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2020, DA "TREGUA" A "DOMANI"

28.12.2019
a cura della redazione

1. Tregua di Gabrio Forti

Nei quattro anni del centenario della Grande guerra, a chi vi andava cercando soprattutto voci di giustizia, l’avvicinarsi di ogni Natale e nuovo anno non poteva che evocare la Tregua (la ‘piccola pace’) del 24 dicembre 1914: l’incredibile repentina fraternizzazione tra eserciti nemici sul fronte occidentale. Un bagliore di umanità in trincea, presto soffocato dalla ripresa delle ostilità e ulteriormente cancellato nel 1919 (un altro anniversario ricco di insegnamenti), sui tavoli diplomatici di Versailles, dove si dimenticò lo spirito di comunanza tra popoli europei che anni prima erano bastate le familiari armonie dei canti natalizi a risvegliare.

L’eco di quella vicenda risuona ancora nel nostro presente, minacciato da divisioni ed egoismi nazionali e personali, da un’epidemia di risentimento che avvelena anche le leggi. Come già ricordava Primo Levi, è a semplici tregue ciò che il nostro destino di esseri mortali può aspirare. Ma è questa una ragione in più per stringersi agli altri, popoli e persone, con cui condividiamo una tale fragilità e finitudine, ricreando il tepore della capanna che annuncia la rinascita dell’umanità e invita, in ogni giorno terreno, a uscire dalle trincee che ci separano.

 

2. Umanità di Milena Santerini

Unire tutti in un grande racconto corale, un dialogo che respinga il linguaggio d’odio e le parole ostili. Conflitti e avversione sono antichi come l’umanità; preoccupa però la forma “normale” e “liquida” dell’hate speech attuale. Il web è e resta il sogno di una grande uguaglianza universale ma è anche l’ambiente ideale per emotività senza controllo, attacchi anonimi, aggressività quotidiana. Possiamo creare una grande rete di counter-speech che rispecchi la vera realtà: uomini e donne connessi dalla comune umanità e da affinità molto più profonde di quanto la retorica dell’odio voglia farci credere.

 

3. Rivoluzione di Chiara Giaccardi

Se posso esprimere un auspicio per il nuovo anno che arriva, alla luce di quello che si chiude, è quello di una rivoluzione. Non politica né sociale, ma epistemologica. È tempo di abbandonare quel dualismo che, eredità della cultura greca (dove peraltro era temperato da altri elementi), nella modernità ha prodotto tante astrazioni, in primis l’individualismo esasperato che ci rende impossibile pensare a un ‘noi’ semplicemente umano. Soggetto/oggetto: il pensiero dello scisma che spacca la relazione, separa ciò che è unito e da un lato trasforma tutto in oggetto sotto la ‘sovranità’ del soggetto, persone comprese; dall’altro diventa una trappola in cui lo stesso soggetto resta vittima della dittatura degli oggetti, dell’oggettivabile. La libertà diventa possedere oggetti e trasformare tutto in oggetto: manipolabile, fabbricabile, scartabile. Vita compresa.

L’alternativa non è, dualisticamente, il monismo rigido (in fondo il dualismo non è che un monismo mascherato) o una indistinzione esoterica. La via l’ha indicata Guardini, col rigore del filosofo e con la passione del teologo: la via del paradosso, che è tipicamente umana e anche profondamente evangelica. La via della tensione impegnativa e feconda tra polarità apparentemente incompatibili, ma che solo nel loro richiamarsi a vicenda riescono a non essere mortifere e distruttive. Via di riconciliazione che riconosce che tutto è connesso. Abitare questa tensione, anziché sognare un riduzionismo mortificante e alla fine disumano, è il compito che ci aspetta.

 

4. Europa di Riccardo Redaelli

La Gran Bretagna ci saluterà ad anno appena iniziato. Gli Stati Uniti dovranno decidere cosa fare: se tornare nel solco della propria tradizionale politica o continuare nell’erratico, imprevedibile e inconcludente percorso dell’amministrazione Trump. Tutto attorno all’Unione Europea si moltiplicano gli scenari di crisi e le guerre per procura, mentre si fanno sempre più temerarie – profittando del vuoto di potere – le mosse delle potenze regionali grandi o piccole nel Mediterraneo: dalla Russia alla Turchia, all’Egitto fino ai piccoli ma ambiziosi Emirati Arabi Uniti.

Gli unici paralizzati, quasi pietrificati dalla gorgone dei propri problemi, siamo noi europei, incapaci tanto di decidere quanto di immaginare il nostro futuro in un mondo in rapido mutamento. Chissà che il prossimo anno possa essere infine quello del risveglio dalle troppe paure, dal burocratese della Commissione Europea e dalle illusorie favolette cattive dei nostri sovranisti. Per tornare a essere un continente che sta pienamente nel mondo in cui viviamo.

 

5. Euro di Floriana Cerniglia

Nel 2019 l’euro ha festeggiato i 20 anni, entrando nell’età adulta un po’ ammaccato. È stato anche l’anno dell’elezione del nuovo Parlamento, della nuova Commissione, del cambio di vertice alla Banca Centrale europea e per finire il via libera di Westmister alla Brexit.
Nel 2020, potrebbe partire una nuova fase per consentire all’euro di festeggiare i suoi trent’anni in buona salute?
Sì, se si deciderà di cambiare.
La cattiva salute dell’euro dopotutto non è il frutto del caso o della fatalità, bensì esito di una costruzione europea che si basa esclusivamente sugli aggiustamenti di mercato. Ma i mercati non possono fare tutto da solo. Serve più mano pubblica. Il progetto europeo dovrebbe puntare di più anche su iniziative che riducano la concorrenza fiscale degli Stati, tassare i giganti del web, scomputare gli investimenti pubblici dal deficit (la cosiddetta Golden rule).

 

6. Olivetti di Giuseppe Lupo

Di recente sono passato da Aigle, in Svizzera. È un piccolo centro tra la montagna e il lago, non sembra avere una vita propria, se non nei dintorni della ferrovia che lo attraversa da parte a parte con i suoi segnali di perfezione. A noi italiani potrebbe non dire niente se Adriano Olivetti non fosse morto proprio lì, nel febbraio del 1960, a bordo di un treno partito da Milano e diretto a Ginevra. Nel febbraio del prossimo 2020 saranno sessant’anni da questo avvenimento che ha segnato la storia del nostro Paese per quel che egli e la sua azienda rappresentavano nell’immaginario di tutti. L’augurio che mi faccio è che il suo pensiero non sia soltanto una populistica bandiera da esporre, magari senza aver letto nemmeno una riga dei suoi scritti, ma diventi un magistero da cui imparare le regole per uscire dalle incertezze di questo tempo.

 

7. Salute di Walter Ricciardi

L’augurio è che tutti, politici, manager, professionisti, pazienti e cittadini, quando devono prendere decisioni su salute e sanità, lo facciano sulla base dell’evidenza scientifica e non, come purtroppo spesso succede nel nostro Paese, sulla base di opinioni e di emozioni.

Argomenti come le malattie, i farmaci, i vaccini, l’alimentazione, i comportamenti e gli stili di vita sono importanti e, spesso, decisivi per la qualità e la quantità di vita delle persone e non affidarsi alla scienza può significare la differenza tra la vita e la morte.

L’auspicio è che le istituzioni e gli scienziati se ne facciano carico, cercando le prime gli strumenti più efficaci e i secondi il linguaggio più adeguato per aiutare i cittadini a fare le scelte più idonee per vivere una vita lunga e felice.

 

8. Giovani di Alessandro Rosina

I giovani italiani entrati nella vita adulta nelle prime due decadi di questo secolo si sono trovati a vivere in uno dei Paesi avanzati con più accentuato debito pubblico e invecchiamento della popolazione. Un Paese che si trova in tali condizioni ha ancor più bisogno di alimentare crescita e sostenibilità attraverso un rafforzamento del contributo solido e qualificato delle nuove generazioni. L’Italia, invece, si è finora mostrata molto più attenta a difendere diritti e sicurezze delle vecchie generazioni che a investire sulle opportunità dei giovani.

L’augurio è che con il 2020 si entri con passo diverso in una nuova decade, con l’impegno a rendere il capitale umano delle nuove generazioni la leva principale per collocare il Paese – con le sue potenzialità e specificità – all’interno dei più promettenti percorsi di produzione di valore e benessere di questo secolo.

 

9. Serietà di Silvano Petrosino

L'augurio per il 2020 è quello di una maggiore serietà e di conseguenza di una più spiccata cautela. Soprattutto coloro che hanno una responsabilità pubblica dovrebbero riflettere con maggiore attenzione e pacatezza sulle parole e sui concetti che utilizzano. Mi piacerebbe che la cosiddetta «classe dirigente», almeno essa, prendesse le distanze da quella colpevole leggerezza che spinge a tirare in ballo, con insistenza (incontinenza) e in ogni occasione – dibattiti televisivi sull'immigrazione e sulla situazione economica, confronti sugli errori degli arbitri di calcio e sulla crisi della Ferrari, litigi sui talent e sull'organizzazione del Festival di Sanremo – termini come «giustizia», «sovranità», «identità», «lealtà» , per non parlare di «popolo». Questa euforia per le grandi parole è sempre a scapito della loro significanza; Shakespeare ce lo ricorda: «L'amore che cala ricorre a un rinforzo di cerimonie» (Giulio Cesare, atto IV, scena II).

 

10. Domani di Aldo Grasso

Il futuro non è altro che il participio futuro del verbo “esse”, essere. Un verbo che si materializza. Ma i media sanciscono una volta per sempre che il nostro futuro è sempre quello di una volta, perché lì risiedono sogni, speranze, desideri. Una consolazione o un lusso? Secondo Ambrose Bierce, è «quel periodo di tempo nel quale i nostri affari prosperano, i nostri amici sono sinceri e la nostra felicità è assicurata». Orazio, davanti a un bicchiere di vino, invita alla saggezza: «Quid sit futurum cras, fuge quaerere». Smetti di chiederti cosa sarà domani.

Redazione

Rorberto Righetto, Roberto Presilla, Velania La Mendola e Simone Biundo

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