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È possibile definire la natura umana?

«È possibile recuperare un concetto condiviso di “natura” antropologica che impedisca di scivolare nelle sabbie mobili del relativismo (so che è sgradito tale termine, ma lo adotto come simbolo di una molteplicità sfaldata e babelica)»? Da questa domanda partiva il saggio del cardinale Gianfranco Ravasi Breve riflessione sulla natura umana (VeP 1/2016), sottolineando come la “natura umana” possa essere recuperata, in un quadro personalista, a partire dalla figura cristiana del “prossimo”.

Tre filosofi nel nuovo numero della rivista dell'Università Cattolica provano ad articolare una risposta. Michele Lenoci sottolinea che «persona e relazione offrono … una base solida e solidamente classica» per un dialogo con il pensiero contemporaneo: si tratta di categorie da «precisare» perché l’incontro tra temi della tradizione e correnti contemporanee si verifichi davvero. È una precisazione che può funzionare solo a patto di evitare la vera ragione del venir meno del concetto di “natura umana”, ossia «il modo rigido e fisso con cui esso viene inteso e modulato»: relazione e persona andrebbero coniugate con l’apertura al futuro da un lato, con la categoria del “possibile” dall’altro.
Laura Boella punta a individuare un terreno medio per la relazione. Il duplice attacco al soggetto, ora ridotto a circuiti di stimolo-reazione neurobiologici, ora “dissolto” in una serie di relazioni impersonali nella connessione permanente dei social network trova una diga nell’esperienza personale dell’incontro con l’altro: è la «rude alterità dell’altro», nell’espressione di Jankélévitch, a porsi come «compito etico» per chiunque voglia vivere la propria vita in una dimensione non puramente sociale o biologica, ma come «punto di intersezione … tra singolarità ed essenza dell’umano».

La cifra della relazione è, per Carla Canullo, la fragilità. È «fragile… qualcosa che può essere perduto, che è appeso al filo (più o meno sottile) dell’attenzione che gli sarà prestata»: fragile perciò non è qualcosa di negativo, ma è «un positivo che deve essere salvaguardato, appunto, per non essere perduto». La fragilità dell’umano appare irriducibile – non possiamo aggirare il dato – ma non è irrifiutabile: se curiamo e accogliamo i nostri simili (a partire dai loro corpi) l’umano “rifiorisce”, altrimenti “muore”.

Insomma, una natura umana è possibile, e per questo non è possibile naturalizzarla.

Roberto Presilla

Roberto Presilla è docente di Filosofia contemporanea presso la Pontificia Università Gregoriana e coordina il Centro Universitario Cattolico. Si occupa di questioni legate al significato e alla formazione della mentalità. Tra le sue pubblicazioni: Significato e conoscenza. Un percorso di filosofia analitica (2012). È membro della redazione della rivista dell'Università Cattolica "Vita e Pensiero".

Guarda tutti gli articoli scritti da Roberto Presilla
 
Il politeismo dei valori e la natura umana digital
formato: Articolo | VITA E PENSIERO - 2016 - 2
Anno: 2016
È possibile immaginare una nuova concezione più dialogica dopo la “frantumazione” della metafisica propria delle correnti filosofiche contemporanee? Tre studiosi si confrontano dopo la riflessione del cardinale Gianfranco Ravasi pubblicata sul numero scorso.
€ 4,00


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