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Paura, libertà e poesia. Il mondo visto dal giullare

di Antonio Albanese

Nel mio lavoro (ma forse non solo) è decisivo il punto di vista. Io mi considero innanzitutto uno spettatore. Mi sento molto curioso, molto esigente, e come spettatore curioso ed esigente desidero trattare ogni argomento.

Nei miei primi spettacoli parlavo di solitudine. Quella era la mia esperienza: abbandonavo il piccolo paesino di provincia, per raggiungere e affrontare la grande città, Milano.
Il primo impatto è stato forte, duro. Da ciò
mi è nato il desiderio di raccontare quel certo tipo di solitudine, provato realmente all’interno di un monolocale di sei metri quadri: ero incastonato come un geco, restavo fermo per paura di muovermi! Anche se ho ricordi fantastici di quel periodo. Vivevo con un amico di Foggia che ogni volta, al ritorno da casa, portava un container intero pieno di cibi: si mangiava per settimane. E dopo gli piaceva pure lavare i piatti!

In seguito ho sentito di dover provare a raccontare il problema, a tratti esasperante, del lavoro. Ho ripensato alla mia storia. Io sono cresciuto operaio, a quindici anni ero in fabbrica e ci sono stato fino ai ventuno: arrivavo da una famiglia operaia, ero spinto a seguire quella strada dalla comunità in cui vivevo. Oggi il lavoro non è più rispettato secondo il suo valore autentico e nobilitante, è diventato una malattia. Ho letto di un industriale che si difendeva dall’accusa di frode fiscale affermando: «io comunque sono una brava persona perché lavoro sedici ore al giorno». Ma non può essere una brava persona chi lavora sempre sedici ore al giorno, non può proprio: non ne ha il tempo! Come nel caso di un altro importante uomo d’affari che – fatto realmente accaduto – non è andato al funerale del padre per non perdere un appuntamento con un cliente. Queste sono aberrazioni che dovrebbero essere corrette.

Ora, nel mio ultimo spettacolo (Psicoparty, scritto con Michele Serra, Piero Guerrera ed Enzo Santin) ho voluto affrontare il tema delle mille paure che quotidianamente osservo, nella vita di tutti i giorni. Anche in questo caso ho preso spunto da me, da un mio intimo senso di oppressione. Tuttora mi sento oppresso, ma, studiando e documentandomi sulla materia, ho superato qualche ansia. Anzi, forse ho desiderato affrontare la paura – e, alla fine, l’ho fatto con piacere – proprio perché ero il primo a essere impaurito. Ora, invece, mi fa più paura il fatto di non aver inventato molto, ma di aver solo strutturato in un testo ciò che io, tutti, possiamo vedere intorno a noi.

Il tema è stato senz’altro indovinato. Due anni fa, lo spettacolo fu accolto con molta sorpresa, poi i mass media hanno iniziato a trattare spesso la questione della paura (l’hanno anche inflazionata un po’, in verità). Ora il pubblico è più acuto, più pronto, più attento. Con il mio gruppo ho cercato di raccontare quel vortice di piccoli momenti, di notizie, di colori e di rumori, quell’insieme di tante circostanze inquietanti da cui ogni giorno siamo assaliti quando usciamo di casa. Ho cercato di farlo ricostruendo un altro vortice, impastato di movimenti e di stordimenti, di suoni e di gesti, come in una sorta di allucinata labirintite. Mi sembra interessante non tanto descrivere certe paure, nel bene o nel male, quanto renderle ridicole, per offendere e contrastare convenzioni, mode, strategie di potere (in quanto ordine basato sulla paura), la politica, il moderno capitalismo, i mostri che producono e le loro straordinarie forme di egoismo malato e volgare.

La realtà vista dal giullare. Credo sia necessario ammettere che oggi non va tutto bene. Se vogliamo essere sinceri e onesti, se abbiamo il coraggio e la voglia di andare a vedere oltre le facciate, i salotti buoni e le aree protette, dobbiamo constatare che non è tutto così piacevole e gradevole. E io, da comune mortale, da omino semplice semplice, non so stare veramente bene se gli altri, se le persone che mi circondano, non stanno completamente bene.

Ovviamente, non ho soluzioni da offrire. Forse, potremmo cercare di capire perché spesso, anche se stiamo bene, ce ne vergogniamo. Abbiamo dimenticato, o abbandonato, le cose più semplici, fondamentali? Nel flusso ininterrotto ed eccessivo dell’informazione e della comunicazione, non riusciamo più a capirci e ci stiamo stordendo? Il fatto è che c’è tanta esasperazione nel nostro mondo: siamo sommersi di contestazione, di noia e di malinconia. Per questo dobbiamo reagire, non dobbiamo abituarci ad avere paura (sebbene il fatto stesso di contrastare un’abitudine – anche questo – spaventi).

Io vado avanti, continuo a proporre la mia critica con una risata, per raccontare drammi reali e suscitare nel contempo una sensazione positiva. Mi sembra si tratti di un meccanismo ricco di potenzialità per il comico, che in fondo è un giullare, un guitto, ed è bene che sia così, anche se può capitare che una critica o una denuncia, quando formulate da un intellettuale “patentato”, vengano prese in considerazione più di quanto non capiti a quelle del comico. Penso, infatti, che la credibilità non debba essere catalogata, né esaltata. Il lavoro del comico, come il lavoro di ogni artista, non deve farsi condizionare da una sospetta “elevazione” a qualsivoglia pulpito: è essenziale la piena libertà di esprimersi. In fondo è questa la potenza della comicità. Io ho frequentato la Scuola d’Arte Drammatica del Piccolo di Milano e i teatri di ricerca – roba serissima! –, poi mi sono avvicinato al cabaret per mantenermi. E così ho conosciuto la comicità: che è libertà pura. Non ha regole, spazia, suscita discussioni e permette di arrivare all’arte veramente popolare, che abbraccia tutti.

Milano: «giù al Nord». Come ho detto, il primo impatto con Milano è stato durissimo. Presto, però, ho cominciato ad amare questa città e continuo tuttora a farlo. Mi piace frequentarla, passeggiare per le sue strade: è una città molto particolare.

Io considero Milano una città molto tollerante, capace di far fronte a impatti di incredibile portata sociale. Penso all’arrivo, ormai tanti anni fa, dei meridionali (sono figlio di siciliani emigrati al Nord e non lo dimentico) o degli extracomunitari oggi. Milano prova comunque a ricevere tutti. Ovviamente, esistono dei limiti, come per tutte le metropoli. È certamente un argomento molto delicato. Tuttavia ritengo che sia necessario provare a conoscere e comprendere i nuovi fenomeni sociali nella loro evoluzione, vivendo le atmosfere e gli ambienti cittadini per capirli.

Per esempio, io, quando vengo a Milano, cambio sempre l’albergo, per vedere quartieri e zone diverse. Da un anno mi sto spostando nel quartiere cinese. Innanzitutto devo ammettere che alcune storie leggendarie – come il fatto per cui apparentemente non ci sono malati, né funerali, né gatti – sono vere. Ho perlustrato tutte le strade: nessun gatto. È una cosa che mi mette un’ansia... In compenso ci sono certi toponi! Poi sembra che esista davvero il famigerato “Mister 500 milioni” (in vecchie lire), un personaggio, cinese, non ancora individuato dalle autorità, che si presenta ai commercianti italiani in difficoltà e si offre di comprare seduta stante, in contanti, i loro negozi. I commercianti, spesso già in crisi, davanti a una cifra cospicua e immediata molte volte accettano, pur perdendo l’attività e forse un po’ della loro dignità.

In effetti avverto che – come dire – c’è una strana temperatura nell’aria. Proprio oggi si è verificato un incidente insolito e, direi, preoccupante. Un vigile pare abbia multato un cinese; questo, ritenendo ingiusta la situazione, ha reagito con rabbia e, in un attimo, si sono radunati sulla via almeno altri quattrocento cinesi, che hanno quasi tentato di linciare il vigile, finché sono arrivate le forze dell’ordine. La cosa che mi ha impressionato è che quel primo cinese ha reagito personalmente, come singolo, ma – non in un giorno: è bastata una frazione di secondo – tutta la sua comunità ne è stata coinvolta e lo ha sostenuto in modo compatto. Forse, stanno affiorando alcune tensioni profonde e Milano, nelle sue differenti componenti, si sta impaurendo e sta reagendo in maniera strana, diventando un po’ cattiva.

D’altra parte, Milano è una città molto varia, con una sua modernità e contemporaneamente con un suo peso storico, una sua riservatezza. E poi, secondo me, a Milano c’è ancora un grandissimo senso dell’ironia. Di questo sono completamente convinto. Non a caso ha sempre ospitato una importante scuola comica.

L’emozione dell’arte e il profumo dell’acqua. Confesso di avere due grandi passioni: l’arte contemporanea e la pesca. Quella per l’arte contemporanea mi è stata trasmessa da mio fratello, che ha frequentato l’Accademia di Brera. I quadri mi hanno sempre emozionato. E quando una cosa ci emoziona sono assolutamente convinto che meriti di essere venerata e amata. Inizialmente, nella mia completa impossibilità economica, ho cominciato con il seguire le mostre e l’osservare le tele. Appena ho iniziato a guadagnare, ho provato il bisogno non tanto di possedere quegli oggetti, i dipinti, quanto piuttosto di avere vicino a me i segni materiali di quelle esperienze emozionanti.

L’arte contemporanea, infatti, mi affascina moltissimo. Come la comicità, ha qualcosa di assolutamente libero – alcuni dicono anarchico, ma non è ciò che intendo io, almeno non esattamente. C’è in essa, vivissimo, il grande coraggio di sperimentare, di provare ad andare oltre l’abituale e il “normale”, rischiando, graffiando, contestando: questo è meraviglioso. Si tratta di gesti che trovo veramente carichi di sincera onestà, se compiuti in determinati periodi e contesti storici (penso a quando Milano era – purtroppo non lo è più – una delle capitali dell’arte contemporanea, estremamente stimolante). L’arte, personalmente, mi aiuta a fantasticare, a non stare fermo con la mente, a non annoiarmi. In alcuni casi mi ispira anche nella creazione e nel perfezionamento dei personaggi. Ad esempio, Perego, lo spietato industriale che fabbrica capannoni sempre più grandi, indossa un collare indecifrabile, che tuttavia gli dona una durezza appropriata: ecco, questo dettaglio mi è stato suggerito dalle opere di George Grosz, artista tedesco che ha elaborato uno stile particolare per raffigurare con crudezza la borghesia e i capitalisti di inizio Novecento, e che sembrava adeguato a quella mia maschera.

La pesca, invece, è legata alle mie origini. Sono nato dall’acqua, sul lago di Como, vicino a Lecco. Mi piace moltissimo sentire il profumo e il rumore dell’acqua. Non si tratta – come potrebbe sembrare – di una fuga, ma di un momento che mi permette di ritrovare la pace in me stesso per affrontare meglio il mondo. Credo che possa aiutare a riflettere, a fermarsi un attimo e a uscire dalle troppe gabbie quotidiane in cui ci rinchiudiamo con le nostre mani. Infatti, penso sia importante imparare a dedicarsi a noi stessi, fuori dalla routine, per capire cosa veramente ci attrae, cosa conta davvero per noi.

Il gesto originale della follia. Epifanio, il mio primo personaggio, nasce a partire da una mia esperienza come educatore in un ospedale psichiatrico dell’età evolutiva, pieno di bimbi tenerissimi e stralunati, spesso abbandonati. Si è trattato di un’esperienza bellissima, che però dopo solo quattro mesi ho dovuto abbandonare, perché una bambina si era molto affezionata e chiedeva sempre di me. Io non potevo frequentare regolarmente gli incontri e il neuro psichiatra mi ha avvertito che ciò con il tempo avrebbe potuto diventare un problema per lei. Così ho preferito lasciare, anche se mi è dispiaciuto molto: si chiama Maria la bambina, così bellina. La sua come le altre sono storie impossibili anche solo da pensare. Ma in quei mesi ho capito che nella follia c’è qualcosa di assolutamente sensazionale: l’originalità fisica, il gesto originale. Noi, in un modo o nell’altro, ci stiamo davvero “globalizzando” in tutto. Forse non ce ne rendiamo conto, ma, vittime di mille condizionamenti, camminiamo tutti nella stessa maniera, assumiamo la stessa postura, diventiamo tutti uguali. Per contrasto, io ricerco una sorta di anarchia fisica e gestuale, di assoluta libertà del movimento. Spesso l’ho trovata, anche se può apparentemente stupire, nei cartoni animati e, appunto, nella follia.

Così, prima con una giacchetta, poi con un cappottino, è nato Epifanio: il primo impatto della mia comicità con il pubblico – che ne è stato, in verità, piuttosto scioccato. Abituati al cabaret anni Ottanta in stile Drive In, gli spettatori si vedevano arrivare sul palcoscenico questo matterello dolce e quasi muto e rimanevano un po’ interdetti; una donna, una sera, lì per lì ha persino gridato dallo spavento. Io stavo zitto, mi muovevo ma non dicevo niente: minuti interi di assoluto silenzio. Era una comicità... drammaticissima! Veramente interessante, secondo me. Per questo, forse, Epifanio è il personaggio che sceglierei se dovessi indicare quello a cui sono più affezionato: è stato il primo che ho creato, così complicato da interpretare fisicamente, con la sua camminata e i suoi gesti che adoro. Rappresenta ricordi bellissimi, e si avvicina più di ogni altro a quel tipo di abitante di un mondo ingenuo e poetico che a volte mi piacerebbe scoprire nella realtà.

Infine... Percepisco un dolore grandissimo e diffuso, in particolare tra i giovani: a volte mi appaiono così rassegnati, così carichi di una energia implosa, che li ferma e li inchioda invece di spronarli a muoversi e a costruire. «I giovani sono un problema, non una risorsa»: questo pensano in troppi, contrariamente a quanto si dice. I giovani potrebbero gestire, organizzare, inventare, ma in realtà nella nostra epoca sono schiacciati. Devono reagire.

Da diciotto anni faccio questo mio strano mestiere. Non è poco, specialmente nel mondo dello spettacolo. All’inizio, lasciando la fabbrica in cui facevo l’operaio per venire a Milano, ho cercato di andare oltre il destino che sembrava aspettarmi: infatti i miei, preoccupatissimi, non erano per nulla d’accordo. Comunque sono arrivato a Milano e ho potuto incontrare il teatro e le sue magiche, eccitanti vibrazioni. L’ho inseguito come un sogno, l’ho coccolato. Alla fine ci sono riuscito, sono diventato un attore, con molta fatica, molto studio e molta fortuna: il talento non basta. Poi ho avuto momenti, pericolosissimi, di “onnipotenza”: fama e successo permettono di fare qualsiasi cosa ed è così che si rischia di perdere se stessi e la propria professionalità; occorre mantenere la consapevolezza di chi si è e di che cosa si vuole fare, senza scendere a troppi compromessi. Quindi, ho avuto momenti di difficoltà, anche personale, e non lo nascondo, perché credo che siano fondamentali per crescere, se si sanno sfruttare e non ci si lascia abbattere.

Però ora, alla luce della mia esperienza, posso affermare con sicurezza che se si lavora onestamente, rispettando e amando il proprio lavoro, con il tempo si è premiati. L’onestà è l’arma più forte e vincente, è sorprendente. Perciò mi raccomando: sempre onesti come delle bestie!

(a cura di Gerardo Ferrari e Mattia Bellati)

Antonio Albanese

Antonio Albanese, tra i più eclettici e maturi artisti italiani, spazia dalla tv (Su la testa!, Mai dire gol, Non c’è problema) al teatro (Giù al Nord, Psicoparty), al cinema (con maestri come Mazzacurati, i Taviani, Avati, Veronesi, o firmando lui stesso la regia).

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Paura, libertà e poesia. Il mondo visto dal giullare
autore: Antonio Albanese (attore)
formato: Articolo
La rappresentazione della società contemporanea e delle sue angosce, con un sorriso amaro e un'inconfondibile, surreale vena poetica. Insieme alla voglia di reagire, per ritrovare il senso della semplicità e la bellezza della spontaneità.
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