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Virus

Quattro interventi sulla parola Virus. Carlo Lucarelli, Raoul Chiesa, Margherita d'Amico e Luciano Onder

Il professore e il suo microscopio
di Carlo Lucarelli*

V come virus. Sarà perché sono un autore di noir abituato ad avere a che fare con la metà oscura delle cose, o sarà perché da piccolo trovai alcuni fumetti di mio padre che avevano come protagonista uno scienziato pazzo che si chiamava proprio così, Virus, ma a me questa parola ha sempre fatto paura. Mi ha sempre fatto venire in mente scenari apocalittici e un killer silenzioso ed invisibile che striscia nel silenzio. Se dovessi raccontare le mie sensazioni in materia, lo farei più o meno così:

Il professore si tolse gli occhiali e tenendoli per le stanghette sottili, tra i polpastrelli, si stropicciò gli occhi stanchi con le nocche dei pollici. Lo fece così a lungo che al momento di inforcare di nuovo le lenti dovette sbattere le palpebre più volte per disperdere la polvere luminosa che gli ballava davanti. Quando tornò a vederci chiaro fissò lo schermo del computer, come se avesse avuto bisogno di un’altra conferma, l’ultima. Poi sorrise.

Ce l’aveva fatta.

L’immagine che il microscopio dietro la vetrata di sicurezza catturava dal vetrino e gli inviava sul monitor, definita, luminosa e netta, era quella del virus più potente mai apparso sulla terra. C’era riuscito, finalmente, ad isolarlo e riprodurlo in laboratorio. C’erano voluti anni, ma c’era riuscito.

All’inizio era soltanto una variazione più potente dell’influenza, letale, feroce, spietata come un serial killer, ma niente di più. L’avevano portata in quel laboratorio sotto la roccia e avevano cominciato a lavorarci sopra, potenziando il virus. Promettente, sempre più promettente, tanto da convogliare sul progetto la metà dei fondi destinati allo sviluppo delle ricerche nel settore, poi tutti i fondi e poi anche qualcosa in più.

Il primo incidente c’era stato a metà del secondo anno. Forse un condotto d’aerazione difettoso, o forse un tecnico che non aveva rispettato le procedure di sicurezza. Epidemia locale, trecento morti. Tutto sommato, viste le potenzialità del virus, abbastanza contenuta.

Il secondo incidente era arrivato al quarto anno. Sette milioni di morti. Era allora che avevano capito che il virus gli era sfuggito di mano. Intanto non erano mai riusciti a capire come avesse fatto ad uscire dal laboratorio, superare tutti i livelli di sicurezza ed espandersi con quella velocità. E anche quando erano riusciti a neutralizzarlo e ad arrestare l’epidemia, non che avessero ben chiaro come avessero fatto. Tutto quello che avevano sperimentato sembrava rafforzarlo, costringendoli ad inseguirlo mutazione dopo mutazione, finché, all’improvviso, non si era fermato. Più che debellarlo, erano riusciti a contenerlo.

Era allora che c’era stato il terzo incidente. Era partito direttamente dal laboratorio. Tutta l’unità 5, quella che lavorava a più diretto contatto col virus, era stata sterminata. Poi la 3 e la 4. I membri della 2 erano in superficie a tenere un convegno sui nuovi orizzonti della ricerca scientifica, e quando erano tornati avevano appena fatto in tempo a riportare le notizie dell’epidemia che era scoppiata di nuovo sulla terra, e poi si erano estinti in meno di un’ora. L’unità 1 era lui, lui soltanto, ed era rimasto blindato nella sua parte di laboratorio, da dove poteva controllare le macchine oltre la paratia di sicurezza, lottare contro il virus e sopravvivere praticamente all’infinito con le provviste d’emergenza.

C’era voluto un altro anno, ma alla fine ce l’aveva fatta.

Il virus era lì, sotto la lente del microscopio, e adesso avrebbe potuto trovare il modo di neutralizzarlo.

Ci avrebbe impiegato un po’ di tempo, ma non aveva nessuna fretta.

Sia in superficie che in laboratorio erano già morti tutti e lui era rimasto l’unico uomo sulla terra.

*giallista e autore televisivo


I virus sono cattivi, ma gli hacker sono buoni
di Raoul Chiesa*

Ho iniziato ad utilizzare la rete Internet più o meno nel 1986, quando in Italia poche università ed alcuni centri di ricerca se lo potevano permettere. Parlavo di reti, dati, hacking e sicurezza, per venire guardato quasi come un alieno, un visionario. Oggi, alla fermata dell’autobus, sento le mamme e le nonne parlare di e-mail, allegati.doc e di pagine web: sicuramente qualche cosa, in questi anni, è cambiata. Una parola su tutte, però, è rimasta la stessa nel gergo dell’informatica: i virus. Il termine “virus” suscita paura e timore in chi lo sente, in quanto un virus – per definizione – è un qualcosa di estraneo che si inserisce in un elemento a lui nuovo. Credo esista un forte legame, nella psiche comune, tra le paure per i “corpi estranei” che negli anni si sono succeduti (il nucleare, la guerra batteriologica e le armi chimiche, l’antrace....) ed i diversi “virus” della storia dell’informatica (WANK, I love you, SQL Hell, per fare solo qualche esempio). In ambo i casi, quindi, paura per ciò che non si conosce,

paura verso ciò che è diverso e notoriamente malevolo.
A fine maggio, approfittando dell’iniziativa “Cantine Aperte”, mi sono recato nell’Astigiano: un bel giro tra le cantine, conversando amabilmente con i produttori vinicoli del Piemonte. Tra un assaggio di Dolcetto ed uno di Barbera, un produttore nota la mia maglietta – visibilmente “informatica” – e mi chiede se, per caso, «mi intendo di computer». Le motivazioni per introdurre quanto segue sarebbero potute essere le più diverse, ma alla fin fine si arriva sempre al seguente, simpatico quadretto: il sottoscritto al lavoro su una postazione pc, e l’interlocutore (nel nostro caso, il produttore vinicolo) a farmi domande.
Quella fatidica è «ma lei di che cosa si occupa?» «Sicurezza informatica», rispondo io; e qui scatta l’affermazione che ci porta alla voce “Virus”: «Ah, la sicurezza informatica.....ma qual è, quella cosa che combatte i virus?». «No» rispondo io «i virus sono il problema minore, io mi occupo di difendere le aziende dagli attacchi informatici». «Ah ecco, ho capito» dice il simpatico fattore «lei difende dagli hacker che inviano i virus con la posta elettronica».

Ecco, questo è l’accomunare più tipico che salta fuori nei dialoghi con “chi non è” del settore dell’Information & Communication Technology. Ma che cos’è un virus? E cosa c’entra con un hacker?

Cerchiamo di fare un po’ di chiarezza, per magari saperlo spiegare un domani ad un simpatico produttore di vini o alla signora alla fermata dell’autobus: vediamo cosa ci dice Jargon File, il “vocabolario ufficiale dell’underground digitale”: «Virus: Summary: virus n. [from the obvious analogy with biological viruses, via SF] A cracker program that searches out other programs and “infects” them by embedding a copy of itself in them, so that they become Trojan horses. When these programs are executed, the embedded virus is executed too, thus propagating the “infection”. Unlike a worm, a virus cannot infect other computers without assistance». Con virus si intende quindi del codice (un software) maligno che si insinua in altri software presenti sul sistema informatico vittima, al fine di infettarli. Se un virus utilizza anche modalità di propagazione (contagio di altri sistemi), allora diventa un Worm, ovverosia un virus che si autoreplica senza intervento umano (in forma automatizzata).

«Hacker: Summary: hacked up = H = hacker ethic. 2. One who programs enthusiastically (even obsessively) or who enjoys programming rather than just theorizing about programming. 4. A person who is good at programming quickly. It also implies that the person described is seen to subscribe to some version of the hacker ethic (see hacker ethic). hacked up = H = hacker ethic». Nella sua forma originale (e storica), Hacker voleva intendere una persona con enormi doti nella programmazione e nell’informatica in generale. Dagli anni Ottanta in avanti – complici i mass-media – il termine ha assunto un significato negativo e viene abbinato a «colui che viola un sistema informatico o commette reati on-line»...questo nella definizione più triste e “di massa”.

Non sta a me dire quale sia il termine più giusto da utilizzare, oggi, nell’anno 2003 della tanto amata ICT Security, nell’anno successivo alla “morte” della New Economy. Voglio però ricordare come una delle tecniche di attacco più famose, il cosiddetto IP Spoofing, è stato dimostrato in forma pratica dall’hacker Kevin Mitnick, nel dicembre del 1994: prima di quella data e di quell’azione eseguita dall’hacker più famoso del pianeta, il mondo accademico ed i “soliti” bene informati (su tutto ciò che è sicurezza informatica) continuavano a ripetere che «l’IP Spoofing è una tecnica di attacco esclusivamente teorica: non si potrà mai dimostrarne l’effettiva possibilità di utilizzo».

Con IP Spoofing si intende quella tecnica per cui è possibile falsificare un indirizzo IP ed assumere, on-line, l’identità di qualcun altro: se oggi i nostri sistemi operativi ed i router di Internet sono a conoscenza di tale eventualità, è proprio grazie ad un hacker. Che oggi è consulente per il governo americano...altro che virus.

* Chief Technical Officer di @Mediaservice.net

 

Ebola, Gulu e il dottor Matthew di Margherita d’Amico*

Per chi torna da Gulu, nell’Uganda del Nord, alla parola “virus” è impossibile non pensare subito a Ebola, che nell’ottobre del 2000 invase il distretto con un focolaio di straordinaria violenza. Benché nel mondo i contagiati dall’Hiv siano milioni e di Ebola si contino solo sei grandi epidemie storiche, nel Sud-Est africano e nella mente di chiunque ne abbia mai sentito far menzione, Ebola è “il virus”. Nascosto chissà dove nella foresta, nato forse nell’uomo che ha mangiato la cugina scimmia, silenzioso fino al momento di manifestarsi con una furia distruttrice simile a quella annunciata nell’Apocalisse. Di Ebola si muore disfatti da emorragie interne. Il virus è potente, invasivo ma allo stesso tempo labile. Per esistere ha necessità di replicarsi di continuo attaccando nuovi organismi. Così, oltre a una serie di cure lenitive e sui sintomi, l’unico modo di combatterlo è quello di isolare le persone, il focolaio, la zona. È il senso di reclusione, l’impressione di una porta che si chiude lasciando a tu per tu con la catastrofe chi non l’ha varcata in tempo, quel che segna la memoria dei sopravvissuti. Nel caso dell’epidemia di Gulu, per la prima volta il personale medico di un ospedale accettò di assistere i malati da vicino, senza limitarsi alle visite mediche prescrittive come era sempre avvenuto in precedenza. Si trattava di un atteggiamento mirato a risparmiare, vista l’altissima probabilità di contagio, operatori sanitari preziosi ovunque, più che mai nel continente nero e lontano. Ma nell’ottobre 2000, quando l’Uganda e il mondo chiusero fuori l’intero distretto di Gulu, il dottor Matthew Lukwiya, direttore del St. Mary’s Lachor, chiamò a sé medici, infermieri, portantini e inservienti. Annunciò loro la propria determinazione a non abbandonare gli infetti alle sole cure dei familiari e al suo fianco si schierarono cento volontari. Anche l’ospedale statale di Gulu affrontò con coraggio il disastro. Al St. Mary’s morirono in tredici; in coda lo stesso dottor Matthew, vero eroe cristiano sostenuto dalla fede, che chiuse gli occhi pregando Dio di renderlo l’ultima vittima del virus, e così fu.

*scrittrice e sceneggiatrice

 

Legionella e sars, la febbre della notizia di Luciano Onder*

Negli ultimi trent’anni anni sono emerse nuove malattie infettive, tanto che i trattati più moderni di medicina hanno capitoli intitolati “Nuove malattie emergenti e riemergenti”. Tutti i congressi veramente seri e non sponsorizzati, tutti i grandi scienziati o i grandi nomi della medicina che si occupano della situazione sanitaria nel mondo e anche di malattie infettive ribadiscono questo concetto: dall’inizio degli anni Settanta, stiamo assistendo all’emergere di tante malattie infettive, prima sconosciute, e quindi di nuovi virus e di nuovi batteri, che causano nuove malattie e nuovi allarmi.

Il primo allarme risale al 1972: la legionella o legionellosi, una forma di polmonite causata da un virus fino allora sconosciuto che in un albergo del Nord Carolina colpì un gruppo di ex legionari americani della seconda guerra mondiale. E dopo, chi più ne ha più ne metta: dal virus Hiv responsabile dell’Aids, ai virus causa dell’epidemia di Ebola, alla malattia dei prioni o della mucca pazza (sindrome di Creuzfeld-Jakob), fino ai virus della Sars o polmonite atipica. Sono tutte malattie nuove che un libro di medicina di pochi anni fa non cita nemmeno perché allora erano sconosciute.

La prima malattia infettiva riemergente, invece, è la tubercolosi: trent’anni fa circa la medicina riteneva di averla sconfitta e messa sotto controllo e ha chiuso i sanatori un po’ dappertutto. Negli ultimi decenni la Tbc è ricomparsa, più violenta di prima, causata da batteri resistenti a quei farmaci che pensavamo l’avessero sconfitta. Ma quali sono le cause di questi nuovi fenomeni? C’è da dire in primo luogo che forse oggi siamo in grado di capire e fare diagnosi mentre in passato tutto passava sotto silenzio e nella confusione. In secondo luogo, molte malattie infettive sono il frutto delle grandi trasformazioni ambientali, sociali, agricole, cui stiamo assistendo. Trasformazioni e squilibri ambientali certo producono cose che neanche si immaginavano: gli squilibri idrogeologici, il cambiamento del clima, la desertificazione, l’urbanizzazione, l’estinzione di animali, l’allevamento intensivo in stabulari, incidono in tante direzioni e favoriscono la crescita di microorganismi. Pensiamo solo a come si è diffuso il virus Hiv dell’Aids o il virus di Ebola, che prende il nome da una vallata dello Zaire attraversata da un fiume con lo stesso nome: la zona è conosciuta per la presenza di caverne con tantissimi pipistrelli. Un ricercatore, studiando i pipistrelli nelle grotte, si è ferito con alcune rocce su cui era depositato il loro guano contenente, naturalmente, i virus verso i quali essi hanno sviluppato una resistenza. Il povero ricercatore si è preso il virus, lo ha portato in giro e ha cominciato ad infettare le persone con cui entrava in contatto. Un fenomeno quasi analogo si trova alla base della diffusione dell’Aids: il virus Hiv probabilmente era presente fra certe razze di scimmie in Africa. Quando, dopo la seconda guerra mondiale, c’è stata un’enorme trasformazione sociale, politica, economica, che ha portato al disboscamento, all’agricoltura intensiva, alla fuga dalle campagne, all’urbanizzazione massiccia, il virus Hiv è uscito dai piccoli serbatoi animali ed è passato all’uomo e si è diffuso nelle grandi città africane. E da lì, la globalizzazione, in un istante, ha portato quei virus in giro per il mondo con molta facilità.

Un dato che appare evidente, inoltre, è la possibilità che questi virus “saltino” e passino da una specie all’altra. È proprio così: il microorganismo, virus o batterio, può, in certe condizioni, passare dagli animali agli uomini, cioè saltare una specie, e questo avviene soprattutto in determinate situazioni di squilibrio ambientale. Molte malattie infettive si originano e diffondono dall’Estremo Oriente, e dalla Cina in particolare, proprio per questo: in quelle regioni maiali, papere e uomini sono a stretto contatto.

Queste considerazioni non devono autorizzare alcuna forma di razzismo: ricordiamoci che spesso siamo noi occidentali che infettiamo il mondo e non viceversa. Il virus dell’Aids si è diffuso dalla California nel resto del mondo, nonostante abbia avuto una primissima origine in Africa, perché quel Paese è stato il serbatoio, o meglio l’incubatrice del virus. E poi pensiamo a cosa abbiamo combinato con gli allevamenti animali negli stabulari, in Inghilterra e in Olanda, con la malattia dei prioni (Creuzfeld-Jakob). Certo, faccio un esempio: se il clima a New York cambia e se lì importano dei copertoni di auto usati per riciclarli pieni di uova di zanzare, in un secondo momento sarà possibile che esse diventino il veicolo del virus che causa la febbre del Nilo in Egitto: e a New York, oggi, si riscontrano alcuni casi della stessa meningite causata dal virus del Nilo occidentale, che è endemica in alcune regioni del Sud dell’Egitto.

*vicedirettore tg2, responsabile rubriche “ Trentatré” e “ Salute

R. Chiesa, M. D'Amico, C. Lucarelli, L. Onder

 

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