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Poesia e sacralità contro l'era della chiacchiera

di Franco Loi

Quando si parla di spiritualità, di solito, e non parlo della gente semplice, si fa riferimento alla qualità o quantità di consapevolezza o di cultura di una persona, oppure ci si riferisce a una più o meno convinta adesione a una teologia, per non parlare degli eccessi del sentimento o delle infinite sinonimie. Ma penso che l’impulso spirituale sia inerente l’intera vita cosmica, ne sia o no consapevole un individuo. Potremmo anche chiamarla pulsione d’energia, se la parola «spirito» non contenesse quel biblico fiat che inerisce la divinità. Nel primo caso è come se noi riducessimo il «fiato di Dio» alla sola percezione che ne possa avere l’uomo o alla sistemazione razionale che ne possa dare. È invece chiaro che questo impulso è molto più potente e onninfluente, coinvolgente tutte le creature viventi nell’universo, sia pure a diversi livelli di coscienza. Quando Giovanni dice che «in principio era il Verbo» si riferisce appunto alla pulsione che ha dato vita a tutte le cose. La parola di Dio va dunque accettata in tutta la sua misteriosa e molteplice presenza.

È necessario che ognuno si senta strumento e non artefice dello spirito. Ed è questo atteggiamento di rispetto e attesa a distinguere la vera arte; rispetto dell’universalità del movimento, attesa della sua rivelazione che, come dice il suo etimo, non è «caduta del velo» mariproposta di una sua più consona proposizione. L’artista è infatti teso alla rappresentazione, non alla svelazione. Una figurazione che faccia sentire non solo la forma, ma insieme l’impulso che le dà vitae fascinazione. Veniamo perciò alla poesia, una modalità dell’arte. La parola del poeta non esprime ciò che un uomo sa o cataloga nella mente, è parola mossa in lui dal rapporto che tutte le sue facoltà hanno con l’esistente – vista, udito, tatto, gusto, odorato concorrono insieme al sorgere della parola. Ma, come hanno ben recepito Jung ed Einstein, tra gli altri, quando noi parliamo d’intuizione accenniamo a qualcosa che va oltre tutte queste facoltà insieme. È come se il mondo si rivelasse in noi e ci facesse uno con il tutto. E ciò può avvenire guardando o sentendo direttamente la cosa (una pietra, un fiore, una donna, un cielo, un mare, qualsiasi creatura vivente) o riascoltando la memoria o sopravvenendo un pensiero inerente a una o alla molteplicità di queste cose. Ma cosa ci attrae veramente nella cosa o nella persona? È la sua forma? Il colore? Il profumo? Spesso al mare vedo le donne e i bambini – meno gli uomini – raccogliere una pietra e accarezzarla e poi serbarla come fosse una cosa preziosa. Perché? Un poeta nel volerne parlare si trova davanti all’impossibilità del dire. Ma è proprio l’«indicibile» ciò che si fa sentire in ogni vero poeta nel tentativo di dire la forma della cosa.

Quando Dante alla fine della Commedia dice: «A l’alta fantasia qui mancò possa» si riferisce certo all’essenza del problema della Trinità, ma ogni poeta si trova davanti alla stessa impossibilità nel tentativo di nominare l’essenza di ciò che l’attrae al poetare. «La vita è rischio e coraggio; essa non si regge sulla logica», dice Raimon Panikkar, ma per un poeta si può dire piuttosto che si regge su una logica, per fortuna, non accessibile all’uomo. La verità è infatti sempre accoppiata al mistero. Non è pluralistica, bensì monolitica; è una, ma incomprensibile al pensiero umano. Può essere solo intuita. Così la poesia è sempre oltre i “veritismi” o “ismi” del pensiero e delle culture per sua stessa natura. Forse anche per questo Petrarca scrisse che essa «in quanto vera poesia è sempre Sacra Scrittura», in quanto la pulsione spirituale è sempre consustanziale al farsi stesso della parola. E ancora mi pare opportuno ripetere che non è l’individuo a costruire con parole una frase più o meno poetica, ma l’individuo è tramite della parola stessa. Sono ritmo e suono la forma pulsante tra il voler dire del poeta e il farsi della parola. Ha detto bene ancora il fiorentino: «Io divento uno a me stesso» e «mosso da Amore, ascolto e prendo nota di quanto si muove in me».

Persino il «modo» proviene da questo movimento interiore, per lo più inconscio. I Greci hanno chiamato questo movimento poiein, fare, ma da intendere come «fare spirituale» se lo affianchiamo allo pneuma da cui deriva. Si tratta di un movimento che coinvolge l’intero Essere – materia corporale, sensazioni, emozioni, desideri (intesi anche come impulsi siderei), pensiero conscio e inconscio, rapporto con i propri simili, con la natura tutta, pulsione spirituale. Dunque non la parola della chiacchiera o della comune nominazione colta, ma una «parolasuono» che, in un certo senso, cerca di far sentire l’essenza. Ora, per chiarire ancora meglio quanto cerco di dire con la riflessione, parlerò della mia esperienza. Nel 1970 morì mio padre, e questo evento ebbe un forte influsso sulla mia decisione di riprendere il mio rapporto con la poesia, che avevo interrotto per cinque anni a causa del mio idealismo politico. Volevo raccontare in versi una mia «passeggiata» del 1957 che, in modo del tutto straordinario – allucinatorio direbbe uno psicanalista, ma io non fui mai tanto lucido e razionale come nel vivere quell’esperienza – mi fece antivedere quanto sarebbe accaduto a mio padre due anni dopo, nel 1959. Così nel giugno-luglio del 1970 scrissi Stròlegh, ed è più giusto dire che recitai quel poema. Ero a casa solo. Mi aggiravo per le stanze e dicevo ad alta voce tutto ciò che emergeva dalla mia memoria e dall’esperienza del momento. Mi alzavo il mattino alle sei, e alle sette cominciava il mio camminare e parlare ad alta voce che terminava verso le nove di sera.

Il movimento era questo: da qualche profondità di me fluivano ricordi, emozioni, pensieri. Mi mettevo in una certa lunghezza d’onda – con cosa? con chi? – con me stesso certo, e rievocavo o provocavo emozioni e mi ritrovavo le parole che fluivano in me. Ma che vuol dire «mettersi in una certa lunghezza d’onda»? Forse significava semplicemente porsi in attesa di qualcosa che doveva avvenire; e abbandonarsi e staccarsi da sé, cioè seguire l’emozione di quell’insorgere in me di avvenimenti, immagini, persone, riflessioni, dolori, piaceri, speranze con la freddezza dell’intelligenza e un entusiasmo particolare nel cuore. Dopo qualche minuto lo scarto tra emozioni e parole si riduceva al minimo, e più avanti si annullava. Mi bastava mettere in moto l’emozione e uscivano i versi. Si può dire che un Egli diceva, e io ripetevo, memorizzavo, scrivevo. Fermavo il mio girovagare per le stanze quando la mia mente non riusciva più a memorizzare, per riprenderlo subito dopo. La mia mente era attenta a tutto. Recepivo i minimi impulsi, misuravo i suoni, la qualità e il peso delle parole, battevo i ritmi, correggevo – tutto rapidamente, qualche volta da sembrare un solo moto. Raramente lasciavo qualche breve vuoto nel testo. Certo, poi ho fatto e rifatto, ho corretto, ho aggiustato. Pur avendo riscritto Stròlegh almeno undici volte durante un anno, posso dire che quanto è uscito da me in quei giorni di giugno-luglio è rimasto tale e quale, salvo l’inizio, le parti riguardanti piazzale Loreto e alcuni capitoli storici. Tuttavia c’era ancora Qualcuno o qualcos’altro che, indifferente a tutto e persino a me, assisteva e contemplava. Finora ho parlato di quanto è avvenuto in me, ho accennato al mio Ego, al mio Sé, alle varie parti di me che avvertivo protagoniste del mio «fare».

Ma ora voglio precisare che quel «qualcosa o Qualcuno» assisteva al mio «recital» in un modo strano. Che cos’era? Chi era? Che rapporto c’era tra chi dettava – forse l’inconscio (una parola magica che dall’Ottocento dice tanto e non dice niente), forse l’esterno attorno a me (i mobili, le voci dei bambini in strada, i colombi sul davanzale, le pareti delle stanze, i rumori lontani), il mio Io, sconvolto da quel cumulo di ricordi ed emozioni, i detriti della vita accumulati dentro, i nodi del cuore o delle viscere – e quello «sguardo» che a me sembrava freddo e indifferente? E c’è una più accurata distinzione da fare, se vogliamo parlare di Ego. C’era un mio Io che guardava attraverso la mente, un Io che provava emozioni, un Io che diceva o scriveva, un Io che covava, un Io che memorizzava i versi, spesso prima di scriverli, e non dobbiamo dimenticare l’Io che recitava. Ma il guardare della mente o il guardare della coscienza non erano quel contemplare al di fuori dime – uno sguardo, e sarebbe meglio dire una presenza, che recepivo come un punto caldo appena al di sopra della testa, e che non mi apparteneva, era completamente estranea. Ed è curioso osservare che si trattava di un punto caldo che però faceva sentire la sua lontananza e la sua freddezza. Ho letto molti anni dopo quanto Marina Cvetaeva ha scritto sulla propria esperienza: «La condizione creativa è quella dell’ossessione – finché non cominci obsession, finché non finisci possession. Qualcosa o Qualcuno s’insedia in te, la tua mano è solo strumento non di te, di un altro. Di chi si tratta? Di ciò che attraverso te vuole essere». E questa testimonianza è molto vicina a ciò di cui io stesso ho fatto esperienza. Però quel punto di lontananza gelida-amorosa rimane un mistero. Occorre anche soffermarci su quanto abbiamo accennato: che la poesia opera sia tramite significati colti e consapevoli, sia attraverso ritmi e suoni, costitutivi della parola. Il suono funziona quasi come un collante tra una parola e l’altra, e la sequenza sonora detta i ritmi del verso o dei versi. E non soltanto. Spesso suoni e ritmi sono portatori di ulteriori significati, ben oltre quelli della parola stessa.

Diceva il poeta Yeats: «Suoni e ritmi in poesia sono molto più importanti dei significati apparenti». È un movimento ritmico-musicale che influenza sia chi opera che chi ascolta. E ora cerchiamo di aggiungere qualcosa su questa azione della poesia sull’ascoltatore, e per essere più chiaro mi proverò a richiamare l’effetto che l’ascolto della musica può produrre su un uomo anche incolto. Sappiamo dell’uso dei tamburi e delle trombe e del loro effetto eccitante durante le guerre– le percussioni influiscono certamente sul corpo in modo ubriacante – e sappiamo anche che ascoltando una qualsiasi performance jazzistica il corpo tende a muoversi indipendentemente dalla volontà dell’ascoltatore. Il rock è spesso usato come una droga nelle grandi adunate di massa. Ma se si ascolta una grande musica, tutto il nostro essere viene coinvolto e talvolta travolto da una gamma svariata di pensieri – emozioni – e qui intendo la parola nel suo etimo, e-motus, movimento. Più spesso, e io stesso per primo, non sappiamo cosa volessero dire sia Bach che Mozart o Monteverdi, ma la nostra memoria si sveglia, tutto il nostro essere viene come richiamato da una serie incredibile di riferimenti sconosciuti e familiari. Così accade anche in poesia. Nei miei incontri con il pubblico spesso mi sento dire: «Quei versi hanno risvegliato in me qualcosa di indefinibile e ricordi perduti...». E quando la gente interpreta i miei stessi versi, sono costretto a rendermi conto di una verità: la poesia contiene qualcosa che solo una memoria collettiva può individuare. Ne sono un’ulteriore prova le diverse interpretazioni che vengono date nel rileggerei grandi poemi di Omero, Virgilio, Dante, Leopardi. Dunque la poesia è essenzialmente una testimonianza dell’esperienza dello spirito. Posso solo dire che da quei primi giorni del1965, quando ho cominciato a scriverne, e soprattutto da quel 1970, e l’estate dopo, nel 1971, qualcosa di fondamentale è mutato in me. La poesia ha certamente svolto un ruolo nella crescita della mia coscienza e nella percezione tangibile di quella pulsione che in ogni essere è presente e opera e forse attende solo che l’essere si attivi verso di essa per palesarsi. Ho scritto tanto tempo fa in pochi versi il senso di questo mio dire: «La santità è come la poesia, / ché si può essere con Dio e esserne lontani, / ma il nascere della parola è poesia, / il farsi parola al mondo è santità» e «Se io ti penso, Dio, viene in me la vita, / se io ti sento, la vita è dentro di me».

Franco Loi

Franco Loi (1930-2021) è stato un poeta dialettale milanese. Tra le sue raccolte più importanti "Stròlegh", "Liber" e "L'Angel".

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Poesia e sacralità contro l’era della chiacchiera
autore: Franco Loi
formato: Articolo
La verità è sempre accoppiata al mistero. Non è pluralistica, bensì monolitica; è una, ma incomprensibile al pensiero umano. Può essere solo intuita. Così la poesia è sempre oltre i “veritismi” e gli altri “ismi” del pensiero e delle culture.
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