Capolavori al cinema. Ma l'Italia è latitante

Capolavori al cinema. Ma l'Italia è latitante

20.04.2024
di Roberto Righetto

In attesa di vedere prima o poi anche nelle sale italiane il film Il maestro e Margherita, che ha già attratto 5 milioni di persone in Russia, opera del regista Michael Lockshin, tratto dal romanzo di Bulgakov e scampato alla censura neostalinista del regime nonostante la non velata critica alla dittatura di Putin (una delle poche brecce ad essersi aperte oltre alla protesta silenziosa da parte di tanta gente comune dopo il brutale assassinio di Navalnyj), vale la pena segnalare alcune pellicole, tutte rigorosamente internazionali – ahimé, il cinema italiano è latitante su troppi fronti, dal tragico al comico – che hanno segnato gli ultimi mesi. Tralasciando Oppenheimer, giustamente premiato agli Oscar, perché uscito l’estate scorsa, in inverno e primavera si sono potuti ammirare autentici capolavori. In primo luogo, ça va sans dire, Perfect days di Wim Wenders, di cui ha già ben scritto qui Silvano Petrosino: un elogio della vita semplice e ordinaria del protagonista, che di mestiere fa il pulitore dei gabinetti pubblici di Tokyo. Mestiere che svolge scrupolosamente in nome dell’etica del bene comune e del pubblico servizio: un’esistenza quasi invisibile trascorsa nel silenzio e nella ripetitività, spezzata dalla lettura serale di buoni romanzi, Faulkner in primis, e dall’ascolto quotidiano di ottima musica, oltre che dall’uso della macchina fotografica durante la pausa pranzo. Un inno al silenzio, alla bellezza dell’ordinarietà e persino della noia e della ripetizione dei gesti – virtù cantate da Teresa di Lisieux e Kierkegaard.

Poi, Povere creature! di Yorgos Lantimos – anche questo presentato da Massimo Scaglioni su VPplus nelle settimane scorse. Una sorta di Frankenstein al femminile che grazie alla performance di Emma Stone racconta la scoperta di sé da parte di una donna incinta che si è suicidata e alla quale Daniel Defoe, chirurgo ironicamente chiamato God, impianta il cervello del bimbo che ha in seno. Con tratti a volte disgustosi e raccapriccianti, emerge a poco a poco la femminilità di Bella Baxter, prima attraverso la sessualità e poi la messa in discussione del potere maschile.

Ma non vanno dimenticati film problematici come La zona d’interesse di Jonathan Glazer vincitore sempre agli Oscar come miglior film straniero – il lager di Auschwitz visto attraverso la vita disinteressata della famiglia del comandante Rudolf Höss, a partire da un romanzo di Martin Amis – e La società della neve sulla tragica vicenda del disastro aereo sulle Ande del 1972, con i sopravvissuti costretti ad atti di cannibalismo sui corpi delle vittime e le relative domande di stampo religioso sul dolore, la morte e il senso dell’esistenza.

Ancora, tre opere sul mondo dell’educazione e della cultura: La sala professori sulle difficilissime relazioni fra studenti e docenti in una scuola tedesca, The Holdovers con un grande Paul Giamatti sul rapporto di amicizia sincera che scatta fra un professore emarginato e uno studente del college, e American Fiction con un bravissimo Jeffrey Wright sulla cancel culture, che sin dalla prima scena la dice tutta: il titolo di un noto racconto di Flannery O’Connor, The artificial nigger, scritto sulla lavagna all’inizio della lezione, provoca la reazione furibonda di una studentessa, mentre il professore afroamericano non è per niente turbato. Infine, il film drammatico Memory di Michel Franco, con i meravigliosi Jessica Chastain e Peter Sarsgaard, racconto di due vite segnate dalla fatica e dalla malattia che si ritrovano in una vicenda d’amore in cui nessuno crede.

Il lettore perdonerà questa carrellata di film americani ed europei, che in molti casi saprà di déjà vu, ma si tratta di veri capolavori pieni del vero significato della settima arte, capace di esprimere una grande potenza visionaria e di sondare i misteri dell’uomo in tutta la loro profondità, che, detto in conclusione, il cinema italiano sembra da tempo aver smarrito tranne poche eccezioni, da Ciprì e Maresco ad Alice Rohrwacher al solito Nanni Moretti. Chi scrive non è un critico cinematografico, ma vedere che alla prossima premiazione dei David di Donatello, il 3 maggio prossimo, i candidati saranno i certamente discreti e strombazzati – ma inesorabilmente modesti, nonostante le importanti tematiche affrontate, dinanzi ai film sopra citati – C’è ancora domani di Paola Cortellesi e Io capitano di Matteo Garrone, la dice lunga sulla pochezza narrativa del nostro cinema. Il vero senso della tragedia e persino della commedia pare proprio smarrito.

(img frame del film)


Roberto Righetto

Roberto Righetto ha diretto le pagine culturali di “Avvenire” dal 1988 al 2016. Attualmente è coordinatore della rivista “Vita e Pensiero”. Fra gli ultìmi suoi libri, entrambi del 2020, "Parole oltre. I libri che i cattolici devono leggere" (Edizioni dell’Asino) e "Venti maestri del secolo breve" (Jaca Book).

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