristica fondamentale, tant’è che i parlamenti medievali hanno definito e istituzionalizzato questa libertà. Con l’emergere del protestantesimo – sebbene, per esempio, in Italia ciò sia avvenuto in parte anche prima – l’estensione delle libertà ha acquisito sempre più importanza, tanto da assumere una duplice accezione, indicando, da un lato, secondo l’eredità biblica, la liberazione dalla schiavitù e dalla servitù e, dall’altro, secondo i modelli romano e greco, il costituirsi delle libertà. In entrambi i sensi, la libertà fu presto interpretata come libertà di praticare la propria religione e di utilizzare la propria lingua nazionale.

Fin dall’Illuminismo e in particolare dalla Rivoluzione francese, il concetto di Europa o di Occidente viene gradualmente identificato con l’Europa occidentale. La dittatura “liberatrice” di Napoleone ha diffuso questo messaggio in tutti i Paesi europei. E, infatti, con le guerre napoleoniche, la storia della liberazione si è intrecciata con la seconda grande narrazione europea sulla quale, come promesso, vorrei soffermarmi brevemente. L’Europa non è solo il continente della libertà, la casa degli amanti della libertà, ma è anche la culla di una nuova idea, quella di progresso, che include anche il progresso nelle libertà. In nessun altro posto al mondo, se non in Europa, è stata formulata, pensata e sviluppata l’idea secondo la quale tutti gli uomini nascono liberi. Sostenere che ogni uomo nasce libero e che detiene dalla nascita particolari diritti ha rappresentato da quel momento in poi un punto focale nell’autobiografia europea. Da quando il concetto fu accettato da una minoranza considerevole, questo slogan è divenuto una narrazione davvero efficace, che ha modificato le costituzioni europee ed è diventata il fondamento di quella americana. E si è attuata attraverso le tre ondate di emancipazione politica: quella degli ebrei, del proletariato e delle donne.

In base a questa seconda narrazione, l’Europa si è sviluppata, è progressista, razionale e moderna. L’Oriente invece è stagnante, primitivo, tradizionale e irrazionale. Ci sono molte varianti di questa storia, ma cercherò di seguito di offrirne una semplificazione. L’Europa ha iniziato a identificarsi nei caratteri appena ricordati abbastanza tardi nel tempo. In quanto emblema del cattolicesimo, sin dall’VIII e IX secolo, l’Europa si è considerata custode della verità suprema, in contrapposizione all’islam e alla cristianità ortodossa, per non parlare dei pagani e degli ebrei. Tuttavia, l’autorappresentazione rinascimentale dell’Europa includeva già l’idea di progresso e di modernità, tant’è vero che la concezione ecumenica del cristianesimo universale veniva indicata con l’espressione devotio moderna.

Questo fu un importante punto di svolta perché, fino a quel momento, l’Oriente era ancora un modello di civiltà elevata, mentre l’Europa considerava se stessa inferiore all’impero bizantino e alla Cina. Con l’avvio del cosiddetto processo di civilizzazione, assieme allo sviluppo di nuove scienze e alla successiva rivoluzione industriale, l’Europa perse gradualmente gli ultimi residui del suo senso di inferiorità. Il commercio di vasi e tessuti cinesi continuò a fiorire, ma ora l’Europa aveva la ricchezza, il denaro per comprare. L’Occidente progressista stava sviluppando il capitale, la classe media e le grandi città industriali. E andava spostandosi sempre più verso ovest, verso le colonie americane, che non molto tempo dopo sarebbero diventate gli Stati Uniti.

Il progresso nella sua accezione moderna include l’espansione. Ci si può espandere in territori e modi differenti, e l’Europa li sperimentò tutti. Le colonie del XIX secolo erano ben diverse da quelle del XVIII secolo. La piccola Europa divenne la padrona quasi del mondo intero. In questo periodo essere europeo, specialmente europeo occidentale, significava essere parte della razza bianca che reclamava il diritto di dominare il mondo. Giunti a questo punto, divenne chiaro che le due grandi narrazioni europee, quella della libertà e quella del progresso, potevano essere interpretate in modo tale da diventare reciprocamente inconciliabili. Il progresso, secondo la narrazione europea, è collegato all’espansione. Ma l’espansione in termini di libertà contraddice l’espansione in termini di dominio, per lo meno così sembrerebbe in questo caso.

Siamo già entrati nell’Europa composta da differenti nazioni, con nazionalismi capaci di operare come forze centrifughe e centripete all’interno degli imperi. La tradizionale immagine dell’Europa pluralista assume le forme di una storia composta da una grande varietà di nazioni. Una nuova storia è nata e quella vecchia è stata superata. Non esiste più una cultura europea, ma varie culture nazionali. Eppure, l’Europa resiste ancora come tale nella seconda metà del XIX secolo e all’inizio del XX. Era l’Europa del gold standard, dell’industrializzazione, delle scoperte scientifiche, della democrazia sociale del libero mercato, della pace durata un secolo.

Un’Europa di pace era infatti allora un nuovo episodio da narrare, sebbene fosse stata già proposta in precedenza, come per esempio nello scritto di Kant dedicato alla pace perpetua. L’idea di una pace perpetua unita alla visione del cosmopolitismo rimase a quel tempo, come dimostra il racconto di Stefan Zweig, un’utopia delle buone intenzioni, ma pur sempre il preambolo di una nuova storia europea. La prima guerra mondiale, il peccato originale del XX secolo dal quale tutte le disgrazie hanno avuto origine, segnò la fine di tutte le speranze utopiche. La storia dell’Europa del XX secolo è una storia di incubi incessanti. L’Europa divenne folle. Iniziò a scrivere storie folli, che sembravano inedite e in totale discontinuità con quelle precedenti. In realtà, credere a questa interpretazione è una pura illusione. L’Europa ha prodotto sì follie, ma non senza precedenti o avvisaglie. Le idee di progresso e di libertà hanno favorito aspettative che non conoscevano limiti. C’era nell’aria un’illusione di grandeur. L’Europa impazzì a causa della sua stessa propensione ad attraversare tutti i limiti, del costante e perpetuo sradicamento delle sue tradizioni, della convinzione che l’uomo moderno fosse in grado di inventare qualcosa di nuovo in qualsiasi momento, che un uomo, un self-made man, potesse sostituire il Messia. Il delirio di onnipotenza stimolato dall’odio contro “l’altro” riempì il corpo del continente di campi di concentramento e di sterminio. Fu l’Europa di Auschwitz e dei Gulag. E questo è parte della storia europea, appartiene all’autobiografia dell’Europa. È importante ricordarlo come una storia premonitrice.

Ed eccoci alla terza narrazione rappresentativa della storia europea. È la storia dell’autoidentificazione negativa. L’Europa ora non racconta la storia della sua superiorità, ma quella della sua inferiorità, oltre che dei suoi crimini. Questa terza narrazione è stata ideata dagli intellettuali europei e si è diffusa specialmente dopo la seconda guerra mondiale, sulla scia della decolonizzazione e dell’orgoglio perduto per una “libertà armoniosa” dell’Europa. Le sue declinazioni sono state diverse. In base alla prima di queste, lo sviluppo tecnologico, la modernizzazione, persino la democrazia conducono al nichilismo, alla perdita del pensiero indipendente. Quello che viene chiamato progresso in verità è la manifestazione della decadenza, del declino. Seguendo la seconda declinazione, Auschwitz e i Gulag sono il risultato del progresso. Mentre, secondo un’ulteriore spiegazione, la modernità distrugge le culture tradizionali senza offrire nulla in cambio, se non fame e rovina. Invece di aumentare il livello di libertà, aumenta la divisione del lavoro, che ci rende tutti schiavi. Questa terza narrazione delle storie europee è interessante non tanto perché delinea una nuova finzione per gli europei, ma perché offre contemporaneamente la stessa rappresentazione agli “altri”. Tant’è che gli “altri” ne approfittano per creare la loro identità e definire l’immagine del loro “altro” come “l’europeo”. Il fatto di essere strutturata in molte declinazioni rende questa storia una sorta di modello di relativismo culturale, che privilegia la differenza rispetto all’omologazione.

Le storie future dell’Europa saranno scritte dai cittadini europei e senza dubbio sotto specifiche circostanze, che però solo parzialmente saranno frutto delle loro scelte. In linea teorica, le circostanze nelle quali si compiono le proprie scelte e si definiscono le proprie azioni possono anche essere indipendenti rispetto alle proprie scelte e azioni di padri. L’Europa appartiene al mondo e deve rispondere alle sfide che esso pone. E, forse, i cittadini europei possono influenzare il corso degli eventi che si consumano in una zona remota del mondo. Si tratta di un nuovo tipo di responsabilità, una sorta di responsabilità allargata, che possiamo chiamare «responsabilità planetaria».

In primo piano c’è la relazione fra centro e periferia. L’Unione Europea è un impero atipico. Perché un “impero” e perché “atipico”? È un impero per molti versi simile agli imperi europei precedenti alla prima guerra mondiale. Quegli imperi godevano di un vantaggio rispetto agli Stati nazionali che si erano formati dopo il processo di secessione. Un impero ha una forza economica di gran lunga superiore alla somma del potere economico delle singole nazioni. È, in sostanza, un grande corpo composto da differenti nazioni e da molti popoli che usano linguaggi differenti e che seguono differenti tradizioni. E questo è un grande vantaggio rispetto a Stati nazionali indipendenti e spesso diffidenti, e non poche volte ostili, l’un nei confronti dell’altro. Il caso dell’Unione Europea è simile. Tuttavia c’è una differenza sostanziale. Al contrario dei vecchi imperi europei, ci sono istituzioni democratiche centralizzate: è quindi un’entità del tutto nuova. D’altronde, la modernità consente la possibilità di inventare istituzioni, forme di organizzazione e di governo totalmente nuove. Come ho ricordato, sia la democrazia liberale sia il totalitarismo sono proprio esempi di invenzioni moderne: la prima come nuova forma di governo che sostituisce, da un lato, le vecchie repubbliche e, dall’altro, le monarchie liberali; il secondo come sostituto delle dittature militari e dei dispotismi, mentre l’Unione Europea rappresenta una nuova entità che sostituisce i vecchi imperi europei. È molto probabile che, se le democrazie liberali si estenderanno, allo stesso modo il modello dell’Unione Europea potrà stabilirsi in altri continenti.

Ci sono tuttavia ancora diversi problemi da affrontare, non del tutto differenti da quelli che avevano i vecchi imperi europei. C’è ancora, o per lo meno ci potrà essere in futuro, un conflitto fra centro e periferia, perché, così come è accaduto molte volte in passato nel Vecchio Continente, il primo è più ricco della seconda. Inoltre, l’Unione Europea condivide un’altra importante tendenza con i tradizionali imperi, ossia che l’espansione territoriale ed economica rappresenta il suo elemento vitale. E più si espande e cresce, più la distinzione fra centro e periferia si accentua.

Ho sostenuto prima che l’Unione Europea è un impero atipico, dal momento che ha soppiantato gli imperi europei. In primo luogo è un’Unione nella quale gli Stati membri hanno uguale influenza, e dove i singoli Stati nazionali rimangono indipendenti nonostante abbiano concordato un autorestringimento della propria sovranità. La difficoltà di elaborare e di accettare una costituzione vincolante per tutti gli Stati membri è dunque la mancanza che deriva da una condizione iniziale ideale. In secondo luogo, l’Unione Europea è un impero atipico perché non ha un esercito. Un impero senza esercito è indifeso perché deve basarsi esclusivamente sul proprio potere economico o sul potere militare di altri. Questo problema dovrà essere risolto dalle prossime generazioni. E non è affatto semplice. Se l’Europa sviluppa un apparato militare al suo interno, si troverà più pronta e in grado di resistere a un eventuale ricatto; per fare ciò, dovrà però sacrificare una parte della sua ricchezza. Il conflitto fra libertà e benessere apparirà, con ogni probabilità, in tutta la sua pienezza nell’orizzonte temporale della nostra vita. Ma anche senza considerare questo aspetto, l’integrazione non potrà essere garantita esclusivamente da vantaggi economici. Questi, allo stesso modo in cui giungono, possono venire meno. Ma se il conflitto fra libertà e benessere è una questione che riguarda il futuro, un altro conflitto è già apparso nell’orizzonte europeo: quello fra benessere (inteso non esclusivamente in termini economici, ma riferito anche al diritto di condurre una vita senza minacce, presunte o reali) e responsabilità nei confronti del pianeta.

(Traduzione di Antonio Campati)

Ágnes Heller

Ágnes Heller è stata una filosofa ungherese. Nata a Budapest nel 1929 (ci ha lasciato il 19 luglio 2019), è stata il massimo esponente della «Scuola di Budapest», corrente filosofica del marxismo facente parte del cosiddetto "dissenso dei paesi dell'est europeo", prima del crollo definitivo dei regimi dell'est europeo.

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L'Europa e la responsabilità verso l'intero pianeta
autore: Agnes Heller
formato: Articolo
Il Vecchio Continente è uno storytelling continent, un insieme di storie fatte di libertà, di progresso ma anche di sopraffazione. Ora deve riscoprire la sua vocazione planetaria ridefinendo, al tempo stesso, la relazione tra centro e periferia.
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