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Raffaello e la scolastica

di Eva Tea

L'affresco della Disputa del Sacramento, così chiaro nella sua disposizione formale, passò tutt'altro che incontestato nella storia. E anzi tutto diè a pensare quel titolo Disputa che sembra derivato da un passo del Vasari, ove parla di un infinito numero di Santi, «che sottoscrivono la messa e sora l'ostia, che è sull'altare, disputano».

Disputa fu tradotto dagli stranieri come contesa e nel fresco di Raffaello si volle vedere un'interpretazione nuova e tutta umanistica della fede, e perfino lo zampino di Zuinglio. In realtà, basta pensare al significato ecclesiastico di disputare e al sistema scolastico di provare la verità con tesi e controtesi, per capire che tutti i personaggi della Disputa sono e saranno sempre in un divino accordo. La presenza di prelati Domenicani e dello stesso fra' Giovanni da Fiesole nella schiera dei contemplanti, ci dice che i teologi del Vaticano non furono senza efficacia nell'aiutar Raffaello, giusta il rescritto di Papa Giulio II, come dice il Giovio Domenicano era quel fra Giocondo da Verona, che aveva grande autorità albi corte. La Summa di S. Tomaso signoreggiava ancora le opinioni teologiche. Il Padre generale d'allora, Domenicano Tomaso de Vico, da Gaeta (il Gaetano), tenne il cuore dei due pontefici mecenati di Raffaello e fra una cura politica e l'altra compose un commento alla Summa, che fu riconosciuto classico da Leone XIII. Devesi al Gàetano se la Summa sostituì, come libro di testo, le Sententiae di Pietro Lombardo.

Non par dunque fuor di luogo di cercare nella scolastica il pensiero ispiratore della Stanza della Segnatura, la quale era, come tutti sanno, la libreria dove Giulio II firmava i decreti. Quando essa venne dipinta, fra il i508 e il i 511, il papato traversava politicamente una delle sue ore più burrascose. Le vicende guerresche erano ancor nulla a confronto del pericolo corso dalla Chiesa per lo scisma al concilio di Pisa e il disordine interno.

Toccò ad un tomista come il Gaetano l'onore di confutare la tesi degli scismatici, affermando avere il papa nella Chiesa un potete monarchico e sovrastante al concilio. Questa purissima dottrina trionfò il 3 maggio 1512 nel Concilio Laterano, ove il Gaetano paragonò la Chiesa alla sacra Gerusalemme, contemplata da S. Giovanni, colle sue forze salutari (sacramenti), con i suoi apostoli, pastori, martiri, coi suoi cittadini intimamente fra loro congiunti a guisa di membri; la Chiesa - egli affermò - è foggiata sulla monarchia celeste.

Il Gaetano rievocava la teoria medioevale delle due spade: l'una comune anche ai principi; l'altra propria del solo pontefice. Esortava il papa a misericordia e sapienza, affinché la Chiesa fosse veramente quale era apparsa a Giovanni in visione. Tali le idee della Curia. Vediamo in quale rapporto stessero con l'iconografia delle Stanze. La vita della Chiesa si fonda sull'unità; il santissimo Sacramento è il sacramento dell'unità; uno solo è il Cristo, in terra e in cielo.

«Licet Christus in hoc sacramento per modum substantiae existens, nec oculis corporeis nec ab intellectu viatoris nisi per fìdem conspici possit; ad. intellectum tamen beato, per divinae essentiae visionem videri potest» (Summa th. III q. LXXVI, c. VII). La composizione raffaellesca ci mostra ad un sol colpo d'occhio le due visioni. La esposizione del Santissimo Sacra1nento è quale si cominciò ad usare dal secolo XIII, dopo l'istituzione della festa del Corpus Domini. Essa ci richiama l'ufficio del SS. Sacramento, composto da S. Tomaso e la formula della transustanziazione data dal IV Concilio Laterano, al quale aveva presenziato S. Domenico. Nella prossimità di un nuovo Concilio dello stesso nome la rievocazione era a Giulio II opportuna per più ragioni:
l) La transustanziazione era stata negata sin dal secolo XIV per opera di Wicleff, da cui derivarono gli errori di Giovanni Huss e di Girolamo da Praga. Contro queste eresie la Chiesa levava la precisa definizione degli scolastici, resa popolare dall'Uffizio di S. Tomaso.
2) I Boemi si erano agitati per la Comunione sotto le due specie e il Concilio di Basilea aveva loro accordato l'uso del calice.

Anche a questo riguardo la Scolastica con S. Tomaso aveva formulato una precisa dottrina: «Perfectio hujus sacramenti non est in usu fidelium, sed in consecratione materiae. Et ideo nihil derogat perfectioni hujus sacramenti si populus sumat corpus sine sanguine, dummodo sacerdos consecrans sumat utrumque» (Summa th. III q. LXXX-XII).
Il fresco di Raffaello ci rappresenta l'Eucaristia sotto una sola specie, quella che viene esposta all'adorazione del popolo. Che fosse nell'animo del Pontefice di onorare in particolar modo la festa del Corpo di Cristo,. si vede dal dipinto della Messa di Bolsena, riproducente il Miracolo, che insieme con le rivelazioni della Beata Giuliana, aveva tanto contribuito alla istituzione del Corpus Domini. La processione del Santissimo era stata ordinata da Martino V e da Eugenio IV e da poco tempo poteva considerarsi d'uso generale. Il grande movimento eucaristico, iniziatosi con il IV Concilio Laterano, era durato, può dirsi, ininterrotto sino al secolo XVI, mentre erano maturate le eresie volte a combatterlo. La Disputa del Sacramento aveva perciò un duplice carattere: latrico e polemico. Nell'uno e nell'altro senso le formule definitive erano date dalla scolastica e da S. Tomaso.
Possiamo, con questa scorta della filosofia scolastica, spiegare alcuni particolari, altrimenti oscuri. A destra dell'affresco, dietro alla folla disputante, vedansi le fondamenta di un grande edificio; a sinistra una fabbrica in costruzione. A parer nostro essi simboleggiano l'antico e il nuovo Testamento, contrapposti come nell'inno di S. Tomaso: «Antiquum Documentum - Novo cedat ritui - Nova sint omnia - corda voces et opera».

Attorno al Cristo stanno raccolti in alto i Santi del Vecchio e Nuovo Patto, in basso i grandi dottori della Chiesa, papi, cardinali, sacerdoti secolari, religiosi. Non è senza valore, per quanto abbiamo detto, il trovar vicini S. Tomaso d'Aquino ed Innocenzo III, autore dello scritto sulla Santa Messa e convocatore del Concilio Laterano nel 1215 e, a rappresentare la poesia e l'arte, nutrita dalla fede, Dante e il Beato Angelico; fra i due grandi tomisti, S. Tomaso e Bonaventura, vi è il conciliatore dei due ordini, Sisto IV.
Esposto così il senso della Disputa, riesce facile cogliere anche quello della Scuola d'Atene. Il titolo non è originario; s'incontra la prima volta nel secolo XVII (relazione di viaggio del Marchese de Teignelay, Gaz. d. B. A. XIII 355). Keyssler nel 1751 vi scorge «le scienze e le forze dell'animo limano quanto a filosofia, matematica ed astronomia». Il Pastor vede uno sviluppo delle rappresentazioni medioevali del trivio e del quadrivio, e con lui conveniamo perfettamente.

Le sette arti liberali vi sono chiaramente significate; massime il quadrivio, con l'astronomia, la musica, la geometria e l'aritmetica. Se dalla stanza della Signatura procediamo oltre, si moltiplicano i sottili rapporti con l'ordine d'idee da noi indicato. La «Messa di Bolsena» corrisponde alla Disputa, a cui è legata storicamente e idealmente. Qual migliore confutazione agli eretici, che il ricordo monumentale d'un miràcolo avvenuto proprio ad un prete ultramontano? Nel 1262 l'Uffizio del SS. Sacramento non era ancora composto, e forse nemmeno la parte della Summa che riguarda l'Eucaristià; dove si considera proprio il caso di un'apparizione simile a quella di Bolsena. Di cerro il miracolo recente aveva dato occasione a quell'acuto capitolo di S. Tomaso; sicché possiamo dire che anche l'idea di rappresentare il miracolo di Bolsena poteva uscire da esso.

La «Cacciata di Eliodoro» rappresenta; come tutti sanno, la costante protezione di Dio sulla sua Chiesa (che qui si alluda ai nemici interni, par certo; e per il parallelismo con il fatto dei violatori del tempio e perché il trionfo dei nemici esterni sarà simboleggiato nella cacciata d'Attila. Eliodoro rappresenta i cardinali scismatici del Concilio di Pisa. Ed è a notare che gli assertori della priorità del Papa sul Concilio sono dei tomisti, il Gaetano e Francisco da Vittoria. Era precisa dottrina tomista che per la sola autorità pontificia «etiam antiqua concilia contegabatitur et confitmabantur» (Summa th. I, g, XXXVI 2. 2.). Queste spiegazioni d'indole generale, non escludono le concordanze notate da alcuni critici fra questi dipinti e i fatti della vita di Giulio II. Il rapporta fra la liberazione di Pietro dal carcere e il titolo cardinalizio di Giulio II (S, Pietro in Viticoli), o il voto da lui fatto a Orvieto, dinanzi al Corporale nel 1506 e lo scioglimento dello stesso a S. Pietro in Viticoli nel lfj1.2. Concediamo al Pastor anche la supposizione che quella grande luminaria avesse suggerito a Raffaello il suo effetto di luce.

Tutto ciò può bene essere: ma è soprattutto vero ed importante il constatare l'ispirazione scolastica e tomista ancor viva in Roma, nella stessa corte papale, in quel Rinascimento, che si suol rappresentare tanto remoto dallo spirito del Medio Evo. S. Tomaso aveva contrapposto la dottrina poetica alla sacra dottrina in quanto entrambe usano delle metafore; la prima «propter repraesentationem; repraesentantium enim naturaliter homini delectabilis est; sacra dottrina utitur metaphoris propter necessitatem et utilitatem...».

Era consuetudine che l'immagine di Dante presiedesse alle grandi comparizioni allegoriche. Nel fresco del Cappellone degli Spagnoli, Omero simboleggia la poesia; altra volta è Vergilio. Anche in questo caso la composizione raffaellesca è lo sviluppo di concetti che si erano fatti strada nell'iconògrafia medioevale. Nel secolo VI, la filosofia con le arti liberali scacciava le muse dalla cella del poeta Boezio; ora le muse ritòrnano ad allietare gli ozi umani, come erano già tornate insieme con il buon Apollo, nel poema di Dante: « Minerva spira e conducemi Apollo, e nove Muse mi dimostran forse ». Retorica, Dialettica e Grammatica sono meno facilmente individuabili.
Tuttavia è facile identificarle in gruppi disputanti a sinistra.

Trivio e Quadrivio mettono capo alla Regina delle arti, la filosofia, secondo il concetto di Boezio; ed ecco Platone e Aristotele comparire nel centro, fra una schiera di devoti discepoli. Per questa concezione non c'era bisogno del Sadoleto, ciceroniano di buon gusto, ma leggero filosofo, bastando ad ispirare il pittore la tradizione medioevale, consacrata da Dante.

Se mai, qualche novità di pensiero è a vedere nel grado eminente dato ad Aristotile e a Platone, rappresentati in armonico contrasto. Presso gli scolastici, nessuna personalità filosofica era di tale eminenza da meritare un tal posto. Aristotile e Platone significavano iconograficamente la filosofia dialettica in genere. L'ipse dixit era lontano dallo spirito della scolastica; tutto orientato verso le prime verità. Lo stesso Aristotile rappresentava un metodo, non una dottrina. L'idea di contrapporlo a Platone non poteva nascere in S. Tòmaso (che liberamente accolse il buono di tutti gli antichi), ma è proprio della Rinascenza; è un'idea umanistica. Nel trionfo di S. Tomaso, del Traini, Aristotile e Platone tengono un posto a parte, a destra e a sinistra del santo, fra i teologi e i dottori della Chiesa, che piovono col Cristo luce sul capo dell'Angelico, e le turbe di ecclesiastici e laici che quella luce ricevono. Dai libri aperti dei due filosofi salgono due raggi che toccano il volto del Santo nelle guancie, quasi che da essi si riconoscessero le forme, ma non il quid del pensiero.

Il santo è qui rappresentato come vincitore dell'averroismo, ossia dell'empia incredulità in genere. Egli è un raccoglitore di luce, un conciliatore di principii a contrasto, un illuminatore. E' soprattutto l'unificatore della scienza sacra e profana. Nella scuola d'Atene l'unità esiste pure, ma ideale, come sintesi e i pensieri svolti; quasi strofe, nei grandi affreschi. Il santo non tiene il posto centrale; ma la sua dottrina domina, ed egli è pur sempre il protagonista invisibile nel dramma figurato, in quattro atti, corrispondenti alle quattro pareti della stanza della Segnatura. Il neo-platonismo, col dare un posto privilegiato a Platone, aveva spinto gli aristotelici all'estremo opposto, al culto esagerato e cieco del maestro.

Già Petrarca aveva contrapposto i due filosofi, così armonicamente pacificati nella scolastica, con una punta di preferenza per Platone. Il primo tentativo di nuova conciliazione fra i due filosofi è di sette anni almeno anteriore alla Scuola d'Atene, e si trova nei Dialogos de amor di Leone Hebreo, fonte di tutte le opere neo-platoniche italiane, comparse nella prima metà del '500. Juclas Abarbanel propendeva per Platone, rimpiangendo il tempo in cui metafisica e poesia erano una sola cosa (e mescolavasi «lo historial, delectablie y fabuloso con lo verdavero intellectual»); ma, secondo la tendenza secolare della filosofia spagnola, ammirava la grandezza speculativa della concezione aristotelica e tentò dimostrare l'armonia dei due filosofi, l'uno dei quali sosteneva «que los cuerpos par si minimos no poscen ninguna esencia, come dia es verdad clerarnente, ni tienen otra cosa que la sombra de la esencia y hermosura incorporea e ideai, que reside en la mente del Sumo Artefice del Mundo»; l'altro al contrario, si richiama alla realtà delle cose.

Questa reciproca posizione dei due filosofi può spiegare il gesto dato loro da Raffaello. Platone accenna all'alto; Aristotile verso terra. Il fatto di aver posto nelle mani dell'uno il Timeo, dell'altro l'Etica dimostra ch'essi erano considerati sotto il punto di vista allora corrente: l'uno come cosmografo e mistico, l'altro come autore di un sistema etico, da cui là scuola spagnola avrebbe fatto uscir il giure internazionale moderno. In breve, nei due maggiori affreschi della stanza della Signatura un concetto medioevale scolastico tomista viene accolto con sfumature caratteristiche dell'età moderna; lo che dimostra, e la perenne vitalità di quell'antico pensiero e la sua attitudine ad assimilare il portato de' tempi nuovi.

I rimanenti affreschi attestano anche meglio questa duttilità. La parte eminente fatta in Dante alla poesia virgiliana basterebbe da sola a spiegarci le pitture della volta, quando non ricordassimo Maffeo Vegio e il virgilianesimo cristiano del secolo XV.
La scienza della fede (divinarum rerum notitia) porta ulivo sul capo: allusione alla sapienza divina: il velo è bianco, il manto verde, la sottoveste rossa: i colori delle tre virtù teologali. Tiene in mano la Sacra Scrittura, e indica in basso i maestri della tradizione, raccolti attorno all'Eucaristia. La poesia si ispira all'adflata est nomine di Virgilio (Eneide II, VI-50). Poesia è ispirazione-profezia. Il poeta canta come la Sibilla: «adflata est numine quando iam propiore Deo». «Le ali poderose, il nastro umerale seminato di stelle, l'azzurro vestimento, l'interna movenza di tutta la persona accennano àl volo dell'immaginativa» (Pastor).

Il trono della Filosofia porta il simulacro di Diana Efesina, disegnato all’antico; simbolo dell'enigma naturale. Il manto nei suoi colori simboleggia i quattro elementi: azzurro con stelle = luce; rosso con salamandre = fuoco; verdemare con pesci = acqua; lionato con piante = terra. Anche qui il titolo è virgiliano; Causarum cognitio; e la scienza delle cause abbraccia due campi; come avrebbe eletto un medioevale, duo specula, moralis et naturalis. La Giustizia con spada e bilancia ha pure un motto squisitamente romano: Jus suum unicuique tribuit.

Il rapporto di queste rappresentazioni con i piccoli soggetti narrativi della volta è evidente; ma sorprende per la sua novità la figura della donna, china sull'emisfero celeste, e accennante verso l'alto. Perchè questo posto d'onore all'astronomia; accanto alla Causarum cognitio? Anche a questo riguardo la risposta è in Virgilio: è la teoria dell'anima ciel mondo, quale si trova in Ficino, Cusano o Giordano Bruno. Il primo motore verrà raffigurato di nuovo da Raffaello nella cappella Chigi. Più interessante è notare la concordanza rappresentativa negli affreschi della parete di fondo, fra il diritto canonico e il civile. A Giustiniano e Triboniano corrisponde Gregorio IX (intendi Giulio II) che consegna le decretali all'avvocato Concistoriale. Sono le due spade, di cui parla il Gaetano nel Concilio, il diritto secolare e l'ecclesiastico, che il papa deve adoperare in difesa della Chiesa. E perché non vi si sia dubbio sulla natura anche temporale della podestà pontificia, ecco le tre virtù che con la Giustizia nella volta completano la serie delle virtù cardinali.

Chi pensi al largo svolgimento che alla dottrina del diritto naturale e dello stato trova in Tommaso, e alla sua magnifica esposizione sulle virtù non può fare a meno di sentire anche qui l'ispirazione tomista, e insieme quasi un'aura precorritrice all'opera di Francisco da Vittoria e Domingo de Soto. Rimane il Parnaso, dove pure possiamo riconoscere congiunte le idee scolastiche sulla poesia, e quelle dei neo-platonici, tipo Leone Hebreo. Il concetto quasi vichiano dell'importanza dei miti e della verità vestita di poesia non fu certo estraneo alla composizione del Parnaso dove i poeti classici fraternizzavano con i cristiani. Saffo e Pindaro erano mal noti agli uomini del medioevo, ma la prima idea della nobile schiera dei vati, in cui Dante è sesto, dopo Omero, Virgilio, Orazio, Ovidio e Lucano, si trova nella Commedia. La tradizione virgiliana o dantesca, legata alla tomista, anche qui ha ispirato al pittore.

Eva Tea

Eva Tea, nata a Biella nel 1886, si era laureata in lettere a Padova. Nel 1922 arriva a Milano come docente al liceo artistico di Brera e poi alla Scuola d'arte «Beato Angelico», per passare all'Università Cattolica nel 1929, dove insegnerà ininterrottamente fino all'ottobre del 1956.

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Raffaello e la scolastica
autore: Eva Tea
formato: Articolo
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