Di Porto, Tawfik: "Medio Oriente, parole di pace"

Di Porto, Tawfik: "Medio Oriente, parole di pace"

18.01.2024
Come la grande maggioranza degli ebrei della Diaspora, ho parenti e amici che vivono in Israele. Seguiamo con angoscia l’evolversi di una situazione pericolosa e dolorosa per gli israeliani, per i palestinesi, per il Medio Oriente e per tutto il mondo. Lo spettro di una guerra allargata, mondiale, addirittura nucleare, incombe minaccioso sulle nostre vite, in un tempo che si immaginava segnato dalla “fine della storia”, per dirla con il politologo statunitense Fukuyama, con la caduta del Muro di Berlino, la fine del mondo diviso in blocchi contrapposti e la diffusione globale delle democrazie liberali. È successo il contrario: il mondo oggi è un luogo molto più pericoloso e insicuro di dieci, venti, trent’anni fa.

Osserviamo con angoscia quanto sta avvenendo. Israele, per noi ebrei, rappresenta un sogno realizzato, il coronamento di un’aspirazione bimillenaria. Penso a mio nonno, Salomone Galante, deportato dall’isola di Rodi ad Auschwitz; penso alla mia prozia Elena Di Porto, divenuta nota negli ultimi anni grazie a un bel libro (La matta di piazza Giudìa di Gaetano Petraglia) che ne racconta l’eroismo, perita per mano tedesca. Se ci fosse stato Israele, avrebbero avuto una casa dove rifugiarsi nella tempesta della Seconda guerra mondiale.

Nel 1948, Israele viene finalmente fondato: un popolo con una cultura profondissima, plurimillenaria, alla radice dei tre monoteismi, depositario degli insegnamenti universali del Pentateuco, ha finalmente una terra dove essere padrone in casa propria. E dove non essere scannato, vessato, perseguitato, come avvenuto per secoli in Diaspora. Le cose non sono andate lisce, lo sappiamo. E nonostante quel fazzoletto di terra perlopiù desertica fosse stato assegnato agli ebrei dall’Onu, con la storica risoluzione 181 del 1947 che divideva la Palestina del mandato britannico tra ebrei e arabi in parti quasi uguali, Israele, dopo la dichiarazione d’indipendenza del 14 maggio del 1948, non poté festeggiare che per poche ore: il giorno dopo fu aggredito da cinque Stati arabi: Libano, Siria, Giordania, Egitto, Iraq. Vinse miracolosamente, con un esercito raffazzonato e composto principalmente da superstiti della Shoah.

Se vi chiedete perché gli ebrei sono così bravi a scrivere storie, beh, la risposta è facile: hanno una tale epica a cui ispirarsi, che non hanno bisogno di inventare niente. A loro basta la movimentata e provante realtà. Personalmente mi emoziono a pensare agli altissimi ideali su cui Israele è sorto, alle fatiche e ai travagli dei primi immigrati che lo hanno edificato. Pregni di valori egualitari, come quello dei kibbutzim, le comunità agricole collettiviste, uno dei pochissimi esempi di socialismo effettivamente e felicemente realizzato nella storia, spina dorsale dell’Israele degli albori. Uno Stato fondato da personalità come David Ben Gurion, che sognava di veder fiorire il deserto (e immagino che il primo premier di Israele sarebbe fiero dei suoi nipotini, che oggi trasportano acqua di mare desalinizzata nel Negev, dove si coltivano viti e alberi da frutto).

Per qualsiasi ebreo del mondo, Israele è un bellissimo sogno, colmo di luce e di speranza, avveratosi dopo una immane tragedia. Ed è dunque ancor più doloroso constatare la situazione odierna, così drammatica. Ritengo siano state storicamente molto rilevanti e dirimenti le mancanze da parte araba-palestinese. Come pure che ci siano stati alcuni errori – come potrebbe essere diversamente? – dello Stato ebraico, a partire dalle politiche dell’attuale governo, la cui credibilità è stata definitivamente minata dalla mancata prevenzione degli attacchi del 7 ottobre. Ma sono convinto che se da parte palestinese ci fosse stata in tutti questi decenni la volontà vera e l’autonomia, per così dire, esistenziale di portare avanti un processo di pace fattuale e sincero, avremmo la pace da molto tempo. Al contempo, se in questi decenni Israele non avesse sviluppato un buon esercito, non staremmo oggi qui a disquisire: semplicemente non esisterebbe, senz’altro distrutto dai vicini arabi, che ci hanno provato molte volte. Tutto questo, però, riguarda il passato. Il presente è drammatico, e ci auguriamo che l’attuale conflitto possa durare il meno possibile. E poi? Dove possiamo puntare lo sguardo, in questi giorni bui, per conservare un minimo di speranza, resilienza e progettualità?

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Medio Oriente, parole di pace
Autore: Marco Di Porto, Younis Tawfik
Formato: Articolo
In seguito all’attacco di Hamas e alla risposta israeliana, come immaginare una soluzione positiva al confl itto? Due scrittori a confronto. Il dialogo non nasce solo dalla volontà politica ma dalla cultura del perdono, oltre l’odio e la voglia di vendetta.
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