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Da Arendt a Wenders, l’Europa di Schuman

14.02.2014
Da Arendt a Wenders, l'Europa di Schuman
Da Arendt a Wenders, l'Europa di Schuman
autori: Herman Van Rompuy
formato: Articolo
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Herman Van Rompuy

A 50 anni dalla morte, il ricordo di uno dei padri della Ue. Grande divoratore di libri, vedeva nell’Europa un progetto in perpetuo divenire. Perché l’Europa come la conosciamo oggi è il risultato di un doppio moto, di unificazione e frantumazione.


Con questo articolo voglio rendere un vibrante omaggio al padre dell’Europa moderna, Europa che si è chiamata “Comunità” e che porta oggi il nome di “Unione”. Robert Schuman ci ha lasciati cinquant’anni fa (il 4 settembre 1963) e il suo esempio, il suo pensiero e la sua azione sono per me fonte di ispirazione costante.
L’uomo che, il 9 maggio 1950, ha fatto entrare l’Europa contemporanea nella storia non era né solo né il solo. Altri Grandi d’Europa hanno segnato il cammino o l’hanno portato avanti: Aristide Briand e Gustav Stresemann (che hanno ricevuto il premio Nobel per la Pace nel 1926), poi Winston Churchill, Charles de Gaulle, Konrad Adenauer, Alcide De Gasperi e Paul-Henri Spaak; senza dimenticare quel “mentore” del progetto europeo che fu Jean Monnet, né il “braccio operativo” che affiancò Robert Schuman, il direttore del suo ministero Bernard Clappier. Uomini provenienti da orizzonti diversi, di differenti convinzioni politiche, filosofi che e religiose, ma che hanno in comune il fatto di avere iscritto l’Europa e il progetto europeo nella storia. Hanno tracciato il cammino di un’Europa forte dei suoi valori nell’immanenza della sua realtà, e di un’Europa condotta a superarsi nella trascendenza del “di più” che vive in ciascun cittadino europeo. Di più è in noi. “Di più è in voi”, come ci ricorda il bel motto della famiglia van Gruuthuse a Bruges.
Il pensiero e l’azione di questi Grandi d’Europa sono oggi sconosciuti o, peggio, ignorati. Dunque è anche nei loro confronti che voglio testimoniare tutta la mia riconoscenza attraverso questa riflessione dedicata a Robert Schuman. Sì, Schuman: uomo semplice, modesto, calmo, onesto e retto, di temperamento pacato, dotato di prontezza di spirito e senso dell’umorismo, che detestava la demagogia ed era “impermeabile” alle mode intellettuali. Quest’uomo, che non faceva “gesti teatrali”, aveva come qualità riconosciute "la chiarezza, la precisione e i modi riflessivi di presentare le argomentazioni" (citazione dall’eccellente lavoro di François Roth, Robert Schuman, du Lorrain des frontières au père de l’Europe, 2008).
Avrebbe potuto dire "Je suis ma conscience", “seguo” e “sono” la mia coscienza. Era al servizio del bene comune e non esercitava il potere a fini personali. Uomo di Stato, pensava, come Churchill, alle generazioni successive più che alle successive elezioni.
Come John Fitzgerald Kennedy nel discorso d’insediamento nel 1961, avrebbe potuto dichiarare: "With a good conscience our only sure reward, with history the final judge of our deeds, let us go forth to lead the land we love, asking His blessing and His help, but knowing that here on earth God’s work must truly be our own". Cristiano, spiritualmente e socialmente cattolico, anche lui amava ricaricarsi con frequenti ritiri in monastero. Insomma Robert Schuman esercitava, cosa più rara di quanto generalmente si pensi, un potere autentico. Perché, come scriveva Hannah Arendt, "il potere è esercitato solo là dove l’atto e la parola non prendono strade separate, dove i termini non sono vuoti di senso e gli atti crediti di violenza".
Robert Schuman era uomo di apertura, uomo delle frontiere che si incontrano. Aveva compreso il ruolo-guida della coppia franco-tedesca a servizio della costruzione europea. Un ruolo ricoperto tanto meglio quanto meno si riveli dominante e sia attento alla sensibilità degli “altri” partner. Era vero sessant’anni fa. Resta vero oggi.
Uomo di apertura e di frontiere, per lui amare l’Europa non voleva dire trascurare il proprio Paese, la propria regione, il proprio villaggio. Perché ogni uomo ha bisogno di essere “riconosciuto”: conosciuto e riconosciuto. Per esistere e non solo per essere. E il riconoscimento passa attraverso riferimenti, punti fermi. Riferimenti che uno si dà e che gli altri gli riconoscono. Riferimenti fatti di legami sociali e familiari, ma anche di legami storici e geografici. L’uomo fa parte dell’umanità, viene da qualche parte ed esiste, in quanto uomo, da qualche parte. Negare la sua appartenenza cittadina e culturale vuol dire negare lui in quanto uomo. Essere un europeo senza legami non ha senso. E potrebbe provocare solo una sensazione di paura e ripiegamento, derivante da una perdita di riferimenti. Robert Schuman l’aveva capito bene. Era di Evrange, di Lorena, di Francia, di Europa. Non “o”, ma “e”. Perché le identità non si annullano. Al contrario, si arricchiscono reciprocamente e non si perde un’identità acquisendone un’altra.
Identità europea, perché Robert Schuman ha fatto dell’Europa l’opera della sua vita. Il suo progetto, il suo desiderio, era l’Europa. Nella dichiarazione che precede di qualche mese la dichiarazione del 9 maggio 1950, diceva già chiaramente che "la fiducia tra popoli non si improvvisa né si impone […]. Vi potremo arrivare solo attraverso una cooperazione in un quadro più ampio in cui saremo parecchi a dare prova di buona volontà. Quel quadro è l’Europa". Dichiarazione che non ha una ruga. Perché l’Europa è un’idea generosa. È la messa in atto del perdono, della riconciliazione. "L’Europa nascerà dalle realtà concrete che creeranno anzitutto una solidarietà di fatto", scriverà ad Adenauer. E nel suo libro Per l’Europa, uscito nel 1963, farà quest’analisi: "Tutti i grandi problemi che affliggono i Paesi usciti dalla guerra hanno assunto un carattere mondiale e si sottraggono all’autonomia politica ed economica dei Paesi, anche i più potenti"». Se tralascio le parole "usciti dalla guerra", che oggi risultano datate, potrei descrivere negli stessi termini la crisi economica e finanziaria che ci ha colpiti negli ultimi anni.
Sì, l’Europa era la sua questione primaria, la sua grande causa. Un’Europa basata sulla solidarietà e sulla responsabilità. Su valori che mettono “l’uomo al centro”. L’uomo in quanto persona, quell’uomo (inteso come uomo o donna) che si presenta non come un individuo puramente autonomo, bensì come un individuo in un rapporto di solidarietà, un individuo dotato di diritti e di doveri; insomma, l’uomo che sa di essere interpellato dal volto dell’altro… L’altro e dunque, necessariamente, la diversità. È proprio la diversità a costituire la ricchezza storica europea. Ed è l’universalità a costituire il nostro messaggio politico. L’universalità, non l’universalismo. L’universalità di una parola rivolta a ogni uomo. Al contrario dell’universalismo che considera la realtà come un tutto unico. L’Europa che era per Schuman, ed è sempre per noi, un progetto in perpetuo divenire. Perché l’Europa come la conosciamo oggi è il risultato di un doppio moto di unificazione e frantumazione. E la tensione è parte integrante della nostra eredità. Una tensione non distruttiva ma, al contrario, vitale. Perché ci impedisce di cadere in una forma di letargia politicamente mortale. Una tensione che ci obbliga costantemente a “inquadrare di nuovo” il progetto europeo. Non a cambiarlo. Ma ad arricchirlo con l’esperienza acquisita restando fedeli agli obiettivi di partenza. "La nostra identità non è data, ma da costruire, riprendendo ciò che abbiamo avuto di migliore, ma incompiuto", scrive Michel Blain nel suo citatissimo Douze mythes qui ont fondé l’Europe (2007).
Questa identità europea, secondo il regista Wim Wenders, esisterà davvero solo quando arriveremo a mostrare i nostri miti fondatori, che sono anzitutto miti letterari che dovremo ritrovare e rileggere domani. Miti trasmessi dall’Iliade e l’Odissea, l’Eneide, la Chanson de Roland, la ricerca del Graal, la Divina CommediaDon ChisciotteFaust o anche Il signor K., lo straniero assoluto. Hanno forgiato questo mito d’Europa, questa ricerca d’Europa che perseguiamo politicamente. Ebbene, troppo spesso lo dimentichiamo, anche quello fa parte del messaggio che ci ha trasmesso Robert Schuman, grande lettore e divoratore di libri. La grande avventura del racconto romanzesco è una componente distintiva e assolutamente specifica della ricerca spirituale dell’Europa. Una ricerca nutrita da una storia tumultuosa, spesso drammatica, talvolta orribile, ma sempre fondatrice. Una storia che colloca la nascita simbolica dell’Europa nell’anno 800, anno della consacrazione di Carlo Magno come imperatore della cristianità (rex pater Europae), di un’Europa abbozzo di un insieme, ci dice Blain, "di cui Francia e Germania, uscite dalla divisione carolingia, diverranno nel XX secolo ispiratrici particolarmente attive, e il cui cuore e cervello sono oggi a Bruxelles, a Strasburgo e in Lussemburgo, nell’antico Paese franco".
Vorrei esortare tutti a ritrovare il progetto ispirato da Robert Schuman. Per “ritrovarci” nella nostra Unione, non “uno” ma “uniti”, non “unificati” ma “insieme”. E per andare avanti nella creazione "di uno spazio culturale, spirituale e politico in cui le nazioni scambino […] valori che hanno in comune". Grazie al filosofo ebreo tedesco Edmund Husserl di avere, nel 1935, trovato le parole giuste per esprimere ciò verso cui dobbiamo tendere. Per l’Europa e, dunque, per noi stessi.

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