A trent’anni dalla strage di Capaci

A trent’anni dalla strage di Capaci

14.05.2022

di Antonio Balsamo

La strage di Capaci, nella quale furono uccisi Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Antonio Montinaro, Rocco Di Cillo, Vito Schifani, è uno dei fatti più gravi della storia italiana. È rimasto scolpito nella memoria collettiva e ha segnato uno dei momenti più drammatici della strategia del terrorismo mafioso, ma anche un punto di svolta nella coscienza civile del Paese e nell’azione dello Stato contro la mafia.

Questa impresa criminosa, che per “Cosa Nostra” doveva rappresentare l'espressione della massima potenza, costituì, in realtà, l’inizio della fine di un’epoca nella quale la mafia dei “corleonesi” poteva contare su un solido rapporto di alleanza e cointeressenza con numerosi settori del mondo sociale, dell’economia e della politica.

Dopo la strage di Capaci, “Cosa Nostra” venne percepita dall’intero Paese, e dalla comunità internazionale, come un fenomeno criminale di stampo eversivo capace di colpire al cuore lo Stato italiano, e non più come una componente strutturale della società siciliana, una subcultura meridionale, una situazione locale con cui diversi ambienti esterni potevano pensare di convivere in una posizione di sostanziale neutralità o malcelata indifferenza, interrotta da saltuarie spinte emozionali.

Da quel giorno sono passati trent’anni, ma per tutti noi è come se fosse stato ieri.

Anzitutto, perché Giovanni Falcone oggi è più vivo che mai. Le sue idee, la sua visione anticipatrice sono alla base delle strategie più avanzate della comunità internazionale contro la criminalità organizzata, la corruzione e tutte quelle violazioni dei diritti umani che mettono a rischio i principi fondanti della democrazia e dello Stato di diritto.

Nell’ottobre 2020, a Vienna, la Conferenza dei 190 Stati che aderiscono alla Convenzione ONU contro la criminalità organizzata transnazionale ha adottato la “risoluzione Falcone”, un atto che mira a costruire una risposta comune ai più pericolosi fenomeni delittuosi sulla base del modello di intervento già sperimentato nel nostro Paese per la lotta alla mafia, e che viene adesso applicato a realtà emergenti come quelle dei reati in danno dell’ambiente e dell’uso delle tecnologie della comunicazione per scopi illeciti.

Il 5 e 6 maggio 2022, a Palermo, si è tenuta la Conferenza europea dei Procuratori, organizzata dal Consiglio d’Europa e dalla Procura Generale della Corte di Cassazione, che ha visto momenti di intensa commozione – come l’intervento del Procuratore Generale dell’Ucraina – e si è conclusa nell’aula bunker dove fu celebrato il maxiprocesso, con un intenso ricordo collettivo di Giovanni Falcone, Francesca Morvillo e Paolo Borsellino, la cui esperienza è divenuta un grande messaggio di speranza per tutti quei popoli che oggi si trovano in una condizione analoga all’Italia di quegli anni.

Ma, oltre a questa dimensione collettiva della memoria, ce n’è un’altra non meno importante, che fa parte dell’esperienza individuale di ciascuno.

MAI STANCHI DI CHIEDERE
Ognuno ha un ricordo, un sentimento, un pensiero legato al 23 maggio 1992.
Per molti, da quel giorno, la vita non è stata più la stessa.

Per quelli della mia generazione che erano appena entrati in magistratura e svolgevano il tirocinio al Tribunale di Palermo, c’è un momento che non potremo mai dimenticare. Riguarda la prima volta in cui abbiamo indossato la toga, quell’abito che Piero Calamandrei definiva come la «veste simbolica del coraggio civile, dell'altruismo e della solidarietà umana» che unisce magistrati e avvocati.

Per noi, questa prima volta è stata in una notte, la notte del 24 maggio 1992, quando siamo andati a fare il picchetto davanti ai corpi straziati delle vittime della strage di Capaci, nella camera ardente al piano terreno del palazzo di giustizia di Palermo.

In quel momento tanti sentimenti si affollavano nel nostro animo: dolore, rabbia, allarme e preoccupazione per il futuro del Paese, ma anche una fortissima voglia di riscatto, un desiderio di riscrivere collettivamente la storia della nostra terra.

Ancora non sapevamo quanto quel giorno, in cui Giovanni Falcone e Francesca Morvillo erano morti, avrebbe inciso nella costruzione dell’identità della nostra generazione, e dell’identità collettiva di tutto il Paese. Lo avemmo capito soltanto anni dopo, ed è una lezione che non si può dimenticare.

In quella notte, le vittime della strage non furono lasciate mai sole, neppure per un minuto. Tanti palermitani si fermavano in raccoglimento davanti a loro, a qualsiasi ora. C’erano anche alcune delle persone che avevano scatenato polemiche che avevano reso pesantemente travagliata l’ultima fase della vita di Giovanni Falcone. Io credo che anche loro, in quel momento, si siano resi conto della grandezza di questo eroe civile, e abbiano sentito il dovere di rendergli omaggio, a notte fonda, quando nessuno poteva vederli, e si sentivano quindi liberi di esprimere i loro sentimenti più veri.

Quella toga che ho indossato nella notte, mi era stata data da Sergio Lari, il magistrato cui ero affidato per il tirocinio alla Pretura Penale. Ventidue anni dopo, il 23 maggio 2014, ci saremmo ritrovati insieme a Caltanissetta, lui come pubblico ministero e io come giudice, nell’aula di udienza dove iniziava il nuovo processo sulla strage di Capaci. Un processo dove si toccava con mano l’ansia di verità che univa tutti, magistrati e avvocati.

Non dobbiamo mai stancarci di chiedere, di cercare incessantemente, la verità su questa fase della nostra Storia ancora coperta da troppe ombre, come il velo di oscurità che avvolge l’individuazione degli ambienti esterni presso i quali il vertice di Cosa Nostra effettuò una serie di sondaggi preventivi prima di dare avvio alla strategia stragista.

È un debito morale che tutti abbiamo verso chi ha amato la nostra terra così tanto da sacrificare la propria vita per far provare ai giovani quella “bellezza del fresco profumo della libertà” di cui parlava Paolo Borsellino, lasciando a tutto il Paese una eredità morale che è una sfida continua per ciascuno di noi.

Antonio Balsamo

Antonio Balsamo (1964) è Presidente del Tribu­nale di Palermo, dopo essere stato in anni recenti Consigliere Giuridico della Rappresentanza Per­manente di Italia presso le Nazioni Unite a Vienna. Fino al 2018 ha presieduto la Corte di Assise di Caltanissetta, dove ha trattato, e definito in primo grado, i nuovi processi sulla strage di Capaci e sulla strage di via D’Amelio. Ha lavorato a lungo a Palermo dove è stato giudice del pro­cesso Andreotti, del processo per l’omicidio del giornalista Mario Francese (ucciso per decisione dei vertici di Cosa nostra) e di diversi processi sulla ‘guerra di Mafia’ a carico di imputati come Leoluca Bagarella, Benedetto Spera, Bernardo Provenzano e altri.

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