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L’America ha un nuovo volto. Anzi due

La linea che ancora separa le due Americhe
La linea che ancora separa le due Americhe
autori: Enrico Beltramini, Massimo Faggioli, Vittorio Emanuele Parsi
formato: Articolo
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Da quasi duecento anni le elezioni presidenziali americane, oltre che un grande appuntamento politico, sono anche un grande spettacolo in cui vengono sperimentate tecniche di comunicazione, formule organizzative, temi innovativi e slogan efficaci, destinati talvolta a imprimere il loro marchio su un’intera epoca. Anche la lunga corsa presidenziale che si concluderà nel prossimo novembre non ha mancato di riservare più di qualche sorpresa. Ma, forse più che per le scelte comunicative, le elezioni del 2016 saranno ricordate per il successo raccolto – contro tutte le previsioni della vigilia – da candidati che hanno fatto della lotta senza quartiere all’establishment la loro bandiera. Sul fronte democratico, Bernie Sanders si è rivelato a lungo per Hillary Clinton un avversario molto più insidioso di quanto qualsiasi osservatore potesse immaginare all’inizio della campagna per le primarie. E la sua forza è consistita peraltro nel riportare sulla ribalta formule e temi che sembravano ormai arnesi inservibili nell’arena di una politica spettacolarizzata. Sul fronte repubblicano, sbaragliando qualsiasi previsione, il controverso miliardario Donald Trump è riuscito invece a ottenere la nomination del Gop, nonostante l’ostilità dei vertici del partito e a dispetto di un linguaggio del tutto intollerante nei confronti del politically correct (o forse proprio grazie a quelle intemperanze verbali).
Anche se ancora non conosciamo chi sarà il vincitore della corsa presidenziale, è allora possibile riconoscere nelle elezioni del 2016 una cesura nella storia politica americana, forse altrettanto (o persino più) significativa di quella rappresentata dalle presidenziali di otto anni fa, che portarono alla Casa Bianca un inquilino afroamericano. Ed è proprio sul significato e sulla profondità di questa cesura che, sul nuovo numero di «Vita e Pensiero», riflettono Enrico Beltramini, Vittorio Emanuele Parsi e Massimo Faggioli.
Secondo Parsi il successo dei candidati anti-establishment è in gran parte un lascito della Presidenza di Barack Obama. Sia perché le promesse di un mutamento radicale che nel 2008, nel pieno della crisi finanziaria, avevano
accompagnato il senatore dell’Illinois alla Casa Bianca sono state mantenute solo in minima parte, con l’effetto di indebolire ulteriormente i sentimenti di estraneità di una parte dell’elettorato. Sia perché durante la presidenza di
Obama ha contribuito notevolmente a rafforzare la polarizzazione politica, premiando anche quelle posizioni radicali all’interno del fronte repubblicano (primo fra tutti il Tea Party), di cui in qualche misura Trump raccoglie oggi i frutti. Ma se il successo del miliardario è dovuto proprio agli attacchi rivolti contro l’establishment, la percezione che considera invece Hillary Clinton come parte del sistema che lega strettamente Washington a Wall Street rischia di diventare il principale ostacolo per la corsa dell’ex Segretario di Stato.
Come sostiene Beltramini, il successo di Trump è anche l’effetto della trasformazione che ha investito la cultura politica americana nel corso degli ultimi dieci anni. Una trasformazione per effetto della quale la vecchia
demarcazione tra liberali e conservatori (e tra sinistra e destra) è stata sostituita da una nuova linea di demarcazione tra nazionalisti e cosmopoliti. La vecchia linea di frattura aveva dominato la politica americana a partire almeno dagli anni Cinquanta e aveva dato origine a due Americhe ben distinte: «una conservatrice, tradizionalista, meritocratica» e l’altra «liberale, secolare, modernizzante, solidaristica». Ma questa linea è risultata secondaria nel successo di Trump, che riflette invece l’avvento di un’America «post-guerre culturali». E cioè di un Paese in cui la narrativa delle minoranze si è esaurita e che riscopre un nazionalismo forte, anche sotto il profilo economico. Naturalmente questa America nazionalista e populista può piacere o meno. Ma è anche con questa parte del Paese che il quarantaseiesimo presidente – chiunque sarà – si troverà a fare i conti.
Per Faggioli "la chiesa cattolica americana vive una situazione di impasse, da cui non è chiaro come uscirà. È un altro degli effetti di un episcopato che dimostra alcune difficoltà a comprendere e recepire il pontificato di papa Francesco". La campagna per le elezioni presidenziali dell’8 novembre 2016 secondo Faggioli "mette in luce la particolare condizione dei cattolici negli Stati Uniti. Se fino a ieri si poteva parlare della homelessness politica per i democratici pro-life, la prospettiva di dover scegliere tra Hillary Clinton e Donald Trump pone nella medesima condizione anche i cattolici conservatori che finora hanno votato per il Partito Repubblicano".

Damiano Palano

Damiano Palano è Professore ordinario di Filosofia politica. Insegna presso la Facoltà di Scienze politiche e sociali dell'Università Cattolica del Sacro Cuore. Collabora alle pagine culturali del quotidiano «Avvenire» e fa parte del comitato di redazione della rivista "Vita e Pensiero".

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