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ASPETTANDO CHE PASSI. IL GIRO D'ITALIA AL TEMPO DEL VIRUS

30.05.2020
di Raffaele Chiarulli

Tenendolo per mano, un padre porta suo figlio sul ciglio della strada e va con lui a ingrossare un nugolo di persone lì radunate, in attesa del passaggio di una corsa ciclistica. Per lunghi minuti non succede niente, finché qualcosa turba all’improvviso quella strana calma. L’uomo issa sulle spalle il bambino perché abbia una visuale migliore. In quel momento, finalmente, “passa il Giro”. Dopo pochi istanti, lo show è terminato ma l’eccitazione resta. Lo spostamento d’aria come al passaggio di un treno veloce, il mulinare di muscoli tirati allo spasimo, il “frinire” dei raggi delle biciclette e soprattutto i colori delle maglie, mescolati in una tavolozza impazzita. La strada, ora vuota, è un irresistibile richiamo a mettersi in scia, per inseguire quelle emozioni in fuga. La realtà chiama, chiedendo di essere attraversata. Si può decidere di diventare grandi anche così, grazie al balenio improvviso di un gruppo di eroi, senza volto e senza nome, lanciati verso un’avventura.

Il Giro d’Italia è fatto di simili attimi fuggenti ma anche della pazienza di chi macina migliaia di kilometri per molte ore al giorno per tre settimane. Da più di un secolo il Giro attraversa l’Italia, proponendo un viaggio sempre nuovo, affidato alla fantasia di chi disegna il percorso (come Vincenzo Torriani, mitico “Patron” della competizione dal 1949 al 1992), all’orgoglio dei comuni che chiedono di ospitare le partenze o gli arrivi, e soprattutto ai corridori che con le loro imprese – secondo una massima condivisa nell’ambiente – fanno grande la corsa e non viceversa. Si tratta dello spettacolo di un Paese che ha come palcoscenico il Paese stesso. In primo piano, oltre agli atleti, sono gli scenari che li circondano e soprattutto la gente, assiepata ai bordi delle strade, che diventa una vera moltitudine nelle tappe che si arrampicano sulle montagne.

In questi giorni di maggio, secondo il calendario originale, il Giro d’Italia avrebbe contato una marea di spettatori, interpreti e figuranti, ma il palcoscenico in questa strana stagione è vuoto, come tutto il teatro. L’unica presenza, invisibile, è quella di un dominatore sleale, capace di annullare la corsa più bella del mondo che era stata sospesa, in passato, solo in occasione delle due guerre mondiali. Per non darla completamente vinta al virus, è stato deciso dagli organi competenti che il Giro si correrà a ottobre, con un cambio di scenografia e fotografia – per usare termini cinematografici – che ha lasciato perplesso più di un appassionato.

Si direbbe più consona al Giro la nostalgia data dalla sua assenza, in una primavera silenziosa, che una forzata rilocazione in un affollato autunno. Perché da sempre questo sport si ciba principalmente di sogni, spesso sfumati, e di miti (e non gli sono estranei, quindi, i mostri), con i suoi Ettore e Achille ma anche con i suoi Scilla e Cariddi. Fatto di gigantomachie, ha sempre però resistito a essere scolpito sul fregio di un Partenone. Nacque, infatti, come sport proletario e lo resterà, anche quando inizieranno ad arrivare i soldi, perché sempre affidato alla disponibilità di alcuni – «i forzati della strada», come nel 1924 Albert Londres definì i partecipanti al Tour de France – a provare fatiche indicibili saltuariamente o scarsamente ricompensate. I giornali e la radio, raggiunti mezzo secolo dopo dalla televisione, ne hanno raccontato la povera magnificenza, mostrando come le vicende dei corridori in sella si prestassero molto bene a essere “drammatizzate”, per diventare – a seconda dei protagonisti e delle situazioni – commedia o romanzo, feuilleton a puntate, epica e leggenda e a volte giallo e spy story.

È la divisione in tappe a garantire uno spettacolo continuo e, soprattutto, il quotidiano ripetersi della domanda: “cosa succederà domani?”, anima di ogni narrazione a puntate. Con ottima sintesi Aldo Grasso ha sostenuto che «il ciclismo è l’unico sport che riesce a far diventare un giornalista un buon scrittore, e viceversa». Impossibile non attribuire alla sua narratività la riuscita delle pagine di Indro Montanelli, Gianni Brera, Mario Fossati, Gianni Mura e Marco Pastonesi. Il Giro, in particolare, ha avuto tra i suoi cantastorie diversi letterati del Novecento, da Achille Campanile ad Anna Maria Ortese, passando per Curzio Malaparte, Alfonso Gatto, Vasco Pratolini, Piero Chiara, Dino Buzzati (cui toccò di raccontare il Giro del 1949, uno dei capolavori di Fausto Coppi) e, in tempi più recenti, Enrico Brizzi e Fabio Genovesi.

«Raccontare quell’epica, ancora innocente, povera, disadorna» – così Sergio Zavoli, che torna spesso agli anni del suo televisivo Processo alla tappa – «fu un modo per narrare un Paese che usciva dalla guerra. La gente si riconosceva nei suoi eroi: capitani e gregari. E questi ultimi sprigionavano un’energia che rasentava il mistico. Non credo che ci sia metafora migliore, di quel ciclismo, per dire cosa di grande aveva l’Italia». I gregari sono i pretoriani e gli angeli custodi dei campioni. Coloro che per tutto il Giro lavorano senza godere degli onori della ribalta: non solo passano le borracce ma scandiscono il ritmo in salita, disegnano le traiettorie in discesa, si fanno schiaffeggiare dal vento in pianura. Qualcuno di loro, nel giorno in cui il capitano riposa nella pancia del gruppo, ha talvolta il via libera per giocarsi le proprie carte e magari far saltare il banco. È accaduto così a Cesare Benedetti, in grado – dopo una vita da gregario – di ottenere al Giro 2019 la prima vittoria in carriera, domando la complicata tappa Cuneo-Pinerolo e battendo in volata una masnada di avventurieri pronti a tutto, fuggiti con lui dal gruppo. Il vero capolavoro? Dopo il traguardo. Impassibile, lasciando sbigottiti gli intervistatori, commentò ai microfoni: «Certo, sono contento ma a 32 anni non mi cambia mica la vita». Pronto, il giorno dopo, a tornare nei ranghi come se nulla fosse successo. È questa l’umile grandezza del ciclismo, uno dei pochi sport in cui la classe operaia può andare in Paradiso e, felice, tornare indietro.

Non c’è virus che tenga. Il Giro è bello da raccontare anche quando non si corre. Aspettando che passi.

Raffaele Chiarulli

Raffaele Chiarulli svolge attività di didattica e ricerca presso la facoltà di Scienze linguistiche e letterature straniere dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, dove guida un laboratorio di Critica cinematografica e uso didattico delle fonti audiovisive. Critico cinematografico e animatore di cineforum, ha pubblicato volumi e saggi sulla storia della sceneggiatura, le teorie del racconto e i rapporti tra letteratura, teatro e cinema.

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