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D'Ors: Le sette parole di Charles de Foucauld

Le sette parole di Charles de Foucauld
Le sette parole di Charles de Foucauld
autori: Pablo d'Ors
formato: Articolo
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Dal primo momento in cui vidi il suo volto, più di trent’anni fa, compresi che Charles de Foucauld avrebbe avuto, in un modo o nell’altro, grande importanza per me. Tutti desideriamo lasciare, con il nostro pensiero e la nostra azione, un’impronta in questo mondo: creiamo famiglie, scriviamo libri, fondiamo istituzioni… Pochi, gli imprescindibili, lasciano l’impronta del loro passaggio sulla terra grazie alla loro contemplazione e alla loro passione. Charles de Foucauld fu senza dubbio uno di loro. Più che fare, e comunque fece tanto, si lasciò fare; più che pensare, e pensò moltissimo, svuotò se stesso al punto da non essere che pura ricettività. Il suo volto, tenero e vigoroso al tempo stesso, solcato dal rigore e dall’indulgenza, è sicuramente uno specchio fedele della sua anima. De Foucauld fece della sua vita un’opera d’arte, ossia una testimonianza eloquente della gratuità. Per questo io, all’epoca ventenne, non seppi restare indifferente a uno sguardo come il suo, rivelatore di tanta pienezza. Non che oggi io abbia penetrato il segreto di grazia che modellava i suoi tratti, ma posso parlarne e scriverne con maggior cognizione di causa. Il volto di questo eremita e missionario riflette la gioia e la gratitudine che sono i segni inconfondibili del vero amore.
Per me de Foucauld è un padre del deserto contemporaneo; voglio dire che la sua vita e la sua opera, che certamente attingono alla spiritualità di figure della statura di Agostino, Benedetto, Francesco e Ignazio, rinviano a quelle dei celebri padri che popolarono copiosamente i deserti della Siria e dell’Egitto nei primi secoli di cristianesimo. Per capire, pertanto, de Foucauld nella sua dimensione autentica occorre accostarlo a Dionigi l’Areopagita e a Efrem il Siro, a Isaia Anacoreta o a Gregorio Nazianzeno, per fare qualche nome. La sorgente cui bevvero quei padri del deserto e che in seguito avrebbe dato vita al movimento esicasta è la stessa cui bevve fratel Carlo, la cui missione – questa è la mia tesi – non fu quella di fondare alcunché di radicalmente nuovo ma di riinaugurare per l’Occidente una via contemplativa che nell’Oriente cristiano non aveva conosciuto soluzione di continuità, in particolare nella repubblica monastica del Monte Athos. Nella mia visione, de Foucauld ricevette il colossale incarico di recuperare quella millenaria tradizione di sapienza e di attualizzarla. È per questo che la sua opera, sempre dal mio punto di vista, non è che allo stadio iniziale. Nell’attuale secolo e in quello venturo ci renderemo conto molto meglio della rilevanza della sua figura e della portata della sua missione.
Per illustrare la mia tesi prendo sette parole che, secondo me, riflettono più compiutamente il contributo di colui che chiamiamo “fratello universale”: ricerca, coscienza, deserto, adorazione, nome, cuore e fallimento. Con esse intendo non solo render conto delle categorie fondamentali che orientarono il nostro personaggio, ma anche indicare le ragioni della sua attualità.

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