Scrivere di giustizia nel solco della memoria

Scrivere di giustizia nel solco della memoria

di Benedetta Tobagi

Come mi batte forte il tuo cuore, il libro che ho dedicato alla vita e alla morte di mio padre Walter Tobagi – giornalista, storico e sindacalista assassinato il 28 maggio 1980 dalla “Brigata XXVIII marzo” – di “narrazioni della giustizia” ne contiene parecchie. Per raccontare la sua storia, e la mia, ho dovuto immergermi nelle carte dei processi, affrontare norme giuridiche controverse varate dallo Stato per contrastare l’emergenza terroristica, riflettere sul rapporto tra vittime e rei, sulla colpa e la pena, sull’idea stessa di giustizia. A un livello più profondo, tra i motivi che mi hanno spinto a scrivere c’è stata l’urgenza di cercare una forma di giustizia attraverso la narrazione: una giustizia tutta umana ed extragiuridica, ovviamente, che però s’intreccia, dialoga e spesso si scontra con quella praticata nei tribunali. Cercherò dunque di spiegare di cosa è fatta, per me, questa “giustizia della narrazione”, cosa mi ha mosso a cercarla, le immagini, il retroterra letterario e le scelte stilistiche con cui ho cercato di portarla sulla pagina. E un percorso in quattro tappe, ciascuna legata a una delle metafore utilizzate nel libro: 1) il grido negli occhi, ovvero il problema del male; 2) la rosa, ovvero la scrittura come (parziale) riparazione; 3) la bambina con la pistola, ovvero «niente resterà impunito»; 4) il ventre della balena, ovvero quale giustizia dentro e oltre i processi.

Il grido negli occhi, ovvero il problema del male. Parlare di “giustizia della narrazione” costringe a interrogarsi sulla natura profonda dell’ingiustizia con cui la scrittura – risorsa estrema – prova a cimentarsi. Il punto di partenza del mio discorso è lontano, una poesia che nel libro non cito esplicitamente, sebbene costituisca un sottotesto fondamentale, un fiume sotterraneo che affiora in un passaggio cruciale della narrazione (ho utilizzato questo tipo di citazioni implicite di testi molto noti per restituire al lettore la sensazione di parole letterarie a lungo meditate e ormai entrate nella carne, parte integrante della vita e dei pensieri). È X agosto: «San Lorenzo, io lo so perché tanto / di stelle per l’aria tranquilla / arde e cade, perché si gran pianto / nel concavo cielo sfavilla. [...]. Anche un uomo tornava al suo nido: / l’uccisero: disse: Perdono; / e restò negli aperti occhi un grido [...]. E tu, Cielo, dall’alto dei mondi / sereni, infinito, immortale, / oh! d’un pianto di stelle lo inondi / quest’atomo opaco del Male!».

Nella parte centrale della lirica, Giovanni Pascoli rievoca l’omicidio del padre Ruggero, caduto vittima di un agguato dei banditi che infestavano le campagne romagnole. Il delitto rimane senza colpevoli. Negli occhi del padre ucciso resta un grido. Occhi sbarrati davanti all’orrore tornano in altri luoghi della produzione pascoliana; nella Cavalla storna, per esempio, l’immagine degli assassini impuniti resta negli occhi della puledra che non può parlare; altrove, il lampo diventa «un occhio che, largo, esterrefatto, / s’aprì si chiuse, nella notte nera», perfetta metafora della rivelazione improvvisa del volto osceno del reale. Dietro il problema della giustizia, per come mi ci sono scontrata, come bambina e donna, prima che come narratrice, c’è questo nucleo oscuro, irriducibile: il problema del male, così come l’ha posto con crudezza estrema Ivan Karamazov o come l’ha tematizzato Paul Ricoeur (nelle riflessioni sul giusto, sul male, sul perdono), ed espresso qui in una formulazione di bellezza insuperabile – «quest’atomo opaco del Male» – male agito dall’uomo sull’uomo e male irrimediabile. L’ombra dell’ultimo verso di X agosto è il cuore nero attorno a cui gravita tutto il mio racconto. Le conseguenze irreparabili del male sono fotografate con crudezza impietosa nel grido paralizzato negli occhi, che resta (nonostante sia preceduto da una parola, l’ultima, che affiora sulle labbra dell’uomo colpito a morte: un «Perdono» che sembrerebbe contraddire il grido). Trovo che la sequenza dei versi operi una sintesi di potenza straordinaria, imponendo alla nostra attenzione un problema abissale: nemmeno la parola di perdono che affiora sulle labbra dell’assassinato basta a cancellare il grido muto, che rimane comunque. Così come rimane lo sfregio dell’ingiustizia, lo scandalo del male. La lirica di Pascoli affiora per cripto-citazioni nel cuore del libro, nel punto in cui, a narrazione ormai inoltrata, la morte violenta di mio padre infine accade, anche per il lettore; un evento il cui impatto nella vita è così dirompente che ho scelto di intitolare il capitolo Fine del mondo.

La giustizia umana si scontra con l’abisso del male, incommensurabile ai suoi limitati, fallibili strumenti: in questo è la sua miseria e la sua grandezza. Tutti noi, purtroppo, dobbiamo farci i conti. A partire da questa consapevolezza possiamo, tuttavia, agire nonostante e altrimenti (l’avverbio caro a Ricoeur). Scrivendo, il primo problema che mi sono posta era cercare di comunicare questa esperienza senza mistificazioni consolatorie. «La testimonianza vuole che il crimine sia saputo perché il mondo conosca se stesso», ha scritto Stefano Levi della Torre. Che il male sia saputo è un tassello necessario per garantire alle vittime il farmaco del riconoscimento.

La rosa, ovvero la scrittura come (parziale) riparazione. Nell’ultimo capitolo, il libro rivela di essere una rosa. Come il fiore che spunta sull’asteroide pietroso de Il Piccolo Principe, sboccia sulla superficie dell’«atomo opaco» che abitiamo, non può cancellarlo, non lo nega. Anzi, il valore della rosa è proprio nella sua gratuità e bellezza che esiste accanto, oltre, nonostante lo scandalo del male, dell’ingiustizia, della sofferenza. La rosa è vita e scrittura come possibilità, non ovvia, né gratuita. Dal romanzo di Saint-Exupéry l’immagine della rosa trattiene il senso della cura, del tempo investito nello scrivere, nel narrare chi non è più, perché possa rivivere nella mente e nel cuore di chi racconta e di chi legge: così lo spazio e il tempo della narrazione prima, della lettura poi, diventano il luogo di un incontro autentico, altrimenti impossibile. La rosa simboleggia le possibilità della parola di agire in termini di giustizia riparativa in senso lato (una dimensione riparativa che si gioca tra le vittime e la loro comunità di appartenenza, la società; i carnefici restano in qualche modo sullo sfondo). Far rivivere almeno qualcosa di mio padre e della sua voce in un libro mi è sembrato necessario, per riparare, in misura certo pateticamente limitata, alla mostruosa cancellazione della sua vita, innanzitutto, e poi alla deumanizzazione di cui è stato ulteriormente vittima nella retorica pubblica. Ho sentito la narrazione come lo strumento più adatto per rendere giustizia alla bellezza della vita tutta intera di mio padre, alla sua intelligenza, alle sue fragilità. Restituire le sue parole alla società mi è parso anche un gesto doveroso d’impegno civile, per il valore e il significato che esse conservano.

La bambina con la pistola, ovvero «niente resterà impunito». La giustizia della narrazione, per come la vedo io, ha anche un volto decisamente duro e arcaico che assocerei a una giustizia di tipo retributivo. E il motivo per cui sulla copertina c’è una bambina che fa il gesto di prendere la mira e sparare. Di fronte all’ingiustizia esiste un bisogno primario: vedere il colpevole punito. L’impunità è una forma terribile di disconoscimento per la vittima – per richiamare quanto accennato prima. Laddove le corti non arrivano a pronunciare delle condanne, laddove esistono responsabilità – politiche, morali – non sanzionabili dai tribunali, può intervenire la parola che denuncia. Nel mio libro c’è un capitolo breve, un intermezzo, in cui io adopero una scrittura più “contundente”. E dedicato alla fidanzata di uno degli assassini di mio padre, che – giudiziariamente parlando – non è risultata coinvolta nell’omicidio, ma, a parere dello stesso pubblico ministero, doveva essere a conoscenza del progetto di uccidere Tobagi. Una storia che tocca i nervi delle aree di contiguità con il terrorismo e dell’omertà di cui esso poté godere.

Inchiodare questa donna alle sue responsabilità, attraverso il nudo racconto di qualche istantanea del suo mondo, è stato liberatorio: un modo di fare giustizia che ha il gusto intenso e proibito di una “vendetta”, sublimata in forme del tutto incruente. Così è stato anche per le pagine in cui ho potuto denunciare le strumentalizzazioni politiche della memoria di mio padre, oppure l’ombra lunga della P2 sul suo omicidio, “cancellata” nella ricostruzione processuale del fatto. L’immagine della bambina che prende la mira contiene sia la fragilità inoffensiva delle parole, sia la loro forza inesorabile, che rende la narrazione l’atto di emancipazione da un’antica condizione di muta impotenza.

Uno degli slogan delle Br era «niente resterà impunito». E una tragedia nella tragedia il modo in cui i terroristi che hanno voluto ergersi a giustizieri hanno incarnato, in maniera aberrante (per i mezzi, gli scopi, e soprattutto gli obiettivi scelti), “fantasmi” che abitano dentro tante persone, anche le più pacifiche e innocue, soprattutto se hanno patito l’ingiustizia. La giustizia ha per sua natura un fondo violento; gli esseri umani necessitano che in qualche misura sia soddisfatto il bisogno profondo di vedere il colpevole punito, come contraltare della propria sofferenza (e laddove sia stata erogata una pena, è più facile che vi siano misericordia e comprensione per il reo). Fomentare questi “bassi istinti” o abbandonarvisi è pericoloso, ovviamente. Ma anche negare che esistano è controproducente. Il progresso della civiltà sta anche nel rendere la dimensione retributiva sempre più misurata e simbolica. Di certo la narrazione – un po’ come lo spazio analitico – è uno spazio protetto in cui possono abitare anche le emozioni oscure e contraddittorie legate a desideri arcaici di giustizia come punizione e vendetta.

Il ventre della balena, ovvero giustizia dentro e oltre i processi. Il ventre della balena è l’archivio del tribunale di Milano e, per metonimia, l’iter processuale gigantesco il cui incartamento è in esso conservato. L’ascendenza è doppia: dal libro di Giona e da Pinocchio (quello di Collodi sarebbe in realtà un pescecane, ma ho scelto di attenermi alla sedimentazione dell’immaginario cinematografico disneyano della mia generazione!).

Epurando l’elemento religioso, della storia di Giona mi hanno affascinato molte cose. Innanzitutto, è un uomo che sbaglia strada, cambia idea. È molto umano nelle paure, nella rabbia, nelle durezze; ha bisogno della morte di una pianta di ricino per apprendere la misericordia. Rispetto al mio rapporto di attrazione-repulsione nei confronti dell’apparato giudiziario, e persino del luogo fisico dei tribunali, ho riconosciuto nella storia di Giona che rifugge l’ordine e il richiamo della voce divina il mio desiderio di allontanarmene e non pensarci più. Ma non si sfugge a un compito iscritto nella propria storia, arriva sempre una tempesta che ti riconduce al punto di partenza. Il passaggio nel ventre del pesce è metafora del percorso di maturazione, revisione, ripensamento, un luogo di transizione che mette temporaneamente in salvo, prepara a tornare nel mondo per affrontare il compito. Qui s’innesta la suggestione rubata a Collodi. Nel ventre della balena Pinocchio ritrova Geppetto, e se lo porterà fuori in spalla a rivedere la luna e un mare finalmente liscio come l’olio; io ho – simbolicamente – ritrovato il padre di mio padre, che in qualche modo era rimasto dolorosamente impigliato nelle maglie del processo.

La narrazione del rapporto con la giustizia dei tribunali si sviluppa attorno a due fuochi principali:
a) il contrasto tra ciò che è giusto e ciò che è legale. Il “caso Tobagi” è paradigmatico della risposta poliziesca e giudiziaria data all’emergenza terroristica in Italia, che purtroppo vide spesso il senso del “giusto” entrare in tensione con il “legale”. Nella fase d’indagine, si arrivò ai colpevoli grazie alla controversa tecnica dei “rami verdi” o del differito arresto (consistente nel lasciare in libertà un brigatista minore tenendolo sotto controllo, nella speranza che portasse ad arrestare figure di maggiore spicco, o comunque offrire nuove tracce investigative; con il rischio, ovviamente, che il terrorista lasciato in libertà potesse colpire degli innocenti); l’istruttoria e il processo invece videro l’utilizzo dei collaboratori di giustizia, in base alla legislazione premiale varata dal 1979 in poi (ricordiamo il decreto-legge 15 dicembre 1979 n. 625 e la legge 29 maggio 1982 n. 304). Questa si basa su un principio economicistico, non di giustizia, bensì su un crudo calcolo costi-benefici. Il senso d’ingiustizia di fronte a certe applicazioni di queste leggi, che sperimentai da bambina (ho visto l’assassino di mio padre uscire di prigione quando ero in prima elementare), produsse crepe profonde nella società. Nel suo libro di memorie (Ne valeva la pena. Storie di terrorismi e mafie, di segreti di Stato e di giustizia offesa, 2010) Armando Spataro, pubblico ministero al processo per l’omicidio Tobagi, ha fatto sue, in chiave autocritica, alcune considerazioni da me sviluppate sugli eccessi nella “retorica del buon pentito”. Il contrasto tra giusto e legale riaffiora anche di fronte ai resoconti provenienti dal mondo del carcere – tema non a caso spesso marginalizzato nel discorso pubblico sulla risposta giudiziaria all’emergenza-terrorismo;
b) la riconciliazione con la giustizia dei tribunali. Il processo Rosso Tobagi è stato funestato da violente polemiche sull’incompletezza e strumentalità dell’inchiesta: è stato rappresentato come un’operazione sponsorizzata dal Pci per fare piazza pulita dell’area antagonista milanese (in analogia con il “7 aprile”); si è detto che i magistrati avevano mercanteggiato e concordato le dichiarazioni del principale pentito, Barbone, per proteggere complici e mandanti dell’omicidio nell’area più a sinistra del sindacalismo giornalistico... Nella mia famiglia era radicata la convinzione che la giustizia dei tribunali fosse stata parziale e incompleta – per non dire di peggio. Conosco dunque il sentimento di sfiducia a priori che porta a diffidare dei tribunali – un sentimento diffuso in settori ampi e diversi della società, che da anni viene capitalizzato da molti esponenti politici del centro-destra. Senza pretese esaustive di “verità”, ho cercato di vagliare e contestualizzare le polemiche (centrali nelle precedenti ricostruzioni giornalistiche e televisive del caso Tobagi), pervenendo a una valutazione sostanzialmente positiva dell’inchiesta e dei processi, di cui però ho cercato di mettere in luce anche rigidità e aporie. Ho trattato i “coni d’ombra” come sintomi rivelatori di problemi più ampi. Così, attraverso la riflessione (sofferta) sui limiti della giustizia dei tribunali, “nel ventre della balena” è maturata la mia riconciliazione di cittadina con la giustizia delle istituzioni.

Benedetta Tobagi

Benedetta Tobagi (Milano, 1977) è laureata in filosofia e ha un Ph.D in storia presso l'Università di Bristol. È stata conduttrice radiofonica per la Rai e collabora con «la Repubblica». Dal 2012 al 2015 è stata membro del consiglio di amministrazione della Rai. Si occupa di progetti didattici e formazione docenti sulla storia degli anni Settanta e del terrorismo con la Rete degli archivi per non dimenticare. Per la sua attività giornalistica ha vinto il Premiolino 2011. Tra le sue pubblicazioni: "Come mi batte forte il tuo cuore. Storia di mio padre" (2009); "Una stella incoronata di buio. Storia di una strage impunita" (2013); "La scuola salvata dai bambini. Viaggio nelle classi senza confini" (2016); "Piazza Fontana. Il processo impossibile" (2019); "La Resistenza delle donne" (2022, premio Campiello 2023).

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Scrivere di giustizia nel solco della memoria
Autore: Benedetta Tobagi
Formato: Articolo
Il nesso che lega narrazione e giustizia affrontato immergendosi nella propria storia più intima e personale. Lo scandalo del male e la scrittura come possibile riparazione. Il rapporto fra vittime e rei, fra colpa e pena.
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