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Problemi dei cattolici nella Resistenza: lo spirito unitario del Cln e le trattative per la resa di Mussolini

di Giuseppe Brusasca

Mi scuso, anzitutto, con i lettori di questa rivista se nella testimonianza, che mi è stata chiesta sulla mia partecipazione alla Resistenza, sarò costretto a ripetere, in parte, fatti che ho già esposto in altra sede durante questo trentesimo anniversario della liberazione. Ne illustrerò, tuttavia, gli aspetti più consoni ai fini di questa pubblicazione. Mi scuso, inoltre, se dovendo testimoniare non potrò evitare cenni personali. 
Dopo l'otto settembre 1943, De Gasperi decise la costituzione di un comitato esecutivo per l'alta Italia della Democrazia cristiana, con il compito di organizzare e guidare il nuovo partito nelle regioni del nord, nelle quali Mussolini, con l'aiuto di Hitler, aveva instaurato la repubblica di Salò. Di questo comitato, di cui fu segretario fino al suo arresto Piero Mentasti, fecero parte i rappresentanti delle varie regioni dell'alta Italia: Achille Marazza e Giacchi per la Lombardia, Augusto De Gasperi per il Trentino, Giorgio Bo per la Liguria; Mario Melloni per l'Emilia, io per il Piemonte. Laura Bianchini vi rappresentò le donne e Antonio Criconia i giovani.

La coscienza turbata
La più grave delle responsabilità che toccarono a questo comitato fu quella di promuovere e di coordinare la partecipazione dei cattolici alla guerra civile che Mussolini aveva scatenato ribellandosi contro le decisioni del governo nazionale il quale, con i suoi legittimi poteri, si era schierato contro i tedeschi invasori dell'Italia, dei quali egli volle rimanere alleato.

Era la prima volta che i cattolici si trovavano. di fronte a problemi che impegnavano così profondamente la loro coscienza. Questi problemi si posero solo nel nord perché la guerra di liberazione, pur essendo stata di tutta la nazione, ebbe aspetti diversi nelle varie zone del paese.

Nel centro e nel sud, dove la repubblica di Salò non fece in tempo ad impiantarsi, essa ebbe sostanzialmente il carattere di una insurrezione popolare contro il nemico straniero nello spirito del primo risorgimento nazionale. I fulgidi episodi di Roma e di Napoli; le gloriose giornate di Ortona, che videro il sacrificio di più di mille persone su poco più di diecimila abitanti; la rivolta di Lanciano con i suoi coraggiosissimi ragazzi; i fatti di Arezzo e di tanti altri centri, che non cito per brevità; gli eroismi del ricostituito esercito nazionale, furono atti di guerra degli italiani che volevano la propria liberazione dall'oppressione degli invasori tedeschi.
Nel nord, invece, la lotta contro i tedeschi diventò inesorabilmente, tragicamente, una guerra fratricida, perché la cacciata del nemico straniero richiese l'abbattimento della repubblica fascista di Salò, sua alleata. Fu, perciò, anche guerra civile e pose dei gravissimi casi di coscienza ai cattolici che dovettero assumersi le responsabilità morali e politiche che essa importava.

Per i partiti, che ammettono la rivoluzione quale mezzo per il raggiungimento dei loro fini, non c'erano questioni: essi potevano valersi, inoltre, delle esperienze internazionali dei loro compagni di fede. Per noi, che dovevamo giustificare a noi stessi e a tutti coloro, che avevano sempre deprecato la guerra civile quale calamità tra le peggiori della vita dei popoli, una decisione tanto eccezionale ci fu un travaglio, che poté essere superato soltanto dall'eccezionalità delle circostanze di allora.

Quella decisione costituisce un precedente, che non deve avere solo valore storico, della capacità dei cattolici di affrontare i rivolgimenti, anche i più drammatici, quando lo richieda il bene della nazione. Io sentii in modo particolare quel travaglio quando, assieme ad alcuni amici, decisi la costituzione di una brigata partigiana nella mia provincia di origine.

Attanagliato dallo scrupolo per le conseguenze di quella decisione mi recai da monsignor Bernareggi, allora parroco di san Vittore in Milano, e gli chiesi consiglio. Egli mi dette il grande conforto del suo consenso, illustrandomi alla luce degli insegnamenti di san Tommaso, di sant'Agostino e di altri maestri della Chiesa, il diritto dei cittadini di ricorrere a tutti i mezzi possibili quando sono costretti a liberarsi di coloro che li privano del bene supremo della libertà.

II problema era, però, com'è sempre, quello di accertare la giustificazione nelle circostanze dei mezzi che si impiegano. Nelle condizioni create dalla repubblica di Salò c'era, pienamente, la giustificazione per i cattolici di ricorrere alle armi contro l'oppressione armata che i fascisti repubblichini esercitavano assieme ai tedeschi. C'era, inoltre, una giustificazione di ordine costituzionale. Lo stato italiano non era cessato, ma continuava, con poteri legittimi, nelle regioni dalle quali i tedeschi avevano già dovuto ritirarsi.

La repubblica di Salò, alleandosi con i tedeschi, fece, quindi, diventare i suoi aderenti ribelli contro lo stato al quale appartenevano, con le conseguenze che ebbero il loro epilogo a Dongo e a Giulino di Mezzegra. Analogamente il movimento della Resistenza assunse nel nord la condizione di ribelle agli occhi della repubblica di Salò, pagando con il sangue, le torture e le distruzioni la sua generosa dedizione alla causa della libertà del popolo italiano.

I risoluti e i dubbiosi
Accertata la giustificazione per la lotta armata contro i repubblichini alleati dei tedeschi, i cattolici vi parteciparono con piena convinzione e con aperta lealtà a fianco dei comunisti, dei socialisti, dei liberali, degli azionisti e di tutti gli altri cittadini che vi presero parte.

Non mancarono, nel campo cattolico, reazioni a questa decisione, suscitate subdolamente dai repubblichini i quali, pretestando meriti fascisti verso la Chiesa e additando il trattamento fatto alla stessa nei paesi comunisti, ci ponevano in stato di accusa agli occhi degli incerti e dei pavidi.

Ne feci la constatazione personale presso un vescovo, santo uomo ma senza cuore di leone, quando andai ad informarlo della lotta che stavamo per promuovere nella sua diocesi. Nell'immediato spavento per i pericoli, egli, con grande buona fede, facendo eco alle insinuazioni che erano giunte anche a lui, tentò di dissuadermi dall'azione che avevamo deciso.

Quelle accuse e questi casi non incrinarono la larga e compatta base, che seguì le direttive del comitato esecutivo alta Italia della Dc durante tutta la Resistenza e partecipò alle formazioni dei volontari della libertà che ebbero per capi, prima Galileo Vercesi, fucilato a Fossoli, poi il leggendario Enrico Mattei.

Sarebbe troppo lunga anche una sommaria sintesi dei contributi dati dai cattolici alla lotta della Liberazione; essi del resto, sono già sufficientemente noti. Sottolineo, invece, i loro due principali effetti. Con la partecipazione dei cattolici, la Resistenza fu il primo fatto veramente e liberamente unitario di tutto il popolo italiano. Abbiamo detto e ripetuto che la Resistenza è stato il secondo risorgimento nazionale. Si può osservare che essa, per le sue partecipazioni e per i suoi fini, fu il primo risorgimento popolare e sociale del popolo italiano.

La partecipazione dei cattolici salvaguardò l'unità nazionale alla fine della guerra di liberazione. Se i cattolici fossero rimasti estranei alla Resistenza e questa fosse stata condotta precipuamente dai comunisti, che la combatterono con grande coraggio e con una organizzatissima rete civile e militare, la conclusione della lotta nel nord avrebbe potuto essere diversa da quella che si verificò il 25 aprile 1945.

Le radici umane dell'intesa nel Clnai
Questo risultato è dovuto essenzialmente all'opera dei Comitati di liberazione del nord, diretti da quello interregionale dell'alta Italia, il Clnai. I cattolici che parteciparono ad essi devono dare atto, per doveroso riconoscimento della verità e ad ogni effetto passato e futuro, del rispetto che essi ebbero da tutti gli altri membri e della concreta collaborazione che poté essere svolta nel comune impegnò di riconquistare per il popolo italiano i beni supremi della libertà e della democrazia nella giustizia e nella pace. Ci furono, inevitabilmente, divergenze anche profonde di idee e di metodi con i comunisti, con i socialisti e con gli altri partecipanti, ma durò sempre la reciproca fiducia e soprattutto una profonda solidarietà personale e umana che permisero di superare lealmente anche i momenti più difficili. Ricordo uno solo dei tanti episodi. Nel marzo 1945 all'università Boccconi ci fu una manifestazione di studenti che; sotto numerose bandiere rosse, assunse un netto carattere di parte. Noi della Democrazia cristiana reagimmo immediatamente e dichiarammo che saremmo usciti dal Clnai se non veniva rigorosamente confermato l'impegno unitario. Iri. una riunione che tenemmo in via Morozzo della Rocca alla quale partecipammo Marazza, Augusto De Gasperi ed io per la Dc con Pettini per il Psi, Sereni per il Pc e Jacini per il Pii, venne riconfermato il patto fondamentale del Clnai e alla liberazione si giunse sotto i colori della bandiera nazionale. Ci sono, perciò, da approfondire assai più di quanto è stato fatto finora, le ragioni per le quali è stata possibile quella collaborazione. Le ragioni più profonde non sono quelle politiche: sono quelle umane. Soltanto con esse si possono spiegare i fatti che hanno tenuto unite, tra pericoli gravissimi, molte volte in continua compagnia della morte, persone di origini, di idee e di aspirazioni' particolari tanto diverse come furono quelle che parteciparono alla Resistenza. Potrei raccontare numerosissimi episodi ai quali ho assistito nei quali cattolici e comunisti, socialisti e liberali, religiosi e atei si aiutarono a vicenda, per la comune salvezza, al servizio della causa comune.

L'eco più sublime di questa solidarietà si trova nelle lettere dei condannati a morte della Resistenza che valgono da sole a dimostrare quale fu l'animo più sincero e più vero con il quale la parte migliore del popolo italiano volle riscattarsi dagli errori e dagli orrori della dittatura fascista.

Purtroppo su quella memorabile esperienza di solidarietà umana che, se fosse durata più a lungo, avrebbe potuto essere feconda di più giusto rinnovamenti della società nazionale, si sovrappose rapidamente la ragione politica dei singoli partiti. Ne conseguì che gli aspetti di buona fede, le ansie di giustizia, le volontà di rapporti più progrediti e più civili, che furono comuni specie ai più umili delle varie formazioni politiche della Resistenza, si dispersero nelle contrapposizioni che sorsero subito dopo, frustrando largamente i fini unitari che devono ancora essere perseguiti se si vuole che la repubblica e la Costituzione, nate dalla Resistenza, assolvano i loro compiti di sicurezza democratica, di giustizia sociale e di progresso civile. Gli aspetti umani furono sempre presenti al Comitato esecutivo per l'alta Italia della Democrazia cristiana, il quale si preoccupò in ogni circostanza, cercando ogni intesa con gli altri partiti, di conciliare le primarie esigenze della lotta contro i tedeschi e i repubblichini con le minori sofferenze per le travolte dalla guerra civile.

I casi di coscienza si ponevano ad ogni istante: azioni che potevano scatenare rappresaglie feroci; impulsività capaci .di reazioni imprevedibili; generosità che potevano essere sfruttate con inganni e con perfidie e tante altre eventualità del genere, proprie della guerra civile, creavano problemi di sgomentanti responsabilità.

Ricordo tra i tanti episodi uno dei più amari. Enrico Mattei giunse, ad una nostra riunione della fine di settembre 1944, eccitatissimo per l'uccisione in una imboscata di alcuni volontari della libertà delle sue formazioni ed accusò, con una violenza inaudita, l'architetto Zanchetta, che rappresentava la Dc nel Comitato regionale lombardo di liberazione, di non avere previsto i fatti che erano accaduti. Zanchetta dimostrò che non c'era 'stata colpa di nessuno. R1manemmo, però, tutti costernati per la sorte di quei giovani e per la possibilità del ripetersi di circostanze così dolorose.

Il momento nel quale fummo posti di fronte alla più grave responsabilità per la limitazione dei sacrifici umani e delle distruzioni dei mezzi di vita e di lavoro per il popolo italiano, si presentò alla fine del marzo 1945, quando Mussolini chiese al Clnai di trattare la cessazione delle ostilità.

L'avanzata delle armate alleate verso il nord, dopo il superamento della linea gotica; lo sfondamento di tutti gli altri fronti tedeschi; la caduta di ogni speranza sulle armi segrete, sulle quali Mussolini e Hitler avevano fatto i loro estremi affidamenti, avevano indotto Mussolini a tentare una soluzione' politica della guerra civile che egli stesso aveva scatenato. A questo fine egli incaricò il suo ministro per l'industria, Tarchi, che aveva rapporti, per ragioni di ufficio con gli ambienti economici del nord, di procurargli un contatto con il Clnai. Tarchi si rivolse al rag. Carlo Gallioli, direttore della federazione dei fabbricanti di calzature, e gli chiese se conosceva persone della Resi idonee allo scopo.

Gallioli, mio amico personale, a conoscenza della mia posizione nel Clnai, mi informò della richiesta di Mussolini: io la riferii subito a Marazza, al quale succedetti, poi, nella carica di vicepresidente nel Clnai: egli la sottopose all'esame del Clnai. Due furono gli atteggiamenti che emersero nella discussione che seguì. Alcuni temevano che l'accettazione della resa di Mussolini, prima della fine ormai imminente della guerra generale contro i tedeschi, potesse pregiudicare le ragioni dell'Italia alla conferenza della pace. Altri temevano che un rifiuto delle trattative pregiudicasse la riconciliazione nazionale che avrebbe dovuto essere perseguita, salve le sanzioni di legge e di ragione, dopo la cessazione delle ostilità. Si doveva, inoltre, non trascurare il risparmio di sangue e di rovine che si sarebbe potuto ottenere con una conclusione politica della guerra civile. Prevalse la seconda tesi e venne dato a me il mandato di rappresentare il Clnai nelle trattative con il governo della repubblica di Salò.

Le trattative
Informato del mio incarico, Mussolini nominò suo rappresentante il prefetto Coriolano Pagnozzi, commissario della Croce rossa repubblichina. Tramite il rag. Gallioli, che agì con scrupolosa riservatezza e con generosa solidarietà verso di me, presi contatto con Pagnozzi, al quale comunicai che l'unica condizione che il Clnai poteva accettare per la cessazione delle ostilità con la repubblica di Salò, era la resa senza condizioni. Questa era, d'altronde, la condizione decisa dagli alleati, a Casablanca, nei confronti delle potenze dell'Asse e dei loro satelliti. Il governo di Roma l'aveva confermata al Clnai.

Spiegai però a Pagnozzi le radicali conseguenze giuridiche che sarebbero scaturite dalla resa: essa infatti, avrebbe cambiato le posizioni di Mussolini e dei suoi gregari da quella di ribelli a quella di guerra, coli i benefici della convenzione di Ginevra. Essi, pertanto, arrendendosi sarebbero stati puniti soltanto se colpevoli di reati comuni. A Pagnozzi, che non si rendeva pienamente conto di questa differenza di immensa portata politica, che avrebbe però posto al Clnai e al governo di Roma difficili problemi, specie in rapporto alla persona di Mussolini e dei suoi più stretti corresponsabili, ne illustrai il grande valore sul piano della ripresa nazionale. Pagnozzi alla fine se ne convinse con piena consapevolezza.

Mussolini incalzato dagli avvenimenti che precipitavano, accettò le condizioni del Clnai e autorizzò Pagnozzi a concordare con me il giorno e l'ora per la firma della resa. Avute da parte mia le opportune istruzioni, fissai con Pagnozzi le ore 19 del giorno 22 aprile, nella prefettura di Milano.

La mattina di quel giorno andai a Torino per coordinare l'azione insurrezionale finale del Piemonte con quella delle altre regioni del nord. Tornato a Milano, alle 18 telefonai a Pagnozzi per stabilire le ultime modalità della firma che avrebbe dovuto essere fatta un'ora dopo in prefettura.

Con mia grande sorpresa seppi dalle sue sconcertate parole che l'incontro non poteva più avere luogo perché Mussolini aveva deciso di fare un tentativo diretto presso il Clnai tramite il cardinal Schuster, con la speranza di ottenere condizioni più favorevoli di quelle che egli aveva già accettato a seguito delle trattative condotte da Pagnozzi e da me.

L'incontro Schuster-Mussolini
Sono noti i fatti che avvennero nel pomeriggio del 25 aprile 1945 nell'arcivescovado di Milano: ritengo tuttavia opportuno citare anche in questa sede il racconto che ne ha fatto il cardinal Schuster nel suo ormai introvabile «libro bianco».

L'incontro ebbe luogo nell'Arcivescovado di Milano nel pomeriggio del 25 aprile. Mussolini giunse di sua iniziativa alle 15: il generale Cadorna e i rappresentanti del Comitato di Liberazione, che non erano stati preavvertiti, sopravvennero più tardi.

Il card. Schuster ha lasciato una dettagliata relazione, che trascrivo nelle parti essenziali, per fare conoscere la sua storica testimonianza. «Mussolini entra in salotto d'udienza col volto talmente disfatto, che mi fa l'impressione di un uomo quasi inebetito dalla immane sventura. Lo accolgo con carità episcopale nell'attesa che giungano le persone da lui chiamate: cerco di sollevarlo, avviando subito un po' di conversazione. Mi si annunzia, frattanto, che il gen. Cadorna con il sig. Marazza erano arrivati. Concludo allora la conversazione col Duce, ricordandogli che un giorno la storia avrebbe riferito che egli, pur di salvare l'Italia Settentrionale, si era messo da sé sulla strada di Sant'Elena, risparmiando la rovina della Lombardia. Riponesse, tuttavia, la fiducia in Dio, che è buon padre di tutti. Mi rispose Mussolini: 'La storia? Ella mi parla della storia. Io credo solo nella storia antica, quella cioè che viene redatta senza passione, e tanto tempo dopo. Non credo invece ai libri e alla stampa quotidiana'.

Io gli dò ragione, osservando che è assai diffìcile giudicare i contemporanei con imparziale serenità. L’entrata in sala rappresentanti delle due parti belligeranti interruppe il nostro intimo colloquio. Incomincia la discussione politica, che altri ha già riferito, almeno per sommi capi. Feci cenno di ritirarmi, non volendo partecipare a tali convegni di carattere politico. Il Duce mi pregò invece di presenziare alla riunione, e fu bene. Altrimenti, non era escluso che si finisse a rivoltellate, lì, nelle sale dell'Arcivescovado.

Rimasi sul divano centrale a destra di Mussolini, ma mi limitai ad ascoltare e a tacere, volendo assolutamente tenermi fuori da alterchi politici. Da principio le due parti s'irrigidiscono una di fronte all'altra. Il Duce richiede a Cadorna che cosa egli domanda, ma questi gli ritorce la richiesta, osservando d'essere stato egli, lì, chiamato. In seguito però la discussione si anima, ed il CLNAI, esigendo dal Duce la resa incondizionata, pura e semplice, si impegna ad osservare le condizioni seguenti richieste da Mussolini: Muti, ecc... consegnare le armi; verrebbero fatte prigioniere con i relativi onori militari, a norma delle convenzioni internazionali dell'Aia. I generali e gli ufficiali non sarebbero stati personalmente disarmati. 1) L'esercito e le milizie fasciste, compresa la X Mas e le altre squadre, di sarmati e considerati prigionieri di guerra. 2) Il corpo diplomatico verrebbe trattato a norma del diritto internazionale'. Tali condizioni sembrano soddisfare il Duce, che vede accolte con cavalleresca generosità le sue richieste.

A questo punto si leva il generale Graziani e dice al suo capo non essere lecito di venire ad alcuna capitolazione indipendentemente dai germanici, per non ripetere il tradimento dell'8 settembre. Fu un istante di sorpresa! Tutta la lunga discussione diventava inutile. Venne allora osservato da parecchi dei presenti che le Autorità germaniche pel tramite dell'Arcivescovado di Milano avevano già condotto a buon termine le trattative di capitolazione. II prof. dott. D. Bicchierai nell'anticamera arcivescovile ne aveva loro rivelato il segreto, come di affare ormai deciso e pel quale non si aspettavano che le firme. Io che fino allora avevo conservato il silenzio, provai un senso di imbarazzo. Siccome chiamato in causa, non potendo smentire la notizia, e premendomi d'altra parte di salvare la Patria, che l'eccezione mossa dal gen. Graziani poneva ancora in grave pericolo, dichiarai anzitutto di deplorare l'indiscrezione.

Siccome; tuttavia, era inutile e dannoso di conservare più oltre quel segreto di guerra, ammisi che il generale Wolf era meco in trattative per mezzo del Console generale germanico e del colonnello Rauff. A questo punto venne introdotto Don Bicchierai il quale disse espressamente: Sì, i tedeschi hanno confermato l'accettazione della resa, ma non hanno ancora firmato, promettendo il perfezionamento della firma entro 24 ore. A mezzodì di quel medesimo giorno (25 aprile) le truppe tedesche di Milano avevano depositato le armi nelle mani dell'arcivescovo, chiudendosi nelle loro caserme. La resa, come aveva dichiarato Wolf, la si faceva nelle mani del cardinale di Milano, perché l'onore militare impediva loro di riconoscere il generale Cadorna e le altre autorità. Mussolini allora scattò indignato: 'Ci hanno sempre trattato come dei servi, ed alla fine mi hanno tradito'.

Questa tardiva dichiarazione mi fece ricordare quell’altro giudizio espressomi da Mussolini sul Fuhrer. Sarà una dozzina di anni fa ed io mi trattenevo a colloquio col Capo del Governo nella sacrestia del Duomo milanese. Tra le altre cose lo interessai della situazione della Chiesa Cattolica in Germania pregandolo a volersi avvalere della sua personale influenza su Hitler, per far cessare quella persecuzione. Mi rispose Mussolini: 'Mi dispiace che su tale oggetto io non possa proprio nulla. Nella testa di Hitler sono confitti tre chiodi: l'antisemitismo, il nazismo e l'odio contro il cattolicesimo'. Tale franca dichiarazione mi stupì, facendomi comprendere quanto poco i due campioni dell'Asse si stimassero a vicenda.

Alla fine mi hanno tradito!' ribatté con forza il Duce. 'Sin da questo momento, dichiaro di riprendere nei confronti della Germania la mia piena libertà d'azione. Oro tornerò in Prefettura e telefonicamente ne darò l'annuncio ufficiale al Console Generale Germanico'. Per scongiurare un incidente diplomatico che avrebbe indotto i tedeschi a smentire le trattative giunte ormai alla firma, e magari li avrebbe sollecitati alla difesa disperata delle loro posizioni in Lombardia, io feci osservare al Duce che non doveva prendere i tedeschi sul punto d'onore. Di più, il documento di resa doveva ancora essere firmato; egli sin d'ora non poteva rinfacciare loro un formale tradimento.

'Non fa nulla - rispose Mussolini - avere iniziato delle trattative a mia insaputa, costituisce già un tradimento'. Il generale Graziani cerca allora di calmare il Duce e si prosegue a discutere ancora sulle condizioni di resa. Anche il maresciallo d'Italia ritira la sua precedente eccezione. Il Duce alla fine domanda al Comitato un'ora per deliberare, e gli viene concessa. Dopo di che Mussolini esce dalla sala seguito dai suoi. Io lo accompagno sino all'anticamera dell'appartamento cardinalizio. Risponde al mio saluto, ma senza alcun interesse speciale. È troppo preoccupato per gli avvenimenti. Mentre egli scende le scale trattengo un momento in disparte Graziani e lo esorto a impedire che Mussolini faccia qualche colpo di testa esponendo di bel nuovo la Lombardia a divenire l'obiettivo dell'ira dei germanici Il Maresciallo d'Italia mi promette di far tutto perché la resa avvenga in modo pacifico e secondo i termini dell’accordo. Già precedentemente io avevo dato disposizioni ai miei segretari perché "facessero preparare per quella notte in Arcivescovado una stanza per Mussolini, che supponevo sarebbe rimasto prigioniero di guerra colle consuete garanzie internazionali sancite all'Aia. Partito il generale Graziani, rientro nel salotto d'udienza, dove erano rimasti i rappresentanti dei vari partiti con gli altri membri del Comitato di azione a discutere.

Li salutai per ritirarmi da loro, ma essi mi pregarono di restare. Acconsentii, ma a malincuore. La mia missione era ormai finita. Dopo un'ora e un quarto essi insistettero per telefono perché Mussolini desse la sua risposta o tornasse in Arcivescovado per la resa. Con grande sorpresa nostra ci venne risposto dalla Prefettura che il Duce era ormai partito da Milano ed aveva anzi ordinato di dare a suo nome una risposta negativa. I quotidiani del giorno successivo descrissero poi in lungo ed in largo le ultime vicende della sua triste odissea. Se avesse ascoltato il mio consiglio, anziché quello dei suoi intimi consiglieri, insieme con Milano e con la Lombardia, avrebbe risparmiato la guerriglia di questi ultimi giorni, avrebbe soprattutto risparmiato se stesso e i suoi gerarchi. La storia della Liberazione dell'Alta Italia dall'occupazione germanica avrebbe potuto forse assumere tutt'altro colorito e sul tav9lo della futura pace noi avremmo potuto giocare francamente questa carta: il popolo lombardo con l'aiuto di Dio, non ha atteso gli alleati ma si è liberato da sé. Non dunque si allinea fra i conquistati e i vinti, ma 'tra i vincitori».

Le circostanze degli ultimi giorni della Resistenza vollero che fossimo due cattolici, Marazza ed io, a trattare, con il consenso e per mandato degli altri membri del Clnai, la conclusione della guerra civile. Noi assolvemmo il compito con piena fedeltà all'incarico, nella fervida speranza di evitare altro sangue e maggiori rovine morali e materiali al popolo italiano. I propositi e le speranze nostre e di tutto il Clnai rimasero varii, perché Mussolini respinse le magnanime condizioni che gli vennero offerte. Con la sua fuga, alla ricerca di una qualsiasi salvezza, egli assunse verso la nazione e verso i suoi gregari anche le pesanti responsabilità di quei suoi ultimi giorni. Il popolo italiano Io deve sapere e non lo deve dimenticare.

Se in luogo della fuga

È stata rivolta tante volte la domanda: cosa sarebbe accaduto se Mussolini si fosse arreso? Con i se non si fa la storia. Si può, tuttavia, ritenere che se anch'egli avesse dovuto comparire avanti un tribunale avrebbe potuto chiedere - a differenza degli imputati di Norimberga - la testimonianza di quelli degli alleati, dai quali aveva avuto per lungo tempo consensi e incoraggiamenti. Egli avrebbe potuto, in questo modo, rendere un servizio alla causa della verità per l'Italia e la sua fine non sarebbe rimasta legata alle squallide ore dei suoi ultimi giorni e alla pavida conclusione di Giulino di Mezzegra. Diverso fu, invece, il comportamento dei diciassette gerarchi che gli furono fedeli anche nel suo disperato tentativo di fuga e che affrontarono virilmente sulla piazza di Dongo il loro destino respingendo con disprezzo una compagnia indegna. Il voto che essi espressero, dopo essersi riconciliati con Dio, affinché il loro sangue fosse l'ultimo sparso tra italiani, fa circondare la loro memoria da doveroso rispetto.

Giuseppe Brusasca

Giuseppe Brusasca (Gabiano, 30 agosto 1900 – Milano, 1º giugno 1994) è stato un avvocato e politico italiano. Il suo nome è iscritto a Yad Vashem tra i giusti tra le nazioni per la sua azione a favore degli ebrei durante l'Olocausto.

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