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Non c'è Europa senza trascendenza

di George Steiner

La sua opera, ormai molto conosciuta, complessa e insieme coerente, è prima di tutto l’opera di una persona di sterminate letture. Possiamo affermare che spesso qualificato con l'appellativo di intellettuale europeo, unisce la critica all'orrore e al tragico della storia d’Europa alla considerazione di tutto ciò che di
valido l'Europa ha trasmesso? La sua opera non illustra precisamente, nell'insieme, questa tensione permanente tra creazione e distruzione? È possibile parlare di un declino del continente europeo? Di che genere di declino si tratterebbe?

Le due grandi guerre mondiali sono state guerre civili europee. È vero, hanno coinvolto il pianeta, ma sono state prima di tutto guerre continentali interrotte da un funesto armistizio. L'Europa ha voluto lacerare l'Europa. E l'Olocausto, il fascismo e lo stesso stalinismo hanno radici molto profonde nella civiltà europea. Potremmo affermare che, dopo i massacri della Seconda guerra mondiale (settanta milioni di morti secondo le stime degli storici più attendibili, da Madrid a Odessa, da Oslo a Palermo) l'Europa non meritava di rivivere. O potremmo pensare con Paul Valéry, che aveva previsto la morte delle civiltà: «Lasciamole morire!», un pensiero insieme legittimo e assurdo, il cui pregio sta in effetti nel costringerci a pensarlo. A mio parere infatti solo l'Europa ha avuto la possibilità di vivere la dimensione tragica assoluta dell'uomo. L'avvenire delle scienze e del pensiero oggi è negli Stati Uniti. Pensate al fatto che il budget di un'unica università americana, quella di Harvard, è oggi superiore a quello di tutte le università europee messe assieme. A Cambridge, dove insegno, perdiamo attualmente sette dottorandi su dieci. Per guadagnarsi la vita i nostri studenti partono per gli Stati Uniti. Ma il denaro non è l'unica causa di questo fenomeno: il fatto è che sull'altra sponda dell'Atlantico soffia un vento di speranza e di energia che solo due Paesi europei oggi sentono spirare: la Spagna e l'Irlanda. A Dublino, dove il 50% degli abitanti ha meno di venticinque anni, è evidente una vera e propria esplosione di energia nel campo della letteratura e della creazione teatrale. La Spagna sta vivendo il miracolo della propria lingua che si espande e che le ritorna come un boomerang dall'America Latina, una terra di grandi scrittori, poeti e romanzieri che rafforzano la sensibilità spagnola come un'iniezione di energia e di gioia.

In Europa non ci si rende conto - non ci si vuole render conto - dell'impatto esercitato dalla guerra in Kossovo. È in quell'occasione che l'America ha pensato che l'Europa non sapeva mettere ordine in casa propria e perciò invocava il suo soccorso per togliersi dai pasticci. È a partire dalla vicenda del Kossovo, non da quella del Medio Oriente, che l'opinione pubblica americana ha cominciato a provare sdegno e fastidio davanti a un'Europa che chiedeva aiuto. L'assurda diatriba tra Francia e America a proposito dell'Iraq, così infantile e ridicola, non tocca il punto vero della questione. È del declino irreparabile dell'Europa che si tratta, un declino dovuto alla stanchezza, a una stanchezza enorme. Torno ora dalla Germania, dove mi hanno assegnato un premio. Non c'è edificio dove non si legga una lapide che ricorda: «In quel tal giorno del 1944, o del 1945, morì...». Esiste un'espressione, nella lingua tedesca, che risale ai tempi di Kafka, molto interessante e difficile da tradurre, che più o meno significa "essere stanchi del mondo". Un'assurdità, che però può avere un significato psicologico molto forte, come se quella stanchezza derivasse da un eccesso di Storia. I fantasmi sono terribilmente pesanti. Durante il mio soggiorno ho incontrato alcuni tedeschi che mi hanno chiesto con grande cortesia e con grande angoscia come mai, secondo

me, le loro università e le loro grandi istituzioni scientifiche non riescono a decollare. Ho avuto la forza di rispondere: «Senza.offesa, è comprensibile che le civiltà che hanno ucciso tutti i loro ebrei non riescano a tornare a nuova vita. È stato questo il destino della Spagna, che si sta risollevando oggi, dopo trecento anni». Naturalmente posso sbagliarmi, tutto è così complicato! Ma non posso immaginare neppure un'ora della mia vita senza la ricchezza dell'Europa, senza i suoi caffè per esempio. Al caffè si può leggere, si può star seduti tutto il giorno, giocare a scacchi, incontrare gli amici e perfino gli avversari intellettuali. Se ne trovano tanti, dalla sponda dell'Atlantico - penso al bellissimo caffè di Pessoa, a Lisbona - fino a San Pietroburgo, a Odessa, a Kiev. Mosca invece non ha mai avuto caffè, ma Mosca è l'inizio dell'Asia, dell'immensa Asia. Caffè di questo genere non se ne trovano né negli Stati Uniti né in Inghilterra. E per me intrattenermi nel dialogo della felicità e dell'angoscia, dell'ironia e del lavoro è qualcosa di fondamentale, e di miracolosamente soprawissuto a due guerre mondiali e all'Olocausto. È indubbio: bisognerebbe elaborare una metafisica del caffè... Per tornare alle domande iniziali, mi viene in mente una celebre frase di Saint-Just: «La felicità è un'idea nuova per l'Europa», frase alla quale è seguita la sua morte sul patibolo. Oggi ho l'impressione di vivere un epilogo paragonabile a quelli che toccarono ad Atene e a Gerusalemme. E se io ho scelto appassionatamente di rimanere in Europa, per altri la prospettiva di andarsene è molto reale. Qual è infatti il loro awenire, in un'Europa dove le divisioni ideologiche sono sempre più dure e feroci?

Prima di tornare sull'epilogo da lei evocato, qual è, a suo parere, la genealogia dell'esperienza europea a partire da Atene e da Gerusalemme, da Socrate e da Cristo? Se volessimo riferirci al suo testo su il processo di Kafka, potremmo dire che in quella sua interpretazione del romanzo si profila, prima ancora che la shoah, il volto stesso del destino europeo. Quel destino sarebbe dunque obbligatoriamente tragico e fatale, sarebbe una cancellazione progressiva della doppia radice culturale europea?

Stiamo sfiorando un tabù. Quali sono le origini del miracolo greco? Da un piccolissimo popolo, da un pezzettino di terra rocciosa è venuto il pensiero, è venuta la matematica! Le scoperte dei Sumeri o degli Egizi sono meravigliose, ma noi, dal punto di vista intellettuale e scientifico, siamo i figli del miracolo greco. Come è stato possibile? Forse non si è trattato esattamente di un miracolo, o forse il miracolo non ha una causa. La cultura greca lasciava tempo per pensare, e il motivo per cui i Greci avevano tempo per pensare - ecco il tabù - e avevano tutto l'agio per dedicarsi all'argomentazione, alla dialettica, alla riflessione nell'agorà, era la schiavitù e il fatto che le donne erano escluse dalla vita pubblica. Proviamo ad andare più a fondo: quando Archimede viene avvertito che i legionari stanno arrivando per ucciderlo, lui risponde: «Non importa», e continua la sua ricerca su un problema di geometria (le sezioni coniche, la cui soluzione sarà trovata soltanto mille anni dopo). Si lascia uccidere perché la dignità per eccellenza dell'animale umano sta nel pensiero. La cultura greca, quella cultura che ha osato affermare che il compito supremo di una città, di una polis, è un ideale di giustizia filosofica, e che la filosofia deve guidare l'uomo, è una cultura sommamente elitaria. A ben pensarci qui si vede uno scandalo magnifico, che noi ancora capiamo molto poco ma che continua a dominare la nostra esistenza. Proviamo a pensare ai Giochi olimpici di Atene, al maratoneta, ai grandi atleti e alle poesie di Pindaro che celebrarono le prime vittorie di quei Giochi. Lungo quasi tre millenni, la forza di questa idea non è stata mai smentita.

E sull'altra sponda del Mediterraneo, l'altro grande scandalo (un termine che ho tratto da Kierkegaard: in greco, scandalon vuoi dire esplosione, stupefazione, disorientamento... è una parola molto difficile da tradurre) è quello del monoteismo e di un piccolo popolo che vivrà e riuscirà a sopravvivere nei libri a causa di un libro. Un'idea bizzarra, quella di sopravvivere grazie a un libro - un testo che diventa così l'identità di questo popolo - e grazie alla lettura, fondamento della sua conservazione. A causa della mia educazione e grazie alla tradizione ebraica centroeuropea dalla quale provengo mi colloco all'incrocio. di due strade. Provo una grande gioia quando oggi entro nelle librerie di Parigi e vedo che nei programmi di abilitazione all'insegnamento ci sono le opere di Leo Strauss. Solo qualche anno fa questo non era immaginabile. In lui come in altri autori, Chestov, Kierkegaard, e in un'intera famiglia di pensatori è proprio la dialettica tra Atene e Gerusalemme, tra Socrate e i profeti e Cristo, a decidere il destino dell'Occidente. Ma forse oggi siamo arrivati all'esaurimento di questo grande soffio. La tecnologia e la scienza parlano un'altra lingua. Galileo ha detto: «La natura parla con il linguaggio della matematica» e per molto tempo l'ascolto di questa lingua è stato possibile anche ai profani. Ma oggi questo ascolto è diventato impossibile. Che cosa, attualmente, a Cambridge, con il nome di Graal - davvero una bizzarra evocazione da parte degli scienziati - definisce i tre orizzonti della scienza? In primo luogo, la teoria del Tutto, dell'inizio del tempo e dell'universo, di Stephen Hawking e dei suoi colleghi. In secondo luogo, la creazione della vita organica in laboratorio, in vitro. Per finire - ed è ciò che mi terrorizza di più - la neurochimica dell'Io, della coscienza. Un gigante come Francis Crick, un tempo mio collega, che ha scoperto con Watsori la struttura del Dna, afferma che l'Io è una combinazione di zucchero e carbonio. Prima di parlare di follia ricordiamoci che, pur non sapendo come un'aspirina può influenzare il nostro modo di pensare, tuttavia sappiamo che lo fa. La neurochimica ha a che fare con i livelli profondi dell'Io e può modificare la nostra condotta, la nostra immaginazione, la nostra veglia e il nostro sonno. A Edimburgo, nel laboratorio di studi sulla memoria, già si parla: di impiantare una memoria preconfezionata e completa sui malati colpiti da Alzheimer o da demenza senile. Non sappiamo se rallegrarci o inorridire. Ci sono già individui che portano in petto il cuore di un altro uomo o di un'altra donna, ma nessuno si è occupato dei risultati di questi trapianti sulla coscienza. Immaginiamoci una memoria pre-programmata! Dovremmo partecipare tutti a questo immenso dibattito che è giuridico, morale, psicologico, economico e politico. Non c'è aspetto della nostra esistenza che non venga toccato da queste nuove frontiere della ricerca. È una situazione senza precedenti nella storia, questa in cui il cosiddetto uomo medio, di fronte al suo stesso destino, non può esercitare una vigilanza intelligente.

Lo spirito europeo così come lei lo delinea lungo tutta la sua storia (che parte dal testo biblico) può ancora trasnzettere qualcosa? Quale realtà concreta può ancora esprimere? Non è forse irrimediabilmente screditato?

Le risponderò in maniera molto personale: non potrei vivere senza. È con felicità e gratitudine che lo dico. Il critico, il professore ringrazia. Ed esprime il suo grazie imparando testi a memoria. E ciò oggi appare estremamente ridicolo, dato che a scuola i bambini non imparano più niente a memoria. Ma con il passare degli anni per me diventa un esercizio essenziale. Tutte le mattine prendo un passaggio di un grande classico, o della Bibbia, e lo traduco nelle mie quattro lingue. Ieri è stato il turno di Tucidide, un brano dal grande capitolo sulla peste ad Atene. Leggendolo e imparandolo a memoria, viene da pensare a Defoe e alla sua descrizione della peste a Londra, poi si pensa a Camus... e improvvisamente tutti i suoni della nostra cultura europea vibrano di nuovo, come in un risveglio, in un’eco profonda. Ciò che mi fa inorridire e mi fa paura nella "decostruzione" è la mancanza di gratitudine e di gioia che la connota. non manca di genio sicuramente, spesso leggerlo è appassionante, ma il suo gioco di parole sul "pre-testo" è inammissibile. Shakespeare non è un pretesto per nessuno, e così Dante, o Proust. Noi siamo coloro che godono di fronte a quel che la nostra cultura ci dona, e l'insegnamento dovrebbe avere come scopo la trasmissione di questa gioia. La prima frase del primissimo libro che ho letto da bambino era di Dostoevskij: «Ogni grande critica è.un debito amoroso». Non ho mai tradito quest'affermazione. Tutto sta nel gran mistero della gratitudine nei confronti della cultura.

L’originalità specifica della sua opera sta nella volontà di legare la creazione, l'artista e il divenire artistico a una riflessione sul Creatore. Nel nostro mondo nichilista, caratterizzato dalla morte di Dio, è a causa di questa morte che è difficile essere creatori? So che lei si definisce non ateo ma agnostico: si può spiegare la creazione artistica o bisogna considerarla un mistero il frutto di una fede?

Soffermiamoci sulla nozione stessa del creare. Essa dovrebbe riempire di uno sbalordimento infinito. Esistono in proposito lavori interessanti nella psicologia o nella neuropsicologia, ma per ora non spiegano niente. Picasso cammina per strada. Un ragazzino, correndo sul suo triciclo, lo urta. Un pittore, sorridendo, capovolge la scena del triciclo e dipinge il Toro dalle grandi corna. Nessuno può spiegare una cosa del genere. Si parla di sinapsi per definire quel che in Platone si chiama metafora. Può andar bene. Ma per me il creatore, il grande creatore, diffonde precisamente la gioia del mistero. Questo può capitare in qualunque momento e ovunque. Nel Bronx, che a quel tempo era la zona più povera di New York, una madre e i suoi due figli vivevano in un appartamento senza acqua calda. La madre lavorava tutto il giorno in una lavanderia. Il padre era semplicemente scomparso. Il maschietto urlava e piangeva tutto il giorno e sua sorella, non potendone più, gli comprò per pochi soldi una scatola di scacchi. Oggi sappiamo che a cinque anni, in una stanza miserabile, Bobby Fischer era già il giocatore di scacchi più forte del mondo. Quel ragazzino non sapeva che era possibile giocare in due: giocava contro se stesso. Trent'anni dopo ho avuto il privilegio di scrivere un lungo articolo sul torneo tra Fischer e Spassky. Spassky una sera mi disse: «lo non esisto per lui». Nulla può spiegare quella specie di esplosione nel cervello, paragonabile a quel che avviene a un compo- sitore, in un bambino di quell'età. Anche Rossini a nove anni scriveva deliziosi quartetti. Questo miracolo sembra prodursi in tre discipline, la matematica, la musica e gli scacchi, e non sappiamo il perché. Ma perché voler comprendere quel che è magnifico, invece di restare attoniti, felici, sconcertati, invidiosi... La creazione avviene sempre a immagine e somiglianza - in analogia con, direbbe Tommaso d'Aquino - della Creazione originaria. Di qui la mia domanda: in questa fase sempre più tecnologica e tecnocratica, stiamo forse abbandonando in qualche misura, in Europa, il momento della creazione per accedere a quello dell'invenzione? Domanda assurda perché forse domani mattina, nella strada accanto, il miracolo della creazione si produrrà di nuovo. Ma non credo che all'interno della nostra cultura nasceranno ancora uno Shakespeare, un Beethoven, un Michelangelo. Non posso motivare questa convinzione, ed è stupido affermarlo, dato che si tratta di una induzione logica senza fondamento. Non posso dimostrarla in nessun modo. E non posso neppure continuare a lanciare il grido del pessimista: non ci crediamo, non ci crediamo più.

Una parte molto ampia del suo lavoro è dedicata alla tragedia. Oggi, secondo la sua osservazione, la cattiva “letteratura”, nel senso che Verlaine ha attribuito a questa espressione, guadagna terreno. Ma c'è un altro aspetto della sua opera che mostra come la creazione avvenga altrove. È dunque il verbo a perdere terreno?Alla fine della Morte della tragedia lei sottolinea il valore dell'opera lirica, e considera Mosè e Aronne di Scboenberg come un’opera fondamentale capace di assumersi i drammi del secolo. La musica per lei sembra avere un ruolo decisivo.

Di fatto la tragedia, da Sofocle fino a Partage de midi di Claudel o a certi passaggi di Beckett, segna i vertici della letteratura europea. Il Re Lear, la Divina Commedia di Dante, romanzi come quelli di Dostoevskij - un autore che appartiene a pieno titolo alla storia della tragedia - mostrano la vulnerabilità di fondo dell'uomo, la possibilità, secondo una terribile idea greca, che gli dei lo odino. Adoro i film western, quelli nei quali recitano i più grandi divi del cinema. In uno di essi Clint Eastwood, vedendo uno sceriffo che uccide un uomo a bruciapelo, esclama: «Era innocente!». Innocent o wbat? Innocente di che? È da Edipo, da Antigone che la tragedia pone questa stessa domanda. Si tratta di una riflessione senza attenuanti sul destino dell'uomo, sulla sua condizione. È molto indicativo il fatto che, dai tempi di Aristotele fino alla modernità, noi disponiamo di tante belle teorie della tragedia. Non ne abbiamo invece sulla commedia, forse perché sarebbe più difficile produrne: Kafka, a Praga, mentre leggeva agli amici La metamorfosi, rideva fino alle lacrime: l'essenza del comico all'interno del tragico è molto misteriosa. L'uomo dispone di tre linguaggi: la linguaparlata e scritta, la matematìca, che è una lingua planetaria, come l'algebra universale sognata da Leibniz, e la musica. Mentre innumerevoli culture hanno forse avuto una letteratura soltanto orale, per converso non esiste sulla terra una comunità umana priva di musica. La musica sembra dunque caratterizzare l'uomo, ed è per questo che Lévi-Strauss dice: «Invenzione della melodia, mistero supremo delle scienze umane». Ai giorni nostri, da Vladivostok fino alla Patagonia, il walkman permette ovunque di ascoltare la stessa musica e di muoversi allo stesso ritmo. È una lingua universale, più di quanto non lo sia l'angloamericano, con alcuni interessanti legami, tuttavia, tra i due fenomeni. Quale gioia, in un momento così difficile, avere accesso a tutte le musiche, di tutti i Paesi, di tutte le epoche, di ogni tipo di stile! A volte mi dico che, se per disgrazia la mia vista dovesse calare, ne sentirei meno la privazione grazie al fatto di conoscere a memoria molta letteratura. Ma non riesco neppure a concepire la possibilità di non poter ascoltare musica. Spesso, la sera, poso il libro per ascoltare musica e mi domando: che cos'è la musica? Non credo affatto che sia un'imitazione del canto degli uccelli, in essa c'è qualcosa di molto misterioso e di terrificante. Grazie agli archivi noi ora sappiamo (è una scoperta piuttosto recente) che la sera in cui, all'Opera di Vienna, andava in scena il Rienzi di Wagner con un allestimento grandioso, il signor Adolf Hitler e il signor Hertzel, il grande giornalista, ne traevano conclusioni antitetiche. Lasciando il teatro Hitler confessò che davanti ai cori aveva avuto una visione del modo in cui si possono dirigere le folle. Quanto a Hertzel, egli scrisse nel suo giornale che quella sera aveva capito che Gerusalemme e il sionismo erano obiettivi possibili. Stessa musica, stessi accordi, stessi contrappunti. Nietzsche ne deduceva che la grande arte è al di là del bene e del male, e ciò equivale a constatare la potenza della musica sull'umana condotta. E Lenin diceva di non potersi permettere di ascoltare L'appassionata di Beethoven. Mi pongo il problema di ciò che fa la musica quando entra in noi, qual è la sua vita interiore, in che cosa ci cambia, perché può intorbidare la limpidezza di una visione morale. C'è chi ha scritto su questo tema, Jankélévitch per esempio, ma su questa strada si procede molto lentamente.

Lei è molto sensibile anche alla voce e alla sua origine, e a questo tema, e soprattutto al grido, ha dedicato numerosi testi. Non c'è, anche in questo campo, una prospettiva misteriosa da esplorare?

Non le è mai capitato di aver voglia di urlare contro l'ingiustizia di Dio, contro il fatto che ci sono persone che cantano bene e altre che non riescono neppure a mettere in fila una gamma di suoni? Non sappiamo minimamente spiegarci neppure questo. Così come non comprendiamo perché certi uomini e certe donne, privi di qualunque lesione fisiologica, dotati di orecchio perfetto, siano incapaci di sentire la risoluzione di un accordo; o perché altri non distinguano i colori. Recentemente si è scoperto che uomini e donne, peraltro molto intelligenti, si mettono a piangere di fronte alla più elementare equazione matematica. Ciò che per me è meraviglioso è il nostro trovarci nella preistoria della preistoria del pensiero umano. Tutto è davanti a noi.

L’originalità, la singolarità del suo pensiero si mostra nell’atto che la sua vision della creazione, che è quella di un agnostico, non mette in discussione l’idea di una trascendenza. Coszì che l'obbligo di rispettare qualcosa come una morale immanente rimarrebbe in vigore...

Una volta è stato chiesto a Bertrand Russell, un grande ateo, che cosa avrebbe detto quando fosse arrivato lassù, davanti a Dio. che avrebbe detto: «Avresti potuto darci qualche prova». E una bella risposta, ha tutta la mia comprensione. Sono religioso in un senso molto preciso: ritengo che il nostro povero cervellino sia molto più piccolo degli interrogativi che si pone e che - espressione banale - tutto ciò vada ben oltre noi. Quando ci si esprime così, si sta già parlando di trascendenza. Credo che non si possa né affermare né negare la fenomenologia dell'Altro. Wittgenstein ha detto che, se avesse potuto, avrebbe dedicato le sue Ricerche filosofiche a Dio. Beckett si è espresso da quel formidabile scrittore che è. Ha scritto, infatti, una frase che dipende per il suo significato da una virgola: «Non esiste, il briccone». In inglese, se si dà peso alla virgola, il senso cambia completamente: «Il briccone hon esiste» o all'opposto «è un briccone perché non esiste». Bisogna essere Beckett per una trovata del genere. Credo profondamente a quella dignità dell'interrogarsi di cui abbiamo parlato e penso anche che alcuni peccati siano imperdonabili. Il cristianesimo, che parla di peccati contro lo Spirito Santo, non · ha mai definito con precisione questa nozione inquietante. Péguy, uno dei miei maestri, fa dire alla sua Giovanna d'Arco, nelle prime battute del mistero che le dedica: «No, non posso accettare un Dio che non ha perdonato Giuda». È Péguy che parla con la voce della sua piccola Giovanna. E poiché siamo tutti nani all'ombra di Kant, è forse con la voce di Kant che dico: ciascuno di noi dovrebbe avere nell'anima un minuscolo promemoria con le immagini degli assoluti che non vanno trasgrediti. Appartengo a un piccolissimo popolo nel quale ci consideriamo gli invitati della vita, e dobbiamo considerarci gli invitati sulla Terra; e gli invitati cercano sempre di lasciare la casa un po' più pulita e più ricca di come l'hanno trovata. È così che io interpreto il dovere dell'ebreo: insegnare agli uomini e alle donne a essere reciprocamente degli invitati. Se non impariamo questa lezione, è possibile che tutto finisca in un massacro. Malraux diceva che le guerre del XXI secolo sarebbero state terribili guerre religiose, e forse aveva visto giusto. Non c'è dubbio che questi conflitti colpiranno ben più di due grattacieli. Ma imparare a essere invitati gli uni per gli altri significa anche comprendere che la verità è sempre in esilio, è sempre in transito, sempre in cammino. E meraviglioso avere le gambe. Le radici vanno bene per gli alberi - e io adoro gli alberi - ma preferisco di gran lunga le gambe. La regressione allo sciovinismo territoriale mi atterrisce, che si verifichi in Irlanda, nei Paesi Baschi o nei Balcani.

Nel suo ultimo libro lei affronta direttamente la relazione tra maestro e discepolo e dunque la questione della auctoritas...

Proviamo a esaminare le tre grandi relazioni d'autorità. Nella prima, il maestro distrugge l'allievo, psicologicamente o fisicamente. Questa relazione comincia con Pitagora, che non esita a far annegare il suo migliore allievo accusato di averlo tradito divulgando pubblicamente il segreto dei numeri irrazionali. Seconda possibilità: l'allievo distrugge il maestro, evento molto più frequente e diffuso di ciò che la psicoanalisi chiama col nome di rivolta edipica. L'allievo uccide il maestro e lo sostituisce. A Praga un mendicante si presenta alla porta del più grande astronomo del tempo, Tycho Brahé. Questi gli offre ospitalità, poi si accorge che il ragazzo è·molto dotato per la matematica e ne fa il suo assistente. Poco prima della sua morte, il maestro capisce che Keplero distruggerà l'intera sua opera... Terza possibilità: la trasmissione attraverso l'anima. Ho avuto il privilegio, quattro volte nella mia vita, di avere allievi molto più dotati di me, molto più forti e capaci. Questo è il massimo della ricompensa per un professore. Ma se proviamo a definire l'epoca in cui siamo, potremmo chiamarla l'epoca dell'irriverenza. Il maestro viene preso in giro, non lo si ringrazia mai, non ci si alza in piedi quando entra in classe. Penso sempre a quel grande personaggio di Adorno, che ha avuto il coraggio di affrontare i totalitarismi. Di fronte a tre giovani donne che si spogliano e si mettono a ballare davanti a lui, Adorno muore di una crisi cardiaca. Viene abbattuto dal ridicolo. A quel tempo i professori erano preparati a tutto tranne che al ridicolo, al ridicolo che uccide. Oggi, a causa dell'irriverenza, non ci si alza più in piedi - interiormente - davanti al maestro.

Intervista a cura di Isabelle Albaret e Olivier Mongin

George Steiner

George Steiner è stato uno dei più grandi intellettuali del Novecento, mastro della letteratura mondiale.

Guarda tutti gli articoli scritti da George Steiner
 
Non c'è Europa senza trascendenza
autore: George Steiner
formato: Articolo
Una storia di conflitti ma anche di libertà: è questo il Vecchio Continente nato dalla sintesi fra Atene e Gerusalemme. Ma qual è oggi il destino della cultura europea? Il vero pericolo è lo sciovinismo territoriale, dai Paesi Baschi ai Balcani.
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