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Budapest '56 e l'addio al Pci degli intellettuali

Budapest ’56, il sogno infranto dell’Ungheria
Budapest ’56, il sogno infranto dell’Ungheria
autori: Agostino Giovagnoli, Lajos Okolicsanyi, Giorgio Pressburger
formato: Articolo
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Martedì 23 ottobre di 60 anni fa scoppiò la rivolta di Budapest contro l’Urss in nome della democrazia. Una protesta che riuscì nel suo intento per pochi giorni e che fu repressa nel sangue. Ma fu anche una pagina decisiva per tutta l’intellighenzia europea: molti scrittori e pensatori che allora aderivano al Partito comunista lo abbandonarono in seguito all’invasione sovietica. Sul nuovo numero di “Vita e Pensiero” vengono ospitati tre interventi sulla vicenda.
Lajos Okolicsanyi,
professore ordinario di Gastroenterologia all’Università di Padova, a quel tempo era studente e partecipò ai moti che invocavano libertà di espressione e democrazia. Alla fine con i suoi familiari lasciò l’Ungheria e si rifugiò in Italia. “Il mio destino personale – racconta nell’articolo - si incrociò con la Storia.  4 novembre 1956, ore 3.30 del mattino. La città dorme, ferita e spossata dagli avvenimenti dei giorni precedenti  eppure è come sospesa in una  magnifica illusione. Mi trovo in servizio d'ordine alla portineria di una clinica universitaria, che si affaccia su una delle  arterie  d'ingresso della capitale. Tuono!.. alla parola in codice, diffusa dal generale Konev, comandante in capo  delle truppe sovietiche,  si muovono dalla periferia al centro del paese  e verso la capitale 15 divisioni corazzate con 6000 carri armati e 100.000 uomini. Per l'Unione  Sovietica  doveva durare 3 giorni: ce ne vollero sette per  annegare in un mare di sangue il sogno di libertà dell'Ungheria insorta, che lasciò sul campo 20.000 morti e mandò esuli in 54 Paesi del mondo 250.000 magiari”.
A sua volta lo scrittore Giorgio Pressburger rammenta il tentativo ungherese di ribellarsi al totalitarismo di Mosca: “La lunga preparazione da parte degli intellettuali, il lavoro meticoloso del Circolo Petofi, le conferenza di Tardos, Hày, Dèry, Vàsàrhelyi non servirono a nulla. Imre Nagy e i capi del governo ungherese furono catturati e condannati a morte. Fu così che l’Europa centrale rientrò in un regime di ferro e di silenzio, che Polonia, Ungheria, Cecoslovacchia, Germania Orientale vennero paralizzate per altri decenni, fino alla caduta del famigerato muro di Berlino nel 1989”.
Lo storico Agostino Giovagnoli infine ricostruisce sulla rivista dell'Università Cattolica l’impatto sull’Occidente della vicenda: “L’allora direttore dell’Unità, Pietro Ingrao, ebbe una crisi di coscienza, ma richiamato all’ordine da Togliatti, scrisse che la rivolta ungherese era opera di “teppisti”. Anche Giorgio Napolitano approvò l’invasione militare sovietica, ma in seguito ha criticato quella scelta. Dopo la brutale repressione delle speranze ungherese, invece, esponenti politici come Antonio Giolitti e intellettuali come Renzo De Felice lasciarono il Pci”. E rammenta che uno dei protagonisti della rivolta ungherese fu il cardinale Jozsef Mindszenty

 

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