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AUTOBIOGRAFIE, DIARI, MEMORIE. La letteratura di chi non fa letteratura

12.09.2020
di Sara Sorrentino

 Ci sono opere letterarie, mondi complessi e magistralmente creati dall’autore, che riescono a delineare esistenze diverse permettendo l’incontro, sulla pagina, con l’altro, un personaggio, una persona possibile, irreale e allo stesso tempo reale, con cui il lettore si confronta e valuta la propria posizione nel mondo.

In altre occasioni, invece, il lettore partecipa alla celebre prosa del mondo hegeliana in cui il reale è fatto «di finitezza, e di mutamenti, inviluppato nel relativo, oppresso dalla necessità». Questo accade, per esempio, durante la lettura delle autobiografie, delle memorie, dei diari di chi ha deciso di scrivere di sé e della propria vita senza essere uno scrittore, confidando che sia sufficiente impugnare la penna o battere sulla macchina da scrivere, a prescindere dal proprio livello di alfabetizzazione.

L’Archivio Diaristico Nazionale a Pieve Santo Stefano, in provincia di Arezzo, conserva, protegge e cataloga dal 1984 più di 8000 documenti di questo tipo, scritti in tutte le parti d’Italia, nei più diversi e lontani momenti storici; per incentivare l'afflusso di testi dal 1985 è stato istituito il Premio Pieve per diari, memorie e epistolari inediti che nella sua prima edizione ha visto vincitrice la bidella bolognese Antonella Federici con l’epistolario Lettere ai miei.

Quest’anno, la manifestazione ha raggiunto la sua trentaseiesima edizione con otto testi finalisti. Tra gli autori e le autrici, due, Raffaele Resta (Bari, 1922) e Umberto Guidotti (Torino, 1925) raccontano l’esperienza della guerra da militari, con punti di vista differenti. Il primo affronta a vent’anni la campagna di Russia, il secondo, appena diciottenne, sceglie di aderire alla X MAS e alla Repubblica Sociale Italiana. La Seconda Guerra Mondiale è anche nelle memorie di Giovanna Battista Eventi (Napoli, 1939) e nell’autobiografia dell’artista plastico palermitano Paolo Schiavocampo che a 84 anni ha deciso di far riaffiorare, nella narrazione, i suoi ricordi, dall’infanzia sino all’età adulta. Un’altra guerra è quella che affligge l’esistenza di Jean-Paul Habimana (Nyamasheke, 1984) che racconta la sua lotta per la sopravvivenza durante il genocidio in Ruanda. Gli ultimi tre testi finalisti narrano storie diverse di sofferenza; al centro del testo di Rosenza Gallerani (Ferrara, 1951) c’è la sua esperienza di malata di leucemia, i tentativi di cura ed infine il trapianto di midollo; Anna De Simone (D’Albe, 1954) nella sua autobiografia ripercorre gli episodi di violenza e soprusi che hanno costellato la sua vita; infine Tania Ferrucci (Napoli, 1960) ricorda l’infanzia passata in un quartiere popolare napoletano, l’adolescenza difficile in cui da ragazzino viene costretto alla prostituzione e l’età adulta quando decide di sottoporsi ad un intervento di vaginoplastica con cui anagraficamente verrà riconosciuta come Tania.

Consultare il catalogo dell’archivio, le sinossi degli scritti e le schede degli autori, leggere e studiare questi testi permette di conoscere, da un punto di vista esclusivamente intimo ed individuale, un preciso momento storico. Non è però solo il contenuto a destare interesse ma anche il mezzo con cui questo è espresso e organizzato; molti dei testi, conservati all’Archivio diaristico nazionale e negli archivi di scrittura popolare, sono stati redatti da persone con un percorso di istruzione irregolare e travagliato che al massimo giunge fino alla licenza media.

Come, dal punto di vista storico, lo studio delle testimonianze di vicende personali e minori aiuta a contestualizzare e approfondire le dinamiche di epoche storiche complesse, allo stesso modo dal punto di vista linguistico è ormai chiaro che l’analisi delle particolarità di una lingua ai margini, non canonica e lontana dalle norme ortografiche e grammaticali, sia uno strumento fondamentale per approfondire la nascita e lo sviluppo di alcuni fenomeni nel corso della storia della lingua italiana.

L’italiano che si legge in questi testi è degno di essere indagato come quello letterario, pur essendo nascosto,come viene definito nel titolo di un importante saggio di Enrico Testa, e infatti ad esso sono stati dedicati molti studi e diverse definizioni, tra cui italiano dei semicolti, italiano semicolto e italiano popolare, sono state coniate per descriverlo.

In queste narrazioni, chi pratica la lingua nazionale non ha tutte le necessarie competenze per farlo in maniera ortodossa e trova allora soluzioni linguistiche personali, deforma parole di registro elevato o tecnico di cui non conosce la grafia esatta. Gli scriventi e le scriventi si allontanano dal proprio dialetto di provenienza per essere sicuri di essere compresi ma, al tempo stesso, ricorrono al dialetto, seppur non con grande frequenza, quando non riescono a trovare altre soluzioni o quando lo scambio di battute da riportare è particolarmente concitato. Spesso, l’uso della punteggiatura non è guidato dalle norme ortografiche e i segni grafici sono talvolta concepiti con una funzione quasi decorativa oppure demarcativa del confine tra una parola e l’altra. Tra queste pagine si legge una lingua mai inaridita da vuoti manierismi, sempre scossa dalla necessità impellente e ineliminabile che soggiace all’espressione di sé.

L’unicità di questi testi non è passata inosservata e, nel corso degli anni, molte delle autobiografie vincitrici del Premio hanno valicato i confini della scrittura privata e sono divenute un libro, e gli scriventi sono diventati autori. Vincenzo Rabito, un ragazzo del ’99, ha la licenza elementare e s’impegna a scrivere, durante la vecchiaia, dal 1969 al 1975, la sua autobiografia di 1027 pagine. Il dattiloscritto vince nel 2000 il Premio Pieve-Banca Toscana, sette anni dopo viene pubblicata una versione ridotta del testo dalla casa editrice Einaudi: Terra matta diventa un caso letterario e vende più di cinquanta mila copie. Clelia Marchi è una contadina mantovana nata nel 1912, ha frequentato alcuni anni della scuola elementare, nel 1984 decide di scrivere la sua autobiografia su un lenzuolo a due piazze, ne ricama i margini, lo compila fittamente con un inchiostro nero, ne fa il simbolo della vita insieme al marito, deceduto in un incidente stradale alcuni anni prima. Il lenzuolo è esposto al Piccolo museo del diario ma il suo contenuto non è rimasto solo sulla stoffa; nel 1992, la fondazione Alberto e Arnoldo Mondadori pubblica lo scritto di Marchi con il titolo Gnanca una busia (Nemmeno una bugia) e, nel 2012, il libro-lenzuolo (nell'immagine in alto) viene ripubblicato da Il Saggiatore con il titolo Il tuo nome sulla neve. Lireta Katiaj è invece nata nel 1977 a Vlore, in Albania, ha il diploma di scuola media inferiore; dopo la caduta del regime di Enver Hoxha è costretta a fuggire in Italia, la guerra civile non le ha permesso di continuare gli studi. Nel 2011, sceglie di raccontare, in italiano, la sua vita in un dattiloscritto di 39 pagine, l’anno successivo è finalista al Premio Pieve e nel 2016, Terre di Mezzo pubblica la sua autobiografia con il titolo Lireta non cede.

Molti altri nomi sarebbero da citare, nomi e cognomi di uomini e donne che, fuori dal milieu letterario, si possono ora leggere sul dorso delle copertine, tra gli scaffali delle librerie e delle biblioteche. L’emersione di questi testi dalla moltitudine dell’archivio permette di poter leggere una lingua arrangiata che testimonia, con il coraggio dell’improvvisazione e senza mediazioni, di vite minuscole, come nel bel libro di Pierre Michon, che proprio in virtù della loro piccolezza sono rappresentative del momento storico cui appartengono.

Se la letteratura ci ha, spesso anche felicemente, abituato a leggere le parole che illustri autori hanno messo in bocca a contadini, operai, emarginati di ogni tipo, la letteratura semicolta ci abitua invece al fatto che questi ultimi prendano la penna, smettano d’essere figuranti di romanzi e diventino, essi stessi, autori delle proprie vite e delle loro storie.

Sara Sorrentino

Sara Sorrentino è dottoranda all'Università di Genova in Storia della lingua italiana. Con Simone Biundo e Damiano Sinfonico dirige la rassegna di poesia contemporana , poet. - alla libreria falso Demetrio.

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