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Quale destino per le riviste culturali?

Quale destino per le riviste culturali?

Ha chiuso "Le Débat", grande rivista francese dedicata al dibattito pubblico e al confronto intellettuale: per questo riproponiamo il confronto (2015) organizzato per il nostro centenario sul ruolo delle riviste culturali e affrontato da Goffredo Fofi, Ilario Bertoletti e Antonio Spadaro Il tema è tuttora aperto.

di Goffredo Fofi
L'idea di ponte come punto di partenza

Sono un seguace di uno dei tanti maestri che ho avuto, Ignazio Silone, il quale diceva: «Cristiano senza chiesa e socialista senza partito». Le due cose mi appartengono, cristiano e socialista, quindi parlo da un punto di vista abbastanza specifico e che ha inciso molto sul mio modo di intendere le riviste e di fare le riviste. Sono diplomato maestro elementare. Non essendo un intellettuale e non ritenendomi un uomo di pensiero, mi considero un uomo che, ragionando sulle pratiche, cerca di capire quello che è più utile promuovere, quali sono le teorie che, confrontandosi con la realtà, servono di più a cambiarla, a intervenire positivamente su di essa. Per me le riviste sono state un campo d’azione privilegiato perché ho imparato a farle molto presto. Ho avuto la fortuna di cominciare a scrivere le mie prime cose su riviste importanti come «Il Ponte», «Nuovi Argomenti», «Nord e Sud», e il mio primo articolo in assoluto l’ho pubblicato su un quotidiano straordinario, «Il Nuovo Corriere» di Romano Bilenchi. Quindi ho frequentato le riviste, ho avuto dei maestri all’interno di esse che mi hanno insegnato molto. Ho imparato da Alberto Carocci e dalla sua rivista «Nuovi Argomenti». Come pure mi è stato utile l’insegnamento di Calamandrei e della sua rivista «Il Ponte».

L’idea di ponte, dalla quale forse oggi bisognerebbe partire, è fondamentale per chi vuole fare una rivista. Il ponte inteso come traghetto, come possibilità di passaggio da una riva all’altra, da un’epoca all’altra, da una situazione all’altra, come necessità di ricostruire dei punti in cui le culture, le persone, le classi si incontrassero era un po’ la molla del tentativo di Calamandrei. Ci sono le riviste di piccoli gruppi, che in genere si dilaniano tra di loro come capita spesso laddove ci sono comitati di redazione di persone tutte intelligenti e tutte che hanno la loro da dire. E poi ci sono le riviste di cultura – parlo non di quelle puramente accademiche che hanno naturalmente altre logiche. Ho fatto parte di gruppi dei due tipi, e mi schiero con il secondo. Però «Gli Asini» è una rivista di tutt’altro tipo. È una rivista di gruppo, l’ho fondata io, ma siamo in tanti e io sono, non dico l’ultima ruota del carro, ma una delle ruote del carro. Si occupa di educazione e intervento sociale, quindi temi pratici e che sono molto importanti oggi: la scuola, le necessità sociali del nostro tempo, l’emarginazione, l’immigrazione...

C’è un altro modello che ho avuto sempre molto presente e che deriva da un mio innamoramento per un vecchio articolo di don Primo Mazzolari, che prendeva spunto da un brano del Vangelo di Luca su Zaccheo. Lascerei da parte lo Zaccheo gabelliere che divide i suoi beni e che diventa seguace di Cristo. Quello che mi ha affascinato erano le considerazioni di Mazzolari sull’idea di questo gabelliere, questo uomo comune mosso soltanto da curiosità. E la curiosità secondo me è un’e-norme virtù, soprattutto nel nostro tempo in cui il rischio di un pensiero unico ci sommerge. Bisogna essere molto curiosi, studiare molto la realtà e i suoi movimenti. E Zaccheo sale in cima a un sicomoro – era tra l’altro un ometto basso, dice Luca, quindi piccolino com’era non sarebbe riuscito a vedere Gesù che arrivava sulla sua asina – per vedere cosa? Il nuovo che avanza. Non un nuovo generico, un nuovo che in quel caso è il Messia, il Salvatore. Bisogna essere come Zaccheo: abbastanza lucidi per capire che il nuovo che avanza può essere anche molto nefasto: non c’è solo il Messia che arriva, può arrivare anche qualche altra forma di apocalisse. Ecco allora che il compito degli intellettuali, dell’uomo di cultura, delle riviste dovrebbe essere quello di riuscire a vedere per primi, in qualche modo intuire e capire, quello che sta accadendo, il che comporta anche un modo molto dinamico, molto dialettico di intendere le riviste. Le quali non possono essere strumenti immobili, ma devono essere strumenti mobili. Un grande studioso americano, Edmond Wilson, scrisse una sorta di manuale per chi faceva le riviste in cui diceva che esse hanno un’epoca buona che di solito non supera i cinque anni di vita e che bisogna anche saperle ammazzare dopo averle messe al mondo. Mi è capitato di vedere riviste che sono durate molto di più, e quella che faccio adesso, «Lo straniero», ha diciannove anni di vita e credo sia più viva oggi di quanto non lo fosse in un certo periodo. Voglio dire che bisogna essere in qualche modo uomini per tutte le stagioni. Bisogna cercare di stare al passo con i tempi a partire sempre da alcuni principi, da alcune idee di fondo, da alcune spinte, da alcune necessità, da alcune ispirazioni cercando però di confrontare queste idee, queste vocazioni con quello che accade volta per volta. Tenere presenti i valori di fondo e vedere come cambia il mondo e come questi valori vanno messi a confronto con il mondo moderno. Un altro personaggio che ha insistito molto sulla fi gura del “ponte” è stato Alexander Langer. Lui stesso ha trascorso la vita costruendo ponti. Altoatesino, di famiglia di origine ebraica però protestante, di-ventato cattolico e amico di don Milani, dirigente di «Lotta continua», insegnante nelle scuole medie romane di periferia e poi leader pacifista estremamente presente nel periodo della guerra in ex Jugoslavia: il suo far da ponte tra culture differenti è diventato così rischioso e faticoso per lui che ne è morto, suicidandosi per il senso di solitudine e di peso che gli veniva dal vedere come fosse tutto incredibilmente difficile.

Alexander Langer ha scritto un testo molto significativo su san Cristoforo, forse tra i più belli che ci abbia lasciato. San Cristoforo deve traghettare dall’altra parte un bambino che, come nelle immagini classiche e antiche, ha in una mano un piccolo mappamondo e nell’altra la croce. È la potenza e la gloria, ma nello stesso tempo è il sacrificio e la morte. L’elogio di san Cristoforo come portatore di questo peso, come uno che si carica sulle spalle questo peso, ovviamente è per noi un elogio quasi impossibile. Ripeto, chi si assume questo compito molto spesso soccombe, come è accaduto ad Alex Langer. E però non si può fare a meno di assumersi un peso tanto grande, se si vuole fare cultura. Soprattutto in un’epoca come questa in cui la cultura, come dico provocatoriamente, è diventata l’“oppio del po-polo”, uno strumento del potere per ottundere le coscienze e non per risvegliarle, per rendere tutti supini nei confronti di un pensiero che si ramifica lungo la strada del consumo, delle merci, tanto da diventare essa stessa consumo e modo di non pensare, di non affrontare le cose. I festival, le fi ere, le trasmissioni televisive, insomma questo abuso di cultura che la rende qualche cosa di inerte e spesse volte, anzi, salvo che in ambiti abbastanza appartati e precisi, qualcosa di molto negativo. Se la cultura è l’“oppio del popolo”, va da sé che noi cosiddetti intellettuali siamo una sorta di “pusher” e a questo dovremmo stare attenti e sapere che merce vendiamo ai nostri clienti. Ecco perché credo che Zaccheo e san Cristoforo siano due modelli fondamentali per chi vuole fare riviste. Perché le riviste servono a creare questi incroci e a mettere insieme un passaggio di testimone tra un’epoca e un’altra, tra una generazione e un’altra. Tra i doveri di una rivista c’è quello di traghettare verso le nuove generazioni ciò che c’è di buono nel passato recente e anche lontano, a seconda dei suoi scopi e del suo pubblico. Ma anche fare da ponte, se si può dire, tra Italia ed estero, tra Nord e Sud, tra vecchi e giovani, tra uomini e donne, tra credenti e non credenti, tra le varie branche della scienza. Anche se il ponte vero, più difficile, è fra la teoria e la pratica.

In fondo sono vagamente mazziniano: il pensiero senza l’azione non vale un accidente e viceversa. Bisogna che queste due cose siano intrecciate tra di loro, abbiano uno scambio, un rapporto. Non è che tutti quelli che studiano devono poi imbracciare un fucile in futuro: Dio ce ne salvi! Né che quelli che fanno azione sociale devono tutti diventare grandi intellettuali. Però deve esserci uno scambio. Un altro aspetto che è stato importante in passato e che oggi forse, in particolare nel nostro Paese, ha perso di peso è quello della cultura come emancipazione. Come avrebbe detto Gramsci: «Come emancipazione delle classi subalterne». Io sono diplomato maestro elementare, e ne sono fiero. Per me è stato estremamente importante non solo alfabetizzare dei bambini, ma anche alfabetizzare degli adulti, il che in sostanza ha significato dare alle classi subalterne gli strumenti per la loro emancipazione affinché fossero in grado di capire i loro interessi, i loro doveri e non solo i loro diritti. La scuola, sia pubblica sia privata, è nata su questa idea di emancipazione delle classi subalterne. Basta rileggere Cuore di De Amicis che si basa tutto su quest’idea. E ovviamente oggi la scuola ha perso di peso, anche perché non interessa più al potere, che ha altri strumenti per trasmettere i suoi modelli che non sono più quelli della scuola pubblica. In generale va reinventata un’altra scuola adatta al nostro tempo che possa emancipare tutti, non solo le classi subalterne ma noi stessi come primi sudditi di un sistema di potere e di idee che, attraverso lo studio, devono ritrovare la strada per intervenire nella realtà. Fare le riviste non è un lavoro gratuito. È un lavoro che serve nella misura in cui aiuta a capire mettendo a disposizione il sapere di chi sa e le informazioni che altri non ci danno, legandole alla possibilità di avere dei lettori che siano degli amici e che siano in qualche modo coinvolti come noi nella ricerca dell’intervento giusto, delle cose giuste da fare, che di volta in volta possano allargare lo spazio della democrazia, della convivenza umana e soprattutto della responsabilità nei confronti degli altri. Fare le riviste è stare ad ascoltare chi sa più di noi e dargli voce, dargli la possibilità di parlare. Una volta mi hanno chiesto qual è la soddisfazione maggiore del fare riviste per chi come me non crede che le cose che scrive siano fondamentali e ho risposto dicendo che ci sono dei momenti in cui dirigendo le riviste capita quella che una volta Francesco chiamava la perfecta laetitia: far scrivere la cosa giusta, alla persona giusta, al momento giusto.

di Ilario Bertoletti
Più spazio alla sperimentazione

La rivista«Humanitas» nasce nel 1946, diventa il laboratorio attraverso il quale l’editrice Morcelliana con Mario Bendiscioli, Mario Marcazzan, Michele Federico Sciacca, Mario Apollonio, ma soprattutto il futuro cardinale Giulio Bevilacqua, apre a nuovi scenari editoriali, quasi una specie di sentinella, un avamposto per sperimentare nuovi spazi per l’editoria religiosa e non solo. È interessante tornare su un saggio di padre Giulio Bevilacqua, Religione statica, religione dinamica, con cui«Humanitas» apre il suo primo numero. Bevilacqua riflette su come ripensare lo spazio del cattolicesimo della katholische Weltanschauung di guardiniana memoria alla luce della riflessione bergsoniana – la distinzione della religione in statica e dinamica –, ovvero come pensare lo spazio della religione, della visione cattolica nel mondo moderno senza anatemizzarlo, senza sconfessarlo, senza condannarlo. Qual è la cosa interessante? Probabilmente «Humanitas»,così come indica la storia della Morcelliana, ha metabolizzato senza condanne, ma anche senza identificazioni, la sfida modernista: libertà della coscienza, rinnovamento degli studi storico-biblici, quindi problema del metodo storico-critico e, soprattutto, confronto aperto senza anatemi con il moderno. Questa è stata ed è la rivista «Humanitas» nella sua storia, sia nella prima fase fi no al 1959 sia e soprattutto nella seconda fase, quando è diretta da Stefano Minelli e accompagna tutta l’esperienza conciliare, con quel che significava l’esperienza conciliare a Brescia nella fi gura di Paolo VI e nella fi gura di Giulio Bevilacqua.

Riprendendo il tema del dibattito: qual è il futuro delle riviste? Nel mondo cattolico dobbiamo constatare due gravi lutti culturali: la chiusura di «Communio», che ha signifi cato molto nel cattolicesimo internazionale e italiano, e di «Rassegna di teologia morale», l’unico luogo deputato de iure alla riflessione teologica morale in Italia. È significativo che due riviste autorevoli, importanti, essenziali anche nel dissenso, chiudano o siano costrette a chiudere. Questo è un dato di fatto. Perché? Abbozzo un’ipotesi, un’interpretazione. Ci sono fenomeni endogeni ed esogeni: la crisi delle case editrici. Ogni anno in Italia si registra il 3% in meno di lettori. La già piccola base di lettori italiani si sta sempre più restringendo. Poi però ci sono cause ancora più profonde. Storicamente, e mi limito allo spazio italiano, qual è stata la funzione delle riviste in età moderna e contemporanea? La rivista è sperimentazione, innovazione, ricerca, scoperta, anche con la possibilità dell’errore. In fondo le riviste sono state il mondo in cui le élite intellettuali italiane si sono formate nella prima e nella seconda metà del Novecento. Riporto un esempio molto eloquente grazie anche alle ricerche condotte nel nostro archivio. È molto indicativo infatti, non perché sia rilevante, dare uno sguardo alla storia del numero degli abbonamenti di «Humanitas». I gruppi parlamentari della Democrazia Cristiana tra gli anni Cinquanta, Sessanta e Settanta avevano di diritto accesso a più di 50 abbonamenti. Significava che parte del ceto politico italiano riteneva essenziale avere una forma-zione non immediatamente pratico-politica, ma culturale. Altro dato significativo: più di 200 abbonamenti erano indirizzati a dirigenti scolastici di diversi istituti italiani e a funzionari del ministero della Pubblica istruzione. Tutto ciò la dice lunga sul fatto che le riviste sono state il modo in cui parte delle élite culturali e politiche si sono formate per dare un futuro culturalmente degno, all’altezza delle sfide, all’Italia della seconda metà del Novecento. Ma è ancora più significativo ricordare che le riforme degli anni Sessanta della scuola italiana sono state pensate e letteralmente elaborate all’interno della rivista bresciana «Scuola italiana moderna», all’epoca diretta da Vittorio Chizzolini. Le riviste, dunque, davvero aiutavano la formazione delle élite culturali che poi potevano avere responsabilità politiche. Ma faccio un ulteriore esempio. Nel 1974 «Humanitas» pubblica un numero speciale molto particolare: Superamento o riforma del Concordato? Bene, come confermano gli atti parlamentari dell’epoca, quel numero fu dibattuto in Parlamento e aprì letteralmente alla elaborazione culturale, durata più di un decennio, che avrebbe portato alla riforma del Concordato in Italia. Certe riviste, quindi, in determinati periodi storici hanno avuto effetti culturali e politici. Per questo sarebbe interessante vedere oggi quanto ceto politico italiano che siede in Parlamento sia abbonato a riviste. Eppure occorre riconoscere che le riviste in Italia stanno perdendo rilevanza pubblica. Occorre dirlo, altrimenti ci inganneremmo. E tuttavia, nonostante questo scenario, c’è un futuro per le riviste? Noi pensiamo di sì, uso un noi perché parlo di noi come casa editrice. Il futuro delle riviste risiede nella loro estrema specializzazione, nell’essere fatte, per dirla con parole di Romano Guardini, con «fiato lungo», nel costruire, nel produrre cultura e avere il gusto della sperimentazione. Il destino delle riviste culturali è un destino irreversibile di minoranza, a maggior ragione per le riviste culturali di ispirazione cattolica. Eppure, riconoscendosi minoranza, c’è la possibilità di fare un lavoro serio, di lunga durata. Per esempio il dialogo Habermas - Ratzinger è stato pubblicato prima su una rivista e solo successiva-mente è diventato un libro di riferimento per il dibattito religioso, filosofico e politico degli ultimi anni. Ma faccio un esempio ancora più radicale: il famoso libro Scontro di civiltà di Huntington nacque da uno straordinario saggio pubblicato su una rivista. La rivista davvero è il laboratorio in cui possono nascere idee. Online o cartacea? Su questo fronte i dubbi sono forti. Il digitale è immediato. Tuttavia la rivista cartacea ha un tempo di scrittura, di pubblicazione che pare oggi abbia un futuro maggiore rispetto alla persistenza di ciò che è pubblicato online. Per finire: quale futuro per le riviste culturali? Credo che la specializzazione e il gusto per la sperimentazione, il riconoscersi minoranze siano decisivi per sopravvivere. Una ventina di anni fa ci venne a trovare padre Xavier Tilliette, gesuita, grande studioso della filosofi a tedesca dell’Ottocento e del Novecento, collaboratore di «Études». In quell’occasione parlammo anche di «Humanitas» e delle nostre riviste. E con una battuta fulminante disse: «Non preoccupatevi, in “Études” abbiamo questo motto: “Il buon saggio, il buon scritto, il buon articolo con fatica ma raggiunge sempre il suo lettore”». Ecco, questo forse è un motto che ci può guidare nel tenere vive le riviste.

di Antonio Spadaro
Da laboratorio di idee a redazione di frontiera

Non ho la sfera di cristallo per dire quale sia il futuro delle riviste culturali. Ma sono molto ottimista. Anche se bisogna essere un po’ cauti e fare, come facevano i miei antenati gesuiti, un’explicatio terminorum. Di che cosa stiamo parlando? Cosa intendiamo per rivista culturale? Se andiamo alla radice della questione e ci poniamo la domanda di quale sia il significato della rivista – e questo è stato detto: una piattaforma per il dibattito culturale –, ci rendiamo conto che il dibattito culturale è molto vivo. Se diamo un’occhiata a quel che succede nel mondo digitale ci sono contributi estremamente validi che a volte appaiono in un doppio ambiente, quello online e quello cartaceo, a volte solo in quello digitale, con la differenza che un articolo pubblicato su carta ha una testa, un corpo e dei piedi, l’articolo pubblicato su una piattaforma digitale ha una testa, un corpo ma è senza piedi nel senso che i piedi sono le rea-zioni dei lettori ed è possibile interagire con il contenuto culturale. E questo è un vantaggio che si esprime in termini di diffusione e di condivisione dei materiali. Per esempio, i social media quali Facebook, Twitter diventano dei ponti, dei veicoli potenti per il dibattito culturale. Lo sperimento costantemente. Quando pubblico un contenuto di tipo culturale, la prima cosa che voglio fare è condividerlo all’interno di reti di relazioni e quando un mio follower o amico condivide il con-tenuto che immetto, non solo fa un’opera di pubblicità, ma in realtà fa un’opera di testimonianza perché ci mette la faccia, cioè dice: «Questo mi piace e lo condivido». Tutto ciò è potentissimo.

Allora capite che questo è il momento migliore per le riviste culturali, perché abbiamo a disposizione la piattaforma cartacea, ma anche una piattaforma che permette al pensiero di creare dibattito. Il problema, semmai, è fare discernimento tra piattaforme credibili, affidabili, serie e piattaforme meno serie. Ma questo pone un problema educativo: bisogna cioè abituare le persone a distinguere ciò che vale e ciò che non vale. La possibilità di fruire di prodotti culturali in maniera semplice e immediata è un dato assolutamente positivo. È possibile creare con grande semplicità ponti tra passato e presente: quando ci sono gli archivi digitali di tutto quello che la rivista ha prodotto è possibile far interagire, attraverso e-book o anche la condivisione di link, ciò che gli autori del passato hanno scritto con la riflessione legata al presente. Bisogna affrontare con coraggio la sfida che abbiamo davanti e la complessità del panorama culturale. Quali sono gli elementi di futuro che vedo per le riviste? Il primo elemento lo vedo nella definizione espressa con chiarezza nel 1850 in quel primo editoriale della «Civiltà Cattolica», e che cito: «Una civiltà cattolica non sarebbe cattolica, cioè universale, se non potesse comporsi con qualunque forma di cosa pubblica». È una definizione pazzesca: cattolico come capacità di comporsi con qualunque cosa pubblica. Non so se voi avete capito questa affermazione, io ancora no, ci sto ancora pensando, perché è di una potenza incredibile. Pone la potenza del cattolicesimo, non come potenza contrappositiva o aggregativa di una cultura che si contrappone con altro, ma come la sua capacità di comporsi con ogni forma di cosa pubblica. C’è una potenza di futuro in questa definizione che trovo straordinaria e per questo dico che devo “ancora capirla”, anche se sto già cercando di applicarla. In questo senso il rapporto tra pensiero e azione sembra fondamentale, e questo è il Papa che ce lo insegna. Per il Santo Padre questo discorso vale per il dialogo culturale che, dal suo punto di vi-sta, non è sedersi attorno a una tavola rotonda e parlare, discutere di idee, ma è sempre stato fare qualcosa insieme e, facendolo, comprenderlo. Questa è l’esperienza del dialogo interculturale in Argentina, per esempio. Si parte dal fare insieme perché ti conosci; discutendo di idee non ti conosci, ma facendo, rifletti, e da qui nasce la riflessione alta, culturale, anche accademica, se vogliamo. Ancora, la rivista culturale ha un futuro non se è un circolo di idee, ma se vive un rapporto forte con la storia, se vive quell’appello del racconto evangelico di Zaccheo: vive se scende dall’albero. Il nostro compito non è commentare l’esistente. Spesso la cultura cattolica è stata la cultura del commento: avviene qualcosa e tu la giudichi. In realtà, quello che mi piacerebbe fare è invece una cultura della previsione che non sta dietro l’evento, ma che lo precede cercando di capire dove stiamo andando.

Essere non tanto commentatori del passato, ma ermeneuti del futuro. Ciò è senza dubbio rischioso perché si può sbagliare e fare previsioni errate. Tuttavia, sono convinto che questo processo sia più utile perché noi – «La Civiltà Cattolica» – dobbiamo essere in grado di dire, di interpretare cosa l’uomo oggi sta vivendo, guardandolo dal futuro e non dal passato. Così si accompagna veramente l’uomo contemporaneo. Dialogo, discernimento e frontiere: questi sono i tre binari che dobbiamo seguire in futuro, validi anche per tutte le riviste culturali cattoliche. E sono i tre pilastri, le tre priorità che ci ha dato il Papa quando ci ha ricevuti il 14 giugno 2013 in udienza. Il primo è il dialogo. Il Papa ha detto che il nostro compito principale non è costruire muri ma ponti, è stabilire un dialogo con tutti gli uomini, anche con coloro che non condividono la fede cristiana ma hanno il culto di alti valori umani, e perfino con coloro che si oppongono alla Chiesa e la perseguitano in varie maniere. Perché dialogare significa essere convinti che l’altro abbia qualcosa di buono da dire, perché se tu dialoghi per convincere l’altro, quello non è dialogo ma convincimento. Insomma fare spazio al punto di vista dell’altro, alla sua opinione, alle sue proposte. Il secondo punto è il discernimento. Papa Francesco ha ribadito che il nostro compito è raccogliere, esprimere le attese, i desideri, le gioie e i drammi del nostro tempo e offrire gli elementi per una lettura della realtà alla luce del Vangelo. E dobbiamo farlo «con intelligenza umile e aperta», cercando di trovare Dio in tutte le cose. Questo, in altre parole, significa che il Papa ci dice che il nostro occhio deve essere un occhio attento e capace di cogliere il positivo in tutto. Il discernimento è cogliere la presenza del Signore anche nella gradualità della sua espressione. Il Signore non è sempre riconoscibile in maniera ampia e completa: a volte è presente come albero, a volte come seme. Però l’occhio deve saper riconoscere la presenza dello spirito di Dio nella realtà umana e culturale, negli avvenimenti, nella sensibilità, nei desideri, nelle tensioni profonde dei cuori, nei contesti sociali, spirituali e culturali. L’importante è non tanto puntare l’occhio sul male esistente, ma ribaltare lo sguardo e vedere il buono che c’è, per incrementare questa sua presenza, senza perdere le energie nell’estirpare la zizzania, ma piuttosto impiegandole nel piantare molto grano. Il terzo punto è la frontiera. La parola “frontiera” è la diretta conseguenza di quello che abbiamo detto prima. Se lo spirito di Dio, la Sua creatività, è attivo ovunque, allora il compito dell’uomo è scoprire ciò che Dio opera nel mondo culturale. Pertanto avere un fiuto curioso, attento e che si esprime in molti modi.

Per esempio, ho definito “segugio” uno dei padri più importanti e direi più cari, anche affettivamente, che noi abbiamo avuto, scomparso ormai un anno fa, padre Ferdinando Castelli. Ha avuto esattamente il fiuto del segugio, di colui che cercava e trovava i volti di Cristo nelle opere che leggeva, nei romanzi, nei volti degli scrittori a lui cari e anche in quelli più problematici. Ecco, questo è l’atteggiamento del segugio, avere il fiuto per cercare e trovare Dio in tutte le cose. Sempre il Pontefice si è raccomandato di accompagnare con le nostre riflessioni e con i nostri approfondimenti i processi culturali e sociali e quanti stanno vivendo transizioni. «Non siate rivista da laboratorio, ma siate rivista di frontiera». Questo mette un po’ in crisi il modo abituale di fare le riviste intese come laboratorio culturale: la rivista come una redazione che vive in frontiera e dalla frontiera elabora. Se stai in frontiera, salvi la vita, se stai in laboratorio ruminando le idee, sei separato dalla realtà. E ripetendo le parole del beato Paolo VI, papa Francesco ha ribadito: «Ovunque nella Chiesa, nei posti più difficili, negli angoli di punta, nei crocevia delle ideologie, nelle trincee sociali, vi è stato e vi è il confronto tra le esigenze brucianti dell’uomo e il perenne messaggio del Vangelo». Ovunque nella Chiesa, dove c’è un confronto tra esigenze brucianti dell’uomo e il perenne messaggio del Vangelo, là vi sono stati e vi sono i gesuiti, quindi, gesuita come colui che coglie le esigenze brucianti e le sfide, non colui che ripete ciò che già sappiamo, ma colui che si brucia delle bruciature dell’umanità e nello stesso tempo a quell’umanità propone il perenne messaggio del Vangelo. Una «Civiltà Cattolica» del futuro non come cittadella arroccata che difende qualcosa ma, al contrario, come un ospedale da campo capace di stare in frontiera, faro che illumina, ma anche fiaccola capace di essere accanto all’umanità. Allora, se una rivista culturale – cartacea o digitale non importa perché la rivista è la piattaforma per il dibattito culturale – è in grado non solo di stare chiusa in un laboratorio, ma di essere presente sul campo e sulle frontiere, avrà certamente un futuro.

di Ilario Bertoletti, Goffredo Fofi e Antonio Spadaro

 
Quale destino per le riviste culturali?
autore: Ilario Bertoletti, Goffredo Fofi, Antonio Spadaro
formato: Articolo
Un tempo formavano le classi dirigenti del nostro Paese, oggi sono in difficoltà per la crisi della lettura e la crescita del web...
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