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Il Novecento, padre Gemelli e l’intellighenzia cattolica

02.12.2013
Il Novecento, padre Gemelli e l’intellighenzia cattolica
Il Novecento, padre Gemelli e l’intellighenzia cattolica
autori: Roberto Pertici
formato: Articolo
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L’Università Cattolica è nata e si è affermata in anni turbolenti grazie a donne e uomini coraggiosi, guidati dal rettore francescano. E si è ritagliata un ruolo di primo piano nella storia più recente del Paese. Una serie di saggi scientifici ne ha ricostruito la vicenda.

Per dar conto, sia pure con grande sommarietà, della Storia dell’Università Cattolica del Sacro Cuore pubblicata dalla casa editrice Vita e Pensiero [vol. I, I discorsi di inizio anno da Agostino Gemelli a Adriano Bausola 1921/22-1997/98, a cura di A. Cova, 2007; vol. II, M. Bocci, L’Università Cattolica nelle carte degli archivi, 2008; vol. III, I profili istituzionali (in preparazione); vol. IV, Per una comunità educante. La formazione e la didattica, a cura di A. Carera, 2010; vol. V, I patrimoni dell’Università Cattolica, a cura di M. Bocci e L. Ornaghi, 2013; vol. VI, Agostino Gemelli e il suo tempo, a cura di M. Bocci, 2009] conviene prendere le mosse dal sesto volume, che raccoglie gli atti di un articolato convegno dell’aprile 2009 sul fondatore, padre Agostino Gemelli: questo perché, ancora oggi, a novant’anni dalla sua fondazione, non è possibile affrontare quella storia senza tornare alla grande personalità dello scienziato francescano, che – come dimostrano ampiamente tutti gli altri volumi – informa di sé il progetto complessivo dell’Ateneo milanese, le sue strutture e le sue vicende almeno fino al 1959, anno della morte, ma per molti aspetti anche dopo.

Gemelli fu un homo novus nel mondo cattolico italiano, provenendo da un ambiente che gli era completamente estraneo. Era nato da una famiglia di tradizioni laiche e anticlericali e aveva conosciuto la militanza socialista e positivistica. Dopo gli studi a Pavia, si era specializzato a Parigi e in Germania (in psicologia): ma si era convertito al cattolicesimo ed era entrato nell’ordine francescano. La sua era stata la prima di una serie di conversioni di uomini di cultura e di “intellettuali”, che si verificò anche in Italia negli anni della vigilia, poi della guerra e del dopoguerra. Si trattò di un movimento europeo, che ebbe in Francia e in Inghilterra il suo epicentro, ma che anche nel contesto italiano, sia pure in dimensioni più ridotte, fu estremamente significativo. I nuovi “convertiti” appartenevano al mondo delle riviste, delle case editrici, dei quotidiani d’opinione, insomma alla letteratura militante: si muovevano cioè in ambienti in cui pressoché nulla era stata nei decenni precedenti la presenza cattolica e parvero il sintomo di un’inversione di tendenza. Giosuè Borsi, Domenico Giuliotti, Federigo Tozzi, Giuseppe Fanciulli, Ferdinando Paolieri, Guido Battelli, più tardi Clemente Rebora e perfino ex gentiliani come Mario Casotti (poi professore in Università Cattolica) e Armando Carlini, riproposero, in modi talora risentiti e aggressivi, il problema di una cultura cattolica. Ma – com’è noto – fu la conversione di Giovanni Papini, la sua Storia di Cristo apparsa nell’aprile del 1921, a segnare l’«uscita dalle catacombe» di una cultura nuova, che si venne organizzando negli anni successivi, senza attendere (come si continua a ripetere) il nuovo clima concordatario. Pochi mesi dopo si apriva il primo anno accademico della neonata Università Cattolica a Milano.

Da decenni si discuteva nel mondo cattolico italiano dell’istituzione di una tale Università (quella “papale”, che comprendeva i docenti dell’ex Sapienza pontificia che non avevano aderito al nuovo regime e che aveva sede a palazzo Altemps a Roma, era stata chiusa dal ministro Ruggiero Bonghi nel marzo del 1876, nonostante che – o forse proprio perché – fosse frequentata da diverse centinaia di studenti). Ma la sua nascita nel 1921 non si comprenderebbe senza questo renouveau d’inizio secolo, che forse non ha ancora goduto nella nostra storiografi a dell’attenzione complessiva che merita. Anche per motivi comprensibili, legati alle suggestioni conciliari e post-conciliari degli anni Sessanta, la sua attenzione si è concentrata per decenni sul modernismo come fenomeno centrale della vita cattolica italiana dell’anteguerra: senza volerne ovviamente sminuire la portata, si deve però ricordare che esso ebbe prevalentemente una portata intra-ecclesiale, mentre la nascita e la prima mobilitazione dell’intellettualità cattolica, con le sue riviste e le sue reti associative, furono un fenomeno che in qualche modo incise sulla visibilità e sulla rilevanza sociale del mondo cattolico. E di tale mobilitazione ancora una volta Gemelli è personaggio centrale: nel 1909, fonda nel capoluogo lombardo la «Rivista di filosofia neo-scolastica» e poi, nel 1914, un periodico indirizzato al grande pubblico, «Vita e pensiero», che vuole essere qualcosa come una «Voce» cattolica (la rivista fiorentina in quell’anno da settimanale era diventata quindicinale). La cultura che vi si afferma (anche qui in sintonia con quanto accadeva in Francia, in Germania e in Gran Bretagna) coniugava elementi di modernità con altri di critica della modernità (il suo famoso «medievalismo») e insisteva sull’importanza di una Weltanschauung cattolica, animata dal ricupero critico del tomismo (un’operazione analoga a quella che Maritain compiva in Francia negli stessi anni) e dalla ribadita fedeltà alla Chiesa e al Papa.

Ma se Gemelli fu uno dei primi “intellettuali” cattolici, egli non rimase tale (come invece la maggior parte di quei primi “convertiti”). Era un filosofo e uno scienziato e avvertiva nettamente che un movimento puramente intellettuale, se già costituiva un progresso rispetto all’impegno quasi esclusivamente sociale del cattolicesimo dell’Opera dei Congressi, non era però sufficiente: per dare frutti duraturi, esso doveva in qualche modo “istituzionalizzarsi”. Di tale “istituzionalizzazione”, l’Università Cattolica fu, nel dopoguerra, il risultato: sono gli anni (il pionieristico libro di Maurice Vaussard, L’intelligence catholique dans l’Italie du XXe siècle, pubblicato nel 1921, percepisce nettamente questa nuova Stimmung) in cui il neonato Partito Popolare diventa essenziale per la governabilità del Paese e una parte consistente della classe politica liberale si mostra ormai disposta a rivedere in profondità i rapporti fra Stato e Chiesa, così come erano fissati da mezzo secolo nella legge delle guarentigie. Analogamente i passi fondamentali per la sua nascita furono dovuti a ministri liberali come Croce e Casati e rispondevano al principio della «libertà della scuola» a cui questa frazione del mondo liberale era approdata nel dopoguerra, non si può credere per meri fini di contingente tattica politica.

Nella fondazione e poi nella guida del suo Ateneo, Gemelli si dimostrò straordinario “organizzatore di cultura”, probabilmente il maggiore – insieme a Giovanni Gentile – della prima metà del Novecento italiano (nella seconda metà, tale ruolo è stato svolto con pari efficacia solo da forze politiche organizzate): nella sua concezione, l'Università Cattolica costituiva una «comunità educante» organicamente e coerentemente concepita. Lo dimostra con grande efficacia il quarto volume della Storia curato da Aldo Carera, a partire dal vasto saggio del curatore stesso: nei lavori che vi sono raccolti, viene delineata la progressiva formazione di un sistema complesso e integrato fra le Facoltà, i Centri di ricerca, i Collegi maschili e quello femminile, le varie associazioni gravitanti intorno all’Università, le prime esperienze di formazione permanente (corsi per laureati e per persone colte), gli interventi a favore del diritto allo studio. Il tutto nella prospettiva di un progetto culturale e religioso al tempo stesso, che si realizzava anche in una vasta politica editoriale.

A quest’ultima è dedicata la seconda parte del quinto volume, curato da Maria Bocci e Lorenzo Ornaghi: padre Gemelli, che concepiva la sua Università come luogo di formazione, ma anche di ricerca, tese progressivamente a dotare di una rivista scientifica tutti i principali Centri di ricerca che si sviluppavano nell’Ateneo, riviste che si aggiunsero a quelle precedentemente fondate dallo scienziato francescano (le esamina nel suo saggio Mirella Ferrari). Le pubblicava la casa editrice Vita e Pensiero, fondata nel 1918, di cui Paola Sverzellati delinea la politica editoriale e l’articolazione in collane sempre più numerose e specializzate. Un’analoga integrazione si ebbe con lo sviluppo della biblioteca dell’Università, in cui confluirono i libri del fondatore, incrementata da una politica di acquisti fatta con larghezza di mezzi e di orizzonti: senza preclusioni, in coerenza con quella libertà di ricerca, di cui il pur intransigente Gemelli era convinto assertore. Ma la sua idea di Università si realizzò anche nella struttura e nell’articolazione delle sedi, quella di Milano (l’antico convento di S. Ambrogio, diventato poi in età napoleonica ospedale militare, in cui Gemelli aveva espletato il servizio militare nel 1903) e quella della Facoltà di Agraria di Piacenza: il saggio che loro dedica Cecilia De Carli dimostra il nesso fra l’idea gemelliana di Università e la progettazione dei suoi spazi.
Alla guida della “sua” Università, Gemelli affrontò la difficile navigazione negli anni della dittatura, avendo come scopo fondamentale quello della sua difesa e del suo sviluppo: instaurando, con il regime mussoliniano, un rapporto di mediazione e di coesistenza, che comportò anche il bruciare non pochi granelli d’incenso, quando il silenzio poteva sembrare riserbo o larvata opposizione; al tempo stesso sfidando quella che si presentava come la più consapevole dottrina “laica” del fascismo, quella attualistico-gentiliana, in una difficile lotta per l’“egemonia”. Questa complessa navigazione ottenne i suoi frutti e l’Università Cattolica non venne “normalizzata”: ed è nota l’importanza che essa, con altre zone franche (sia pure in buona parte spoliticizzate), avrebbe avuto nella formazione della classe dirigente dell’Italia repubblicana, soprattutto quando – dopo il 1938 – si mostrarono i segni di una crisi irreversibile nei rapporti fra il regime e la Chiesa. Eppure si ha l’impressione che i tempi di Ecclesia pressa abbiano giovato all’incidenza culturale dell’Università gemelliana più che quelli di Ecclesia triumphans successivi alla Seconda guerra mondiale: non alludo alla sua storia interna (quelli post-bellici furono anni di sviluppo e di grandi realizzazioni, dalla Facoltà di Agraria di Piacenza a quella di Medicina di Roma, che tuttavia nacque dopo la scomparsa di Gemelli, ed è innegabile la presenza di molti grandi studiosi fra i suoi docenti), ma al fatto che mentre non pochi dei suoi ex alunni svolgevano ormai un ruolo di primo piano nella vita politica del Paese, la presenza cattolica nel mondo della cultura (in cui la Cattolica doveva svolgere un ruolo centrale) non dimostrava reali capacità espansive. Insomma questa parte del progetto gemelliano venne incontrando dopo la guerra difficoltà insormontabili.

I modi in cui il fondatore – nei lunghi anni in cui fu alla guida della sua Università – “dettava la linea” (venga passata l’espressione), impostava analisi della situazione, segnalava problemi e ventilava soluzioni, si manifestano nei discorsi d’inizio d’anno, che tenne – con pochissime eccezioni – dal 1921 (il primo anno della neonata Università) al 1958 e che sono riuniti a cura di Alberto Cova nel primo dei volumi della Storia. A essi fanno seguito quelli che i suoi successori (Francesco Vito, Ezio Franceschini e Adriano Bausola) hanno tenuto fino al 1997. È completamente assente il rettorato di Giuseppe Lazzati (1968-1983), perché durante gli anni del “lungo Sessantotto” italiano si evitò di tenere la tradizionale, solenne inaugurazione dell’anno accademico, che quasi sempre era coincisa con l’8 dicembre, festa dell’Immacolata Concezione di Maria.

In questo volume, ma anche in non pochi dei saggi raccolti nei successivi, la Storia procede quindi oltre le colonne d’Ercole della scomparsa di Gemelli, nell’ultimo quarantennio del Novecento. Forse, tuttavia, sarà utile prima o poi mettere a fuoco l’altra esperienza che segnò per anni la vita dell’Ateneo, quella dello sviluppo di una cultura cattolica “alternativa” negli anni del post-Concilio, fino all’esplosione della contestazione studentesca nell’inverno 1967-1968, con tutto ciò che seguì: la fine anticipata e traumatica del rettorato di Franceschini, l’inizio del lungo rettorato di Lazzati che proponeva un modello di cultura cattolica in qualche modo speculare a quello di Gemelli, le lacerazioni degli anni Settanta, a partire da quelle sul referendum sul divorzio, il cambio di clima che sopraggiunse con il pontificato di Giovanni Paolo II (quante assonanze con i temi del suo magistero nei discorsi inaugurali di Bausola!). Giustamente, nella sua Introduzione al primo volume, Alberto Cova ricorda l’insegnamento di Marrou, secondo cui il passato, per essere oggetto di storia, deve essere diventato appunto un «non presente». Ma crediamo che in questo secondo decennio del XXI secolo si possa ormai godere della necessaria distanza per delineare temi, questioni e protagonisti anche di quegli anni vorticosi.

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Roberto Pertici

 

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