Palano: L’Europa e i suoi fantasmi: guardando al 9 giugno

Palano: L’Europa e i suoi fantasmi: guardando al 9 giugno

16.05.2024

Quasi mezzo secolo fa, nella sua difesa di un’«Europa decadente», Raymond Aron scrisse che nel Vecchio continente si aggiravano allora due fantasmi: la libertà e l’Armata rossa. Agli occhi dell’intellettuale francese, la politica europea appariva infatti attraversata da due tendenze contrastanti. Per un verso, la liberalizzazione (politica, economica e culturale), che aveva accompagnato i Paesi fondatori della Comunità europea lungo il trentennio post-bellico, si estendeva tanto verso Ovest quanto verso Est. Dopo la “rivoluzione dei garofani” e la morte di Francisco Franco, i regimi autoritari della penisola iberica avevano iniziato la loro transizione verso la democrazia, mentre la fine del “regime dei colonnelli”, nato dal colpo di Stato del 1967, stava riconsegnando alla Grecia il perduto pluralismo politico. Anche al di là della Cortina di ferro, soprattutto in alcuni dei Paesi dell’area del “socialismo reale”, si potevano riconoscere pressioni che reclamavano – se non ancora una piena libertà politica – quantomeno margini più ampi per il dibattito intellettuale. Ciò nondimeno, l’Unione Sovietica, sebbene non fosse più evidentemente in grado di tenere il passo con lo sviluppo tecnologico occidentale, non aveva perso nulla del suo potenziale militare e del ruolo di superpotenza nucleare.

A dispetto delle difficoltà sperimentate sul terreno economico, il gigante sovietico continuava inoltre a esercitare un’influenza sull’opinione pubblica dei Paesi occidentali. Ma, soprattutto, molti cittadini europei – in Italia, in Francia, nel Regno Unito – non cessavano di considerare il modello socialista come un obiettivo da perseguire nell’immediato futuro. Ed era proprio da questo fantasma e dalla sua presa che secondo Aron bisognava stare in guardia, difendendo la libertà che aveva consentito all’Europa uno straordinario sviluppo economico e un solido pluralismo politico e culturale. Mezzo secolo dopo conosciamo la strada che imboccò la storia. Anche cinquant’anni dopo possiamo però riconoscere nel presente la sagoma di due fantasmi che aleggiano sull’Europa. Da un lato, la libertà non cessa di rimanere il contrassegno del Vecchio continente e di quell’esperimento senza paragoni che è l’Unione Europea. Nel corso degli ultimi trentacinque anni, l’ingresso nell’Ue ha infatti rappresentato per i nuovi membri l’adozione dei principi liberali dello Stato di diritto, il consolidamento del pluralismo politico, la transizione verso l’economia di mercato e la conquista di livelli di benessere in passato solo immaginati. Se la sfida dell’allargamento ha rappresentato forse il più grande risultato conseguito dall’Ue, l’integrazione politica si è rivelata un traguardo molto più complesso da approssimare. Il deficit democratico di cui si ragiona da decenni è solo uno degli aspetti problematici, e forse gli stessi livelli di partecipazione alle elezioni del Parlamento europeo – che dal 1999 non hanno mai oltrepassato la soglia del 50% degli aventi diritto – mostrano come le contese che hanno per oggetto l’Ue non riescano a “scaldare il cuore” dei cittadini del Vecchio continente. Pur dinanzi alla crescente importanza delle decisioni di Bruxelles, e nonostante la morsa della disaffezione politica che stringe di fatto ognuno dei Paesi membri, la discussione politica non cessa di avere il proprio baricentro nelle singole capitali degli Stati. E d’altronde anche in Italia – a lungo uno dei Paesi con un’opinione pubblica più euroentusiasta – gli orientamenti “eurocritici” ed “euroscettici” sono molto più diffusi che in passato. Il secondo fantasma che aleggia sull’Europa e che insidia il suo patrimonio di libertà, invece, non è più quello dell’Armata rossa.

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L’Europa e i suoi fantasmi: guardando al 9 giugno
Autore: Damiano Palano
Formato: Articolo
Comunque andranno le prossime elezioni, il lavoro che attende il nuovo Parlamento e la nuova Commissione sarà – se possibile – ancora più complicato che in passato. Non solo per il clima di guerra, ma per i fattori che mettono a rischio libertà e democrazia.
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