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La politica estera? La raccontano i free-lance

La politica internazionale? La raccontano i freelance
La politica internazionale? La raccontano i freelance
autori: Laura Silvia Battaglia
formato: Articolo
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Dal “New York” al “Guardian”, sempre più i grandi quotidiani (ma anche le tv) del mondo non si affidano più ai loro inviati per raccontare le zone calde del mondo, ma a giornalisti che scrivono reportage da liberi professionisti. Lo scrive Laura Silvia Battaglia sull’ultimo numero di “Vita e Pensiero”, la rivista culturale dell’Università Cattolica, in un documentato articolo intitolato “La politica internazionale? La raccontano i free-lance”. Corrispondente dallo Yemen per l’agenzia video-giornalistica americano-libanese «Transterra media», per gli americani «The Fair Observer» e «Guernica Magazine», oltre che per vari media italiani, Battaglia dal 2007 si dedica al reportage in zone di conflitto (Libano, Israele e Palestina, Gaza, Afghanistan, Kosovo, Egitto, Tunisia, Libia, Iraq, Iran, Yemen, confini siriani).

Scrive nell’articolo: “I conflitti medio-orientali e dell’Africa subsahariana oggi sono coperti solo da loro, divisi tra un certo numero di freelance internazionali e un buon numero di freelance locali, specie nelle zone interdette all’ingresso dall’esterno. Questi ultimi rischiano moltissimo e sono le uniche fonti a disposizione per agenzie, newsrooms e broadcasters”.

Il mercato del lavoro dei media non può più fare a meno di queste figure: “Sono così indispensabili, ormai, per i media internazionali, che hanno fondato un registro con un direttivo, uno statuto e stipulato una serie di accordi con i principali broadcaster per la protezione della loro categoria. La novità dal 2013 si chiama Frontline Freelance Register, ha sede legale a Londra e conta un totale di più di 500 colleghi affiliati di tutte le nazionalità e basati letteralmente ovunque”.

Il fenomeno, ormai esponenziale, pone anche dei problemi etici. Non solo perché testimonia una rinuncia di tv e quotidiani a mandare giornalisti sul posto. Il tema è stato sollevato di recente anche dal magazine Internazionale con una sua inchiesta dal titolo “Il dilemma del giornalista” (4/10 marzo 2016, n. 1143), ove viene dimostrato – annota ancora Battaglia - come uno degli stratagemmi preferiti dai giornalisti freelance, ossia l’appoggiarsi a Ong o organizzazioni internazionali che operano sul territorio per risiedervi lunghi periodi e avere accesso alle fonti, abbia notevoli vantaggi logistici ma ponga anche dei problemi etici, poiché queste organizzazioni diventano clienti diretti ed esigono visibilità sui media.

“In Italia – conclude l’articolo che dà voce anche a diversi free-lance - siamo ancora all’inizio di questa rivoluzione copernicana, specie per la vocazione dei media italiani a coprire più la politica interna che gli esteri, complice anche un sistema dei media molto sindacalizzato e non completamente pronto ad assorbire un certo quantitativo di forza lavoro che ha deciso di stabilirsi all’estero e che da lì offre i suoi servigi a media diversi e differenziati”.

 

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