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Heaney: Pound e la poesia del Novecento europeo

21.03.2014
Ezra Pound e la poesia del Novecento europeo
Ezra Pound e la poesia del Novecento europeo
autori: Seamus Heaney
formato: Articolo
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Pubblichiamo l’ultima lezione del poeta irlandese premio Nobel, Seamus Heaney, tenuta al Trinity College di Dublino il 10 luglio 2013, poco prima della sua scomparsa a fine agosto: è un omaggio sui generis all’autore dei Cantos e ai suoi rapporti con Eliot, Joyce, Yeats. (a cura di Giuliana Bendelli)

Nel luglio scorso, Dublino ha ospitato nella prestigiosa sede del Trinity College il 25° Convegno su Ezra Pound, da un po’ di anni noto con il nome di EPIC: "Ezra Pound International Conference". A questo Convegno internazionale un apporto rilevante arriva dalla scuola di studiosi poundiani italiani, i quali, anche in virtù della lunga permanenza dell’autore sul nostro territorio, hanno mantenuto vivo l’interesse accademico e umano, già espresso da nostri insigni intellettuali quando Ezra Pound era ancora in vita. Fondamentale resta ancora oggi la traduzione di Alfredo Rizzardi dei Canti pisani pubblicata nel 1951 dall’editore Guanda. Pound li aveva scritti nel 1945 nel campo di prigionia americano di Metato, presso Pisa, dove fu detenuto con l’imputazione di tradimento per le sue trasmissioni in inglese da Radio Roma durante la guerra. È con i Pisan Cantos e con la loro traduzione italiana che Pound diventa un personaggio mitico e un polo di attrazione per la critica. Una recensione al volume di Rizzardi, nel 1954, portava la firma di Edoardo Sanguineti, che prontamente coglie la grandezza della novità del linguaggio poundiano.

Sul "Corriere della Sera" del 30 ottobre 1955, Giovanni Papini rivolgeva un accorato appello alle autorità americane perché si decidesse finalmente di liberare il poeta. Papini interpretava lo spirito della maggior parte degli intellettuali italiani contemporanei che avevano capito quanto ingiusta e pretestuosa fosse l’accusa di fascismo rivolta a Ezra Pound, il cui messaggio più autentico era di ordine poetico, così come poetica era la sua pur forte visione economico-politica. Nel frattempo, "Nuova Corrente", una rivista letteraria italiana da poco fondata a Genova, stava preparando un volume monografi co su Pound che sarebbe stato pubblicato come numero 5-6 con la data gennaio-giugno 1956 e dal titolo Pound Symposium. Il volume contiene interventi di noti studiosi italiani, tra cui Montale e lo stesso Rizzardi (oltre che di T.S. Eliot, Elizabeth Bishop, Robert Fitzgerald, Hugh Kenner), tutti mossi dall’intento di valorizzare l’importante infl uenza stilistica del poeta sulla letteratura del tempo e di astenersi dal proferire giudizi politici.

Genova, nei confronti di Pound, ha avuto un ruolo privilegiato all’interno dell’Accademia italiana, forse perché fu a Rapallo che il poeta visse i suoi anni italiani più intensi e partecipati, come testimonia un libro che ripercorre, attraverso documenti fotografi ci, epistolari, poetici e giornalistici, l’intenso soggiorno di Ezra Pound nella cittadina ligure. Il volume, Ezra Pound. Un poeta a Rapallo, è stato curato nel centenario della nascita da Massimo Bacigalupo, rapallese, docente di Letteratura angloamericana presso l’Università degli Studi di Genova, il quale ha legato il suo nome a questo autore, che conobbe personalmente nei suoi anni da studente. La sua ultima impresa consiste nella recente traduzione di A Draft of XXX Cantos (Ezra Pound XXX Cantos, 2012), riproposta mezzo secolo dopo quella approntata da Mary de Rachewiltz, fi glia dell’autore e sua fedele studiosa.

Seamus Heaney fu invitato a intervenire all’inaugurazione del Convegno poundiano di Dublino appunto da Massimo Bacigalupo e da Mary de Rachewiltz quando lo incontrarono a Mantova al Festivaletteratura nel settembre 2012, e dove Bacigalupo presentò il poeta irlandese. Sempre a Mantova, il 15 ottobre 2011, in occasione del “compleanno di Virgilio”, Heaney aveva ricevuto il Premio internazionale Virgilio dall’Accademia Nazionale Virgiliana. Heaney – lo dice lui stesso – non si è mai considerato un “poundiano”, ma nel suo ruolo di poeta irlandese insignito del premio Nobel era certamente la fi gura più titolata a fare gli onori di casa in questa occasione speciale per Pound e per Dublino. Non si aspettavano, gli organizzatori del Convegno, che Heaney avrebbe non solo inaugurato ma anche dato il primo contributo accademico all’evento: una vera e propria
lecture. Sarebbero bastate la sua presenza e poche parole di welcoming address per conferire prestigio. Ma Heaney, ancora una volta, in quella che fu una delle sue ultime uscite pubbliche, diede prova di grande impegno e generosità.

Questo era il tratto che contraddistingueva la sua personalità: un’umanità fatta di profondo e umile rispetto per gli altri. L’assegnazione del Nobel non aveva reso convenzionale la sua voce poetica, ne aveva piuttosto intensifi cato la forza civile e politica in senso alto. Chi non lo conosceva personalmente si sorprendeva perciò nell’intercettare da una conversazione di sua moglie Marie Devlin, presente all’evento, che la partecipazione al Convegno lo aveva preoccupato. Heaney si era preparato con la consueta dedizione e serietà e il caldo benvenuto con cui ha aperto i lavori ha lasciato nei privilegiati presenti il segno indelebile di un discorso profondo, un
thoughtful speech. Attraverso le sue parole, Heaney è riuscito a far percepire la radicata presenza di Pound nel territorio letterario irlandese, e come questo palpitasse nei suoi versi nonostante non si fossero mai fi sicamente appartenuti. 

Non mi sono mai considerato un “poundiano”; tuttavia, quando lo scorso anno mi trovavo a Mantova, Mary de Rachewiltz e Massimo Bacigalupo mi fecero un’offerta che non potei rifi utare, quando mi annunciarono che era in programma questo Convegno su Ezra Pound, chiedendomi di prendervi parte e di dire alcune parole inaugurali.

Così ho pensato che il modo migliore per incominciare fosse far parlare di Ezra Pound il più grande di tutti i dublinesi: "Niente potrebbe essere più vero che dire che tutti gli dobbiamo moltissimo. Ma io certamente più di tutti. Sono trascorsi quasi vent’anni da quando diede inizio alla sua vigorosa campagna a mio favore ed è probabile che, se non fosse per lui, sarei ancora lo sconosciuto sgobbone che scoprì – se poi fu una scoperta". James Joyce scrisse queste parole su richiesta di Ford Madox Ford nel 1932, ricordando la prima lettera elogiativa ricevuta da Pound e l’aiuto da lui fornito per la pubblicazione di Dublinesi e di Dedalus, nonché il generoso contributo creativo che Joyce ricavò dal rapporto con Pound. Il tributo era fervidamente personale, ma rifl etteva, al tempo stesso, la posizione di un più vasto gruppo di scrittori e artisti approvati, incoraggiati e in defi nitiva promossi da Pound, agli esordi del XX secolo. Il "noi" di quelle parole – "noi tutti gli dobbiamo moltissimo" – includeva T.S. Eliot, Ford Madox Ford, Robert Frost, Henri Gaudier- Brzeska, Wyndham Lewis e, dobbiamo ammettere, W.B. Yeats.

Pound era di vent’anni più giovane di Yeats, lo considerava l’unico poeta per incontrare il quale valesse la pena di attraversare l’Atlantico e non ci mise molto a fare la sua conoscenza, quando arrivò a Londra. Anche Yeats rimase impressionato, seppure non accecato, da quell’astro nascente. Ecco cosa scrisse a William Rothenstein nel 1912 a proposito della comparsa sulla scena dell’americano: "Ha una natura impulsiva, ruvida. Non fa che urtare i sentimenti altrui, ma possiede, credo, del genio e molta buona volontà. Ercole, nel nostro giardino europeo delle Esperidi, è destinato per forza a dare l’impressione di travalicare un poco la dimensione umana. La sua voce è troppo squillante, l’incedere troppo spiazzante". Anni dopo, soprattutto nei Canti pisani, ogni volta che uno dei due eroi irlandesi viene menzionato, la voce di Pound avrebbe assunto, abitualmente e senza remore, un accento da macchietta irlandese. Cosa poco corretta, ma perfettamente comprensibile… C’era sempre una nota d’affetto, nei vari brani in cui invoca la presenza di Yeats o Joyce [per la traduzione italiana di questo e dei seguenti Cantos citati si è fatto riferimento al volume di Ezra Pound, I Cantos, cura e traduzione di Mary de Rachewiltz, Meridiani Mondadori, Milano 1985, NdT]:
Uomini fieri sono in grembo alla terra
questi i compagni:
Fordie che scrisse di giganti
e William che sognava nobiltà
e Jim il comico a cantare
“Blarney castle me darlin’
you’re nothing now but a StOWne”
(Canto 74)

Tuttavia questo stile particolarissimo non era il Pound che incontrai per la prima volta, 55 anni fa, nei seminari di poesia moderna alla Queen’s University di Belfast. All’epoca si insisteva sul Pound imagista e sull’effetto salutare delle sue istruzioni sulle Cose da non fare. Il nostro professore di allora decisamente preferiva George Herbert a John Donne e avrebbe in seguito scritto un libro su Edwin Muir, poeta in cui T.S. Eliot aveva individuato una notevole componente di mera santità. Quindi, per un uomo del genere, il tipo più robusto, più cerebrale e più chiassoso del Vecchio Ez presentava poche attrattive; nondimeno assorbimmo i principi dell’imagismo, come aveva fatto la maggior parte dei poeti lungo il corso del secolo.
I diversi stili delle prime raccolte di Pound ci divennero familiari – poesie che proclamavano il movimento modernista, opere capitali quali The Return, The Seafarer, In a station of the metro, le poesie di Cathay, l’aggiornamento del Properzio e così via. Tutte venivano lette e assimilate.
Ma la mia educazione e auto-educazione poetica erano intonate a una musica più tradizionale, specie quando incominciai a comporre in pentametri giambici, quartine rimate, sonetti; il mio lavoro era sostanzialmente modellato sulle vecchie forme e sui vecchi metri e ne serbava il suono. Negli anni Cinquanta e Sessanta, all’interno del mondo letterario irlandese e britannico, il super-io poetico era più eliotiano che poundiano.
Fu soltanto quando andai a Berkeley, nel 1970, che entrai in un’atmosfera in cui Pound era nell’aria della mente letteraria, in cui persone come Robert Duncan, Gary Snyder, Charles Olson trasmettevano quel genere di segnale, anzi, più che un segnale erano impegnati in una vera e propria opera di evangelizzazione rispetto a Pound. Così in quel campus di “figli dei fiori” feci del mio meglio per aprirmi a un differente tipo di melodia, e stare al passo. Scrissi addirittura delle poesie servendomi delle terzine scalate di William Carlos Williams, aprendomi alle novità, ma non riuscii mai a crederci davvero. Mi mancava un qualche tipo di appiglio: era troppo “aperto”. E a quei tempi le forme aperte erano politicamente auspicabili. Le forme chiuse implicavano, più o meno, l’essere a favore della guerra del Vietnam e un sonetto veniva magari associato a una qualche specie di dittatura... Comunque, non riuscii a credere nei miei stessi sforzi in quello stile americano. E non c’era niente da fare.
Nel 1918, quando Robert Bridges presentò a un pubblico impreparato la produzione poetica di Gerald Manley Hopkins, scrisse a proposito di Il naufragio della Deutschland, quell’agone scandito e stupito. Il naufragio era la poesia iniziale della scelta di Hopkins edita da Bridges ed egli asserì, con parole rimaste celebri, che esso "giaceva acquattato come un grande drago steso sulla porta per impedire l’accesso". Penso si possa affermare che una simile aura dragonesca aleggi intorno ai Cantos di Pound. Ma in questo caso il mostro non si trova acquattato all’imboccatura della caverna, quanto piuttosto ravvolto in spire sinuose sul retro, a guardia di tesori di epica, storia, letteratura, mito, ricordo – tanto personale, quanto culturale. Penso di essere un campione abbastanza rappresentativo del lettore medio di questo opus magnum, nella misura in cui mi sono immerso con gusto nei primi sei, sette, otto canti, per poi lasciare che il mio sforzo scemasse.
Tuttavia, in seguito sono tornato a tuffarmi negli scintillanti flutti e nello splendore dei Canti pisani, colmi di versi che si possono citare – specie a Dublino – dal momento che nominano con tanta costanza i “compagni” dublinesi. In un caso mostrano addirittura una vivace dimestichezza con la politica irlandese e menzionano Padraic Colum, con cui non ci si aspetterebbe certo che Pound avesse familiarità, ma forse ci arrivò grazie alla mediazione di Yeats: "O donna dal collo di cigno". Comunque, Yeats si accorse che
il problema dopo ogni rivoluzione è cosa fare con i tuoi fucilieri
come scoprì il vecchio Billyum in Oireland
al Senato, Perbacco! O già prima
i tuoi fucilieri calpestano i miei sogni
O donna dal collo di cigno,
i tuoi fucilieri calpestano i miei sogni
Perché Padraic Colum non ha continuato
a scrivere poesia di quell’intensità?
(Canto 80)

È un brano di facile lettura e attraente, come un’altra pagina da antologia, che rievoca i tre soggiorni invernali di Pound e Yeats allo Stone Cottage, nel Sussex. Tre soggiorni cruciali per l’evoluzione dell’opera di entrambi. E fu a questo punto del suo rapporto con Pound, che gli faceva da segretario, che il poeta più anziano disse a Lady Gregory che "parlare di una poesia con lui è come tradurre una frase in dialetto". Uno dei risultati del nuovo laboratorio con immagini ardite fu una svolta yeatsiana verso i principi di Pound. Principi che Pound aveva impazientemente dettato alcuni anni addietro. Ovvero: una lingua laconica, "oggettiva – nessuna sbavatura, lineare – nessun uso smodato degli aggettivi, niente metafore che non si possano esaminare. Linguaggio diretto, diretto come il greco".

Allo Stone Cottage, Yeats aveva scritto alcune poesie destinate a comparire nella raccolta del 1914, Responsibilities. Poesie che si avvicinavano alle regole del linguaggio diretto di Pound più di qualsiasi altra cosa avesse composto in precedenza: un tipo di allocuzione lineare, senza sbavature. Un simile stile si confaceva all’atteggiamento spavaldo dello Yeats più maturo, quel William che “sognava la nobiltà” e disdegnava coloro che “maneggiano cassetti unti, aggiungendo il mezzo penny ai penny”. In Il pavone [per la traduzione italiana di questi versi si è fatto riferimento al volume di William Butler Yeats, L’Opera Poetica, traduzione di Ariodante Marianni, commento di Anthony Johnson, saggio introduttivo e cronologia di Piero Boitani, Meridiani Mondadori, Milano 2005, NdT] scriveva:

Che cos’è la ricchezza per colui
che ha creato un grande pavone
con l’orgoglio del suo occhio?
[...]
Viva o muoia
tra l’erica e le umide rocce,
sarà gaio il suo spirito
aggiungendo piuma su piuma
per l’orgoglio del suo occhio.

Ecco, trent’anni dopo, non più allo Stone Cottage, ma incarcerato nella gabbia del Disciplinary Training Center, presso Pisa, Pound esprimeva insieme gioia e sfi da nel ricordare Yeats nell’atto di comporre ad alta voce, facendo risuonare quei versi e provandoli sul proprio orecchio. Da un paesaggio circostante sereno quanto una pergamena giapponese la voce si leva:   
C’è stanchezza profonda come la tomba
Il kakemono cresce dalla nebbia in pianura
il sole sorge sghembo sul monte
e mi sovviene il rumore nel camino come di vento nel camino
ed era invece zio William 
che da basso componeva
che ha crrrreato un grrrrande Pavoone
con l’orrrgoglio del suo occhio
ha crrrreato un grrrrande Pavoone con...
creato un grande Pavone con
l’orrrgoglio del suo occhio

orrrgoglio del suo occhio
come infatti lo creò, e duraturo
(Canto 83)

Poi c’erano momenti più tranquilli, ritornando di nuovo allo Stone Cottage, che aveva funzionato da potente serra creativa per entrambi, come testimonia questo brano, riferito a libri che leggevano lui e Pound – che Pound leggeva al Maestro:
eh, quei giorni sono passati per sempre
e la coperta da viaggio con frange di tasso
e il suo ascoltare quasi tutto Wordsworth
per dovere di coscienza
ma preferendo Ennemoser sulle streghe
siamo poi mai arrivati alla fi ne di Doughty:
The Dawn in Britain?
forse no.
(Canto 83)
Sembra opportuno ricordare questi legami di Pound con Dublino tramite i dublinesi che ammirava. Ma non posso concludere senza fare brevemente riferimento a un paio di altri collegamenti poundiani che vale la pena di menzionare. Hugh Kenner, per esempio, scrisse che Pound una volta “s’imbatté in Joyce attorniato da uno stuolo di ammiratori e s’infuriò a causa di ciò che interpretò come un clima di piaggeria. S’informò in tono sprezzante da un certo giovanotto smilzo se per caso Joyce stesse scrivendo un’Iliade, o magari una Divina Commedia”. Kenner commenta: “Non bisognerebbe mai dire niente di tanto umiliante a nessuno… Ma spiace particolarmente che Pound l’abbia detto a Sam Beckett”.
Ciò corrisponde al resoconto dato da Beckett stesso del proprio incontro con Pound al ristorante Trianon di Parigi nel 1939, dal momento che lo mise per iscritto due volte, prima in una lettera a Patricia Hutchins e poi, di nuovo, in una lettera a Kenner. Beckett scrive di Pound: “Mi sembra ancora di vedere il cuore di carciofo che gli sfugge dalla forchetta, mentre si informa, con voce tagliente, sul tipo di epica in cui fossi impegnato al momento”. Decisamente Sam non rientrava nel novero dei “compagni”. Fu soltanto quando i “compagni” non c’erano più che giunse voce che Pound stesso era venuto a Dublino: nel febbraio del 1965, dopo aver preso parte alla funzione religiosa in memoria di Eliot, nella cattedrale di Westminster. Lui e Olga Rudge arrivarono e pernottarono all’Hibernian Hotel. Desideravano rivedere George Yeats, e la biografa di George, Ann Saddlemyer, ce li mostra dal punto di vista di Anne Yeats, che li raggiunse all’albergo. Saddlemyer scrive che “quando Anne arrivò, i due vecchi amici se ne stavano già lì seduti. Nessuno dei due parlava, ma l’affetto reciproco era evidente. Quando George gli chiese se gli sarebbe piaciuto conoscere qualche giovane poeta irlandese, Ezra pronunciò un’unica parola: “NO!”“.
Quale migliore occasione per interrompermi.

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Seamus Heaney

 

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