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Ci sarà posto per loro?

14.12.2019
di Anna e Elena Granata

C’era posto per lui quel Natale?

Dopo il suo lungo viaggio Sekou ha trovato una casa accogliente, un letto dove dormire, una piccola luce accesa per smorzare la paura. Chi è? Da cosa è scappato? Ha scelto da solo di partire? Sappiamo che è partito dalla Guinea poco più che bambino, poi il viaggio l’ha trasformato, lo ha fatto crescere in fretta, separandolo dai suoi affetti più cari. Il viaggio ha però ampliato in maniera esponenziale le sue capacità di adattamento e orientamento, la sua voglia di apprendere nuove lingue e stili di vita. Ha l’energia e la voglia di vivere di un piccolo leone.

Torneresti in Guinea? Nega con la testa e asserisce con gli occhi. Lo guardo e mi pare una di quelle giovani piante che sono state tolte al loro terreno e messe in un nuovo vaso. Si appoggia ad un piccolo legno, cerca acqua nel vaso e allunga le radici. Forse non appartiene più al mondo che ha lasciato ancora bambino, forse non si sente ancora pienamente di questo nuovo mondo, dove pure cresce, vive, lavora.
È la tua testa che sta cambiando. Come cambia la nostra ogni volta che ci mettiamo in viaggio. Come cambia quella dei nostri figli quando li mandiamo a vedere un altro paese europeo. Come cambia quella dei nostri studenti quando partono per un viaggio di studio, un Erasmus all’estero, un periodo come visiting in un paese lontano.
Cambia la testa, si allargano i confini.

C’era posto per loro quel Natale?

Questa è una storia vera. Una storia di Natale che racconta di Sekou, Kanjura, Bakary, Alpha e tanti altri ragazzi arrivati nelle nostre case poco più che bambini, dopo un viaggio solitario e di anni, attraverso il deserto, la prigione, il mare, la paura. Racconta di quella generazione di ragazzini che migrano e arrivano soli nelle nostre città, racconta di loro e del giorno in cui abbiamo aperto le porte di casa e tutto è cambiato. È cambiata la nostra idea di casa e di famiglia, il suo confine naturale che si completa solo con l’arrivo dello sconosciuto e delle sue tante storie vissute.

Perché non basta ascoltare i racconti di chi ha compiuto il viaggio, bisogna guardare la pelle, le piccole ferite sul corpo racconta della migrazione di una generazione di ragazzini arrivata via mare nelle nostre città. e sulle mani, le unghie che non sono ricresciute. Potremmo riconoscere i nostri ragazzi guardando i loro piccoli segni sul corpo. Chi è caduto dal camion, chi è stato strattonato salendo sulla nave, chi è scivolato correndo sulle spiagge della Libia, chi ha le ferite dei colpi sulla schiena, chi nasconde le ferite più profonde chissà dove. Quelle che non si possono raccontare. La folla, la calca, il caldo, l’odore acre dei corpi e della paura del mare.
Di tutte le paure quella del mare, per chi non l’ha mai visto, è quella più ancestrale. È una paura disperante, sono preghiere e canti incessanti, pronunciati a mezza voce, è il sole che cuoce la testa o l’odore di carburante che entra nella pelle. Dobbiamo ritrovare l’umanità in noi per guardare questi ragazzi che sbarcano dalle navi sulle nostre coste. Guardare loro gli occhi, le mani, le labbra contratte.
Ognuno è una storia, una madre che l’ha messo la mondo, fratelli rimasti lontani, canti nella testa, giorni di festa, sapori di cibo preparato a casa.

Ci sarà posto per loro il prossimo Natale?

Siamo di fronte a un fenomeno senza precedenti. Mai l’Europa, in tutta la sua lunga storia, ha conosciuto un’immigrazione di pionieri minorenni provenienti da paesi extraeuropei ed europei, aperta al mondo e ignara delle sue mete, nativa digitale e plurilingue, di tradizione religiosa ma non bigotta, informata della propria storia politica e civile e insieme attenta ai cambiamenti. Non si può non evidenziare la differenza tra questa generazione e le precedenti, nella dinamica delle migrazioni: costituisce un fenomeno inedito, proprio perché privo di fili e di relazioni con reti parentali e amicali già insediate nel nostro continente.

Lo sradicamento precoce, l’allontanamento dal mondo degli adulti, la necessità di cavarsela sfruttando soprattutto le reti tra pari, l’eroismo un po’ folle dell’adolescenza mescola realtà a immaginazione, concretezza e astrazione. Teen Immigration, bambini e ragazzi che fanno da apripista per le migrazioni in Europa.
Ma il tempo passa in fretta e questa generazione di minori sta per arrivare alle soglie della maggiore età. Un passaggio che non riusciamo ancora a cogliere pienamente nelle sue implicazioni individuali e collettive. I teenager che abbiamo accolto nelle strutture ospitanti, educato e formato, a cui abbiamo insegnato una lingua e che abbiamo, nei casi migliori, orientato verso percorsi di autonomia, al passaggio alla maggiore età rischiano di tornare invisibili, scomparendo nelle maglie larghe e disperse della burocrazia e dei decreti legge. E chi non ce l’avrà fatta a reggersi in piedi da solo, trovando per tempo reti, supporti, lavoro, casa, famiglie di appoggio, dovrà fare i conti con la propria radicale fragilità. Senza nome e senza diritti.

Anna e Elena Granata

Anna Granata è ricercatrice in Pedagogia in­terculturale presso il Dipartimento di Filosofia e Scienze dell’educazione dell’Università degli Studi di Torino. Si occupa di scuola, pratiche inter­culturali e mobilità giovanile.

Elena Granata è professore associato di Urbani­stica presso il Dipartimento di Architettura e Studi urbani del Politecnico di Milano e docente presso la Scuola di Economia Civile. Si occupa di città e ambiente e di cambiamenti sociali.

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