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Più fondi all’innovazione per le nostre imprese

Più fondi all'innovazione per le nostre imprese
Più fondi all'innovazione per le nostre imprese
autori: Maria Luisa Mancusi
formato: Articolo
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Maria Luisa Mancusi

L’incremento della competitività delle imprese italiane sui mercati globali richiede ingenti investimenti in Ricerca e Sviluppo: non basta più l’1,53% del Pil fissato dalla strategia “Europa 2020”. E vanno migliorate le condizioni di accesso al credito.

Nell’esame approfondito presentato dalla Commissione europea il 10 aprile 2013 sono stati individuati due principali squilibri macroeconomici dell’economia italiana, i quali – dice la nota della Commissione – richiedono un attento monitoraggio e azioni risolute di politica economica per contenere l’impatto della crisi e migliorare le prospettive di crescita del Paese. Il primo squilibrio riguarda, come immaginabile, l’elevato debito pubblico; il secondo, altrettanto importante anche se meno presente nei titoli di testa di Tg e quotidiani, è la perdita di competitività esterna. Quest’ultima origina, innanzitutto, da una crescita lenta della produttività. In particolare, la produttività totale dei fattori ha subito una battuta d’arresto all’inizio degli anni Duemila e da allora la crescita è stata modesta, se non addirittura negativa.
Il meccanismo alla base della crescita della produttività è imperniato su due fattori: l’innovazione (di prodotto, di processo e organizzativa) nelle imprese esistenti e l’ingresso di imprese più efficienti sul mercato, a fronte dell’uscita di quelle meno produttive. Il conseguente turnover delle imprese alimenta il grado di concorrenza, che stimola a sua volta l’innovazione, fintanto che non si rimanga troppo lontani dalla frontiera tecnologica. La scarsa produttività del Paese riflette dunque la ridotta capacità delle imprese italiane di innovare e di integrare le nuove tecnologie nei processi produttivi in un contesto di accresciuta competitività, a cui le imprese italiane hanno sempre più difficoltà a partecipare perché la bassa concorrenza sui mercati nazionali dei prodotti e dei servizi protegge le imprese non produttive e rallenta la riallocazione delle risorse verso le imprese migliori. La limitata capacità di innovazione e lo scarso stimolo della concorrenza hanno così condotto a un modello sfavorevole di specializzazione merceologica molto simile a quello dei mercati emergenti, in cui il valore aggiunto viene per lo più generato in settori tradizionali dal contenuto tecnologico relativamente basso.
Qual è l’origine della scarsa capacità innovativa delle imprese italiane? Uno dei principali problemi è costituito dall’insufficienza di investimenti del settore privato in Ricerca e Sviluppo (R&S). Negli ultimi dieci anni l’intensità di ricerca e sviluppo in Italia ha registrato, infatti, solo un aumento moderato, raggiungendo l’1,25% del Pil nel 2011. Questo livello rimane tuttavia molto lontano da quelli dei Paesi all’avanguardia, confermando la tendenza in atto verso una specializzazione nei prodotti a bassa intensità tecnologica.
La bassa spesa in R&S è dovuta in larga misura al fatto che l’economia italiana è caratterizzata da un gran numero di piccole e medie imprese (Pmi) e microimprese (ovvero le imprese con meno di 10 occupati), che non riescono a entrare nel circolo virtuoso dell’espansione e della crescita della produttività. L’ultima relazione annuale della Commissione europea sulle piccole e medie imprese nell’Ue mostra che nel 2011 le imprese italiane occupavano in media 4 persone, contro le 11,8 delle imprese tedesche. Sempre nel 2011, le microimprese hanno rappresentato il 94,6% di tutte le imprese italiane, mentre in Germania la percentuale corrispondente è stata pari a circa l’83%. Inoltre il rapporto tra la produttività delle Pmi italiane e quella delle Pmi tedesche risulta pari al 71%, mentre il rapporto è addirittura inferiore per le microimprese (58%).
Lo scarso investimento in R&S da parte delle Pmi scaturisce, innanzitutto, da un problema di finanziamento. Nel corso degli ultimi decenni, alcuni modelli di teoria economica hanno esteso i modelli convenzionali sulle scelte d’investimento sviluppati nell’ambito della teoria neoclassica, e hanno motivato l’influenza di fattori finanziari sulle decisioni di investimento dell’impresa sulla base della sostituibilità imperfetta tra fondi esterni e interni. Le informazioni private sul rischio o la qualità del progetto d’investimento inducono una sostanziale differenza tra il costo di nuovo debito o capitale e il costo opportunità del finanziamento interno, generato attraverso i flussi di cassa e gli utili reinvestiti. Quindi i costi di informazione e la disponibilità di risorse interne influenzano il costo “ombra” dei fondi esterni, e possono indurre a scelte diverse, anche a parità di opportunità di investimento.
Gli investimenti in R&S potrebbero essere ancora più sensibili a fattori finanziari rispetto ad altri tipi di investimento. Ciò accade, in primo luogo, perché finanziatori esterni potrebbero trovare più difficile fare valutazioni accurate del valore e del rischio dei progetti di investimento in attività innovative, a causa della loro natura immateriale. Gli investimenti in R&S sono, infatti, in larga misura investimenti in asset cosiddetti intangibili, che concorrono a formare il capitale intellettuale dell’impresa. Inoltre, anche qualora le imprese potessero trasmettere a costo zero tutte le informazioni necessarie a una corretta valutazione dei propri progetti innovativi da parte dei finanziatori esterni, considerazioni strategiche potrebbero indurle a non farlo, allo scopo di evitare la fuoriuscita di informazioni sensibili a vantaggio di imprese rivali. In altri termini, nel caso di progetti innovativi, l’asimmetria informativa è, almeno parzialmente, il risultato di una scelta strategica dell’impresa, volta a preservare il valore dell’innovazione. In secondo luogo, le imprese incontrano difficoltà a offrire garanzie reali ai finanziamenti ottenuti a sostegno degli investimenti innovativi, proprio per la loro natura di investimenti inasset intangibili.
Ciò è vero soprattutto per le Pmi, che, rispetto alle imprese ad alta intensità di capitale, non possono sfruttare i vantaggi derivanti dalle economie di scala e che hanno minore disponibilità di asset fisici da portare in garanzia. Le Pmi sono inoltre caratterizzate da un maggior grado di opacità e da maggiori costi di transazione. Queste imprese corrono dunque un rischio maggiore di vedere i loro piani di investimento innovativo frenati dalla difficoltà di accesso ad adeguati finanziamenti. A parità di altre condizioni, in un sistema produttivo come quello italiano, dove le Pmi hanno un peso preponderante, la R&S risulta particolarmente sensibile al problema del finanziamento.
Occorre poi considerare anche un altro aspetto della natura degli investimenti in R&S, rilevante per tutte le imprese con progetti di innovazione attivi. Le spese associate a tali progetti sono costituite prevalentemente dalle retribuzioni di ricercatori qualificati. L’offerta di questi lavoratori è tutt’altro che elastica, in quanto si tratta di lavoratori che l’impresa in parte forma al suo interno e che sono dunque depositari di conoscenza di valore strategico per l’impresa stessa. Al di là delle rigidità che caratterizzano il mercato del lavoro italiano, assumere o licenziare questi lavoratori in conformità con i cambiamenti anche temporanei nelle condizioni di business sarebbe estremamente costoso, perché la ricerca all’esterno, così come la formazione all’interno, delle competenze adeguate sono entrambi processi costosi. Oscillazioni del livello della spesa in programmi di ricerca in corso sono quindi molto costose e possono indurre le imprese a stabilire il livello di investimenti R&S in conformità con il livello “permanente” di finanza interna, così da minimizzare i costi di aggiustamento attuali e futuri. In questo modo, la R&S diventerebbe relativamente meno sensibile a variazioni transitorie nei fondi interni.
La duplice e complessa natura degli investimenti in R&S, oltre a spiegare, in parte, gli scarsi risultati ottenuti per lungo tempo dalle analisi empiriche sulla relazione tra vincoli di liquidità e investimenti innovativi (altra parte è spiegata da problemi di carattere metodologico, legati alla misurazione indiretta dell’esistenza di vincoli finanziari), suggerisce anche che l’effetto negativo dei vincoli finanziari sulla R&S è più forte quando si tratta di intraprendere nuovi progetti innovativi, piuttosto che proseguire e portare a completamento quelli in fase di svolgimento. Questa diversa sensibilità implica che i vincoli al finanziamento deprimono in modo particolare la propensione dell’impresa a esplorare nuove opportunità tecnologiche, soprattutto in ambiti poco conosciuti, riducendo così, presumibilmente, la sua capacità di introdurre innovazioni radicali. In altre parole, le difficoltà di finanziamento agiscono riducendo in modo più sensibile la propensione dell’impresa a intraprendere progetti di R&S che, sebbene più rischiosi, possono rappresentare importanti opportunità di guadagno e di crescita per l’impresa, e che, in caso di riuscita, hanno un impatto positivo sull’intero sistema produttivo, grazie ai nuovi ambiti di ricerca e applicazione a cui danno origine. Gli effetti negativi sulla crescita delle imprese e, in ultima analisi, del Paese risultano così amplificati.
C’è poi un ulteriore aspetto che occorre considerare e che riguarda non tanto la natura degli investimenti in R&S, quanto piuttosto la struttura finanziaria del nostro Paese, che risulta poco adatta a sostenerli in modo adeguato. In primo luogo, sia la teoria economica sia le verifiche empiriche suggeriscono che il capitale azionario sia più appropriato rispetto al debito a finanziare progetti di R&S. Questo si spiega, innanzitutto, con l’esistenza di costi di agenzia. Il debito aumenta i problemi di azzardo morale, che possono presentarsi nel rapporto tra impresa e finanziatore esterno, con riferimento a qualsiasi tipo di investimento. Le imprese possono sostituire investimenti a basso rischio con progetti ad alto rischio, che aumentano la probabilità di fallimento, ma non offrono ai titolari di debito alcun guadagno addizionale se il successo è raggiunto. Questo problema potrebbe essere particolarmente grave per le imprese innovative, che hanno più opportunità di effettuare sostituzioni tra progetti con diverso grado di rischiosità. Questi problemi di azzardo morale possono aumentare rapidamente con il livello di indebitamento.
In secondo luogo, proprio perché i titolari del debito non condividono i rendimenti degli investimenti negli stati di natura positivi (ovvero quando il progetto innovativo ha successo), essi si interessano della parte inferiore della distribuzione dei rendimenti. In terzo luogo, secondo la teoria dei costi di fallimento, il costo marginale del debito finanziario potrebbe aumentare molto rapidamente per le imprese innovative perché meno beni materiali possono essere utilizzati a garanzia dei finanziamenti. Questo è particolarmente vero per le piccole imprese innovative con poche attività già in atto, situazione che caratterizza tipicamente le imprese giovani, soprattutto in alcuni settori ad alta intensità tecnologica.
Infine, secondo l’approccio teorico basato sui diritti di controllo, un minor peso relativo della ricchezza tangibile richiede che gli investitori esercitino diritti di controllo sulle decisioni dell’impresa perché sia soddisfatto ex ante il vincolo della loro partecipazione, ovvero perché essi decidano di finanziare le attività dell’impresa. Ne segue che le imprese cercheranno prima di utilizzare gli utili non distribuiti e, quando saranno necessari fondi ulteriori, ricorreranno inizialmente al debito, che, salvo in caso di default, consente loro di mantenere il pieno controllo sulle decisioni di investimento. Solo quando l’impegno finanziario associato al progetto innovativo diventa sufficientemente grande o quando le attività sono sempre più immateriali, le imprese daranno maggiori diritti di controllo a investitori esterni mediante l’emissione di nuove azioni. Poiché le imprese innovative hanno mediamente più opportunità di investimento e una maggiore incidenza di beni immateriali, sono più propense a rilasciare nuovo capitale.
Le banche non rappresentano quindi un valido interlocutore delle imprese alla ricerca di fondi esterni per finanziare le loro attività di R&S. Questo è chiaramente un problema in Italia dove il capitale azionario, più adatto rispetto al debito a finanziare l’innovazione, è meno diffuso che in altri Paesi e dove quindi le alternative al finanziamento bancario sono limitate. Alcune recenti verifiche empiriche sul caso italiano mostrano, infatti, che i vincoli finanziari associati al razionamento del credito, ovvero a un credito bancario insufficiente (rispetto al livello desiderato dalle imprese in corrispondenza del tasso di interesse corrente) hanno effetti negativi importanti sugli investimenti in attività innovative, riducendo in modo significativo sia la probabilità che l’impresa svolga attività di R&S, sia l’intensità dell’investimento, anche quando i progetti sono intrapresi. Inoltre, la sensibilità degli investimenti in R&S al razionamento del credito è maggiore nei periodi di forte decelerazione dell’offerta (credit crunch), come accaduto nella recente crisi finanziaria.
Le stesse analisi empiriche mostrano che gli effetti negativi del razionamento del credito sono particolarmente elevati per le imprese piccole e giovani, la cui ridotta capacità di investimento in R&S è interamente spiegata dall’impossibilità di accedere a risorse finanziarie adeguate. Queste imprese sono mediamente più rischiose, a volte troppo rischiose per ottenere sufficienti prestiti bancari o per l’emissione di obbligazioni. Alle problematiche della piccola dimensione, esse sommano un elevato rischio di default, l’assenza di relazioni di lungo corso con le banche e gli altri intermediari finanziari, e pochi profitti e capitali accumulati nel tempo. In questi casi, l’unica opzione praticabile è il finanziamento attraverso il capitale di rischio, anche se i costi sono elevati. Tuttavia, in Italia risulta poco sviluppato il settore del venture capital, il cui compito è quello di fornire capitale di rischio (ma anche consulenza) alle imprese giovani e di piccole dimensioni, operanti in settori innovativi: nel 2010, l’incidenza degli investimenti in venture capital (early stage) era dello 0,006% del Pil, contro lo 0,015% in Europa e lo 0,048% negli Stati Uniti. In buona sostanza, l’esistenza di vincoli al finanziamento rappresenta per le imprese piccole e giovani un limite allo sviluppo delle loro potenzialità innovative e, per questa via, alle loro opportunità di crescita.
Il limite alle opportunità di crescita delle nuove imprese rappresenta, in realtà, un freno alle possibilità di crescita dell’intero sistema economico, poiché le nuove imprese innovative ricoprono un ruolo spesso fondamentale nello sviluppare innovazioni radicali di cui prima si diceva, ovvero quelle innovazioni che hanno il potenziale per generare nuovi mercati (l’economista Baumol, ad esempio, ha stilato un lungo elenco di grandi innovazioni introdotte da piccole imprese degli Stati Uniti durante il secolo scorso, che includono la Tac e la risonanza magnetica, il microprocessore, le lenti a contatto…). Tipicamente, infatti, imprese con una posizione consolidata sul mercato spendono di più in R&S per innovazioni incrementali, che si basano sulle loro competenze esistenti, e sono meno attive quando si tratta di innovazioni radicali, che rendono le loro competenze esistenti potenzialmente obsolete. Al contrario, imprese piccole e giovani sono più inclini a introdurre innovazioni radicali, proprio perché non devono occuparsi di salvaguardare competenze e posizioni di mercato esistenti.
Che si tratti di imprese giovani oppure no, l’incapacità di crescere di molte piccole imprese italiane impedisce loro di cogliere i benefici della globalizzazione. Un ampio numero di studi empirici, basato su dati raccolti a livello di impresa negli Stati Uniti come in Europa, indica una forte correlazione positiva tra dimensione d’impresa, produttività e andamento delle esportazioni: le imprese che esportano sono di norma più grandi, occupano un numero maggiore di addetti, hanno una maggiore capacità di innovazione e sono più produttive. Inoltre, i risultati della recente indagine European Firms in the Global Economy, condotta su un campione di circa 15.000 imprese europee, hanno mostrato che imprese più grandi tendono a perseguire strategie di internazionalizzazione più complesse dell’export (gli investimenti diretti esteri), ma che anche imprese di dimensioni medio-piccole riescono a essere attive sui mercati internazionali, pur perseguendo strategie più semplici, e che in entrambi i casi l’internazionalizzazione è guidata dall’innovazione.
L’evidenza empirica è coerente con l’ipotesi di auto-selezione all’export e, più in generale, alle attività di internazionalizzazione, secondo la quale, per internazionalizzarsi, le imprese devono superare una soglia di produttività che consenta loro di sostenere gli elevati costi fissi (e spesso non recuperabili) delle attività estere e conseguire l’efficienza necessaria per far fronte alla concorrenza internazionale. Questo meccanismo mette poi in atto un processo di riallocazione che aumenta la produttività media industriale, inducendo le imprese meno efficienti a uscire dal mercato o a contrarsi, e le imprese più efficienti a internazionalizzarsi ed espandersi. L’internazionalizzazione, a sua volta, potrebbe generare ulteriori guadagni di produttività, ad esempio attraverso il trasferimento di conoscenze e tecnologia, e anche in virtù degli stimoli derivanti dalla più forte pressione competitiva a cui le imprese attive sui mercati esteri sono sottoposte.
I benefici che discendono dall’innovazione vanno quindi oltre gli effetti positivi e ampiamente studiati sull’efficienza produttiva e consentono alle imprese di espandere la dimensione geografi ca del loro mercato di riferimento. Ne consegue che anche gli effetti negativi dei vincoli di finanziamento per gli investimenti in R&S si propagano sulla capacità delle imprese italiane di crescere e operare a livello internazionale. Questi effetti sono ancora più marcati in un sistema finanziario come quello italiano, imperniato sull’intermediazione bancaria e in una situazione in cui la congiuntura economica risulta particolarmente sfavorevole proprio per il settore bancario. A causa della forte recessione che ha accresciuto il rischio di credito nel settore privato, le banche italiane si sono infatti ritrovate con un ingente stock di crediti in sofferenza. Questa situazione ha portato a una protratta contrazione del credito, mentre il costo medio dei nuovi crediti è rimasto elevato, nonostante la politica monetaria accomodante nella zona euro. La conseguente forte riduzione dell’offerta di prestiti bancari alle imprese non ha fatto dunque altro che peggiorare ulteriormente la già scarsa propensione a investire in attività innovative da parte delle imprese italiane.
L’aumento della competitività delle imprese, indispensabile per poter operare su mercati ormai globali, pone quindi l’innovazione come massima priorità per l’Italia e impone la necessità di darsi obiettivi più ambiziosi riguardo l’aumento dell’intensità della R&S rispetto a quello dell’1,53% del Pil, fissato dal nostro Paese nel contesto della strategia “Europa 2020”. Questo obiettivo è, infatti, di molto inferiore alla media attuale dell’Unione europea, oltre che molto lontano dal target del 3% stabilito dal Consiglio europeo di Barcellona nel 2002. Nell’attuale contesto di difficoltà, lo stimolo alla R&S passa anche, e in modo importante, attraverso il miglioramento della redditività e dell’efficienza del settore bancario, una presenza più significativa di alternative valide agli strumenti bancari, soprattutto per le imprese giovani e, più in generale, il miglioramento delle condizioni di accesso delle imprese ai finanziamenti.

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