Buono e bello, se fosse anche vero?

Buono e bello, se fosse anche vero?

10.09.2022

di Luca Peyron

È noto come il buono ed il bello siano nella filosofia classica tomista tra i cosiddetti trascendentali, i quali – dato ciò che esiste, l’ente – sono quanto noi possiamo aggiungere all’ente appunto esprimendo "un modo generale che consegue ad ogni ente".
Tale visione viene poi messa da parte da altre scuole filosofiche, ma non per questo perde il suo valore e la sua forza. In modo particolare, mi si perdoni l’imbarbarimento del tema, se parliamo di impresa o prodotti e servizi. Il buono ed il bello sono il tipico italiano, la forza del nostro export, il brand tricolore nel mondo. Questa è la nostra vocazione d’impresa, design e cibo per dirla con una battuta. E il vero? Perché uno dei trascendentali più importanti è anche il vero. L'Italia sul vero ha qualche cosa da dire? Antipolitica a parte o cialtronerie italiche ben note, lo scenario internazionale ci dice di sì, che l’Italia anche sul vero potrebbe avere un suo spazio, importante per il PIL, ma soprattutto per il bene comune internazionale.

Il tema specifico è quello delle tecnologie emergenti e segnatamente l’intelligenza artificiale. La via europea a questi temi è ben tracciata dalle ultime direttive e dal programma di governo dell’attuale dirigenza di Bruxelles. L’intelligenza artificiale deve essere antropocentrica, deve rispettare i diritti umani, deve essere a servizio dello sviluppo integrale delle persone e delle società. Principi sacrosanti, ma che per ora sono enucleati con una scalabilità esiziale. Sono parole in un manifesto. Linee importanti, teleologia convincente, ma che devono in qualche modo essere messe a terra. In Europa perlomeno. Ad oggi non esiste né uno strumento più granulare, come vademecum, direttive, disciplinari; né soggetti investiti esplicitamente per crearli, verificarli, educare e formare chi lo possa fare. Mancano dunque competenze, capacità e certi indicatori affinché l’AI europea non sia uno slogan. Insomma il vero va scalato nella tecnologia concreta. Una tecnologia su cui si investono miliardi di dollari ogni anno. Nel nostro Paese possiamo investire su questi temi poco più che briciole.

L'attenzione all'etica
In questa prospettiva l’Italia non potrà mai essere competitiva davvero, mai potrà avere una massa critica tale per uno sviluppo proprio. Possiamo rappresentare piccoli tratti di più grandi filiere, ma senza voce in capitolo, senza una reale libertà di azione, siamo terzisti di altissimo livello e poco più. Ma lo scenario potrebbe essere diverso rispetto ai temi etici, rispetto al vero, appunto. Lì abbiamo un vantaggio competitivo che nasce da una cultura che può essere qualcosa di più di un vanto, le famose spalle di giganti su cui salire. Tutto da sviluppare. Dobbiamo chiederci se i centri che stanno nascendo, a seguito del PNRR e non solo, hanno come pilastro anche l'etica. Quanto, come, con quali potenziali di sviluppo, con quali finanziamenti simili se non uguali ad altri pilastri come la ricerca e lo sviluppo industriale. Dovrebbero, perché è buono, è bello. Ma soprattutto sarebbe vero.

A Torino dovrebbe partire a breve la Fondazione che ha come focus l’intelligenza artificiale applicata all’automotive e all’aerospazio, cioè mobilità e vita umana nel più ampio segno. Se uno dei pilastri, chiaramente indicato nello statuto e opportunamente finanziato fosse anche l’etica, sul suo scivolo tecnologico potrebbe realizzarsi un tassello significativo di un più ampio disegno che possa collocare il nostro Paese tra gli attori significativi su questi temi. Questo porterebbe sviluppo e riaccenderebbe il volano sociale in diversi territori. Ma soprattutto porterebbe un valore aggiunto decisivo nelle tecnologie che oggi rischiano di non avere quella tensione di promozione dell’umano che invece, potenzialmente, avrebbero – come mai prima una singola tipologia tecnologica ha forse mai avuto. Buono, bello e vero. I trascendentali di Tommaso hanno un valore non solo filosofico, morale, teologico. Ma anche economico e sociale. Perché uno solo è l’umano ed una sola la sua strada per essere sino in fondo: trascendere se stesso.

Luca Peyron

Luca Peyron (Torino, 1973), presbitero diocesano è direttore della Pastorale Universitaria di Torino e regionale. Laureato in Giurisprudenza presso l’Università degli studi di Torino ha conseguito l’abilitazione come consulente in proprietà industriale. Ha svolto la propria attività professionale come mandatario Italiano e mandatario Europeo presso l’Ufficio per l’Armonizzazione del Mercato Interno dell’Unione Europea. Ha collaborato con l’Associazione Internazionale per la Protezione della Proprietà Intellettuale (AIPPI) e la cattedra di Diritto Industriale dell’Università degli Studi di Torino in particolare rispetto al rapporto tra diritto ed Internet. Entra in seminario nel 2001. Ha conseguito il baccellierato in Teologia presso la Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale e la licenza in Teologia Pastorale presso l’Università Pontificia Salesiana. E' membro dell'Associazione Teologica Italiana per lo Studio della Moraleed Insegna Teologia dell’Educazione presso IUSTO (Torino), Spiritualità dell'Innovazione presso l'Università degli Studi di Torino, sociologia dell'innovazione presso l'Università Europea di Roma e Teologia presso la Facoltà di Economia dell’Università Cattolica del Sacro Cuore (Milano).

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