Congo: è ancora tempo di uccidere

Congo: è ancora tempo di uccidere

14.01.2023
Tempo di uccidere scriveva Flaiano a proposito della guerra in Etiopia del 1936, ma adesso in Etiopia c’è la “pace” e in Congo persiste la guerra, sembra che in Congo sia sempre tempo di uccidere. A partire dal XVIII secolo gruppi di pastori tutsi hanno iniziato a stabilirsi in Kivu, nel territorio di Mwenga, dove i capi locali concessero loro l'uso dei pascoli. Già prima della divisione coloniale sancita dalla conferenza di Berlino del 1884-1885 clan composti sia da hutu che da tutsi vivevano nella regione di Rutshuru, a Walikale, a Goma e nel massiccio del Masisi (attualmente la popolazione di origine ruandese in Congo è di circa 3 milioni di persone molte delle quali vedono i gruppi ribelli come eserciti di liberazione). In sintesi storia, demografia e cultura si sono intrecciate e scontrate in questi territori e la scoperta di sempre nuove ricchezze nel sottosuolo ha aggiunto ulteriore complessità. Ma l’effetto più deflagrante è avvenuto nel 1994 con l’afflusso di rifugiati tutsi e hutu fuggiti dal genocidio del Ruanda il Congo è diventato un luogo di transfert della contesa ruandese a cui si sono aggiunte e sovrapposte altre tensioni (Uganda) e gruppi di guerriglia sia indipendenti, sia sostenuti in modo incrociato dai Paesi confinanti finalizzati al controllo delle enormi risorse minerarie delle provincie del Kivu e dell’Ituri.

La violenza nel corso di questi anni è stata una costante con picchi e livelli diversi, ma da quando è stato decretato lo stato d’emergenza e la legge marziale i morti e gli episodi di violenza sono raddoppiati. Almeno 131 civili sono stati uccisi dai ribelli dell'M23 (Movimento 23 marzo) tra il 29 e 30 novembre nell'est della Repubblica Democratica del Congo, secondo un'indagine preliminare delle Nazioni Unite che sta ricostruendo quanto accaduto a Kishishe e nel vicino villaggio di Bambo. «Sono ammazzati come le bestie, racconta un dottore nato nella regione che chiede di rimanere anonimo, in Congo non c’è più da sperare, i volti della gente sono spenti, atterriti, non c’è più la felicità tipica dei villaggi africani, l’entusiasmo per l’ospite, la gioia dell’altro. L’abitudine qui è vedere morti, persone senza testa, arti sparsi per le strade».

Le violenze sono una cronaca quotidiana, ma si sono ulteriormente inasprite. A partire da maggio 2022 quando il Movimento 23 marzo (M23) filo ruandese tutsi, ha avviato un’offensiva che l’ha portato a controllare parti sempre più ampie di territorio, uccidendo e sfollando decine di migliaia di persone. Per tutta la durata della crisi, Kinshasa ha accusato la Forza di Difesa del Ruanda (RDF) di sostenere i ribelli. Come in passato, Kigali ha negato qualsiasi coinvolgimento in quello che ha definito «un conflitto interno al Congo» e, a sua volta, ha accusato Kinshasa di cooperare con le Forces démocratiques pour la libération du Rwanda(FDLR), un movimento ribelle ruandese hutu (alcuni membri dell'esercito congolese hanno stretto alleanze ad hoc con gruppi armati locali, tra cui le FDLR, per combattere l'M23).

Ma la domanda che sta dietro a questi fatti è perché? La violenza è un effetto, ma qual è la causa? L’M23 sostiene che gli attacchi derivano dal mancato rispetto del governo congolese di reintegrare i militari dell’M23 nell’esercito congolese. Poi si parla della necessità di difendere i tutsi che vivono in Congo e di rivalità commerciali tra Kigali e Kampala dovute al desiderio di controllare le vie di comunicazione per far passare nei rispettivi Paesi coltan, oro e terre rare, sarebbero queste le motivazioni all’origine della ripresa dei combattimenti dell’M23. Dieci anni fa l’M23 era stato sconfitto e i suoi miliziani si erano reinsediati nei campi profughi ruandesi e confidavano nell’amnistia e nel poter essere integrati nell’esercito congolese anche ad alti livelli. Lo spiegamento delle forze ugandesi nel Nord Kivu, l’arrivo di altri eserciti regionali (Sud Sudan, Kenya, Burundi) per conto della Comunità dell’Africa orientale, e il fatto che il Ruanda sia stato escluso da questa iniziativa (dai contorni e dai finanziamenti poco chiari), sono tutti sviluppi che Kigali ha percepito come «atti ostili», e che forse l’hanno spinta a dare il suo sostegno militare ai ribelli. Non si tratta di controllare questa o quella miniera, ma le vie di comunicazione che portano la ricchezza del Congo verso Uganda e Ruanda. E per questo è ancora tempo di uccidere.

Fabrizio Floris

Fabrizio Floris ha insegnato Antropologia Economica presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Torino e Sociologia Generale presso le Università di Milano e di Betlemme.

Ha svolto attività di ricerca negli slum di Nairobi, nei campi per rifugiati del Kenya e nelle baraccopoli di Torino. È stato consulente per l'Area delle Politiche Sociali della Compagnia di San Paolo per progetti relativi all’integrazione di cittadini rifugiati.

Guarda tutti gli articoli scritti da Fabrizio Floris
 

Array
(
    [acquista_oltre_giacenza] => 1
    [codice_fiscale_obbligatorio] => 1
    [coming_soon] => 0
    [disabilita_inserimento_ordini_backend] => 0
    [fattura_obbligatoria] => 1
    [fuori_servizio] => 0
    [homepage_genere] => 0
    [insert_partecipanti_corso] => 0
    [moderazione_commenti] => 0
    [mostra_commenti_articoli] => 0
    [mostra_commenti_libri] => 0
    [multispedizione] => 0
    [pagamento_disattivo] => 0
    [reminder_carrello] => 0
    [sconto_tipologia_utente] => carrello
)

Ultimo fascicolo

Anno: 2022 - n. 6

Iscriviti a VP Plus+

* campi obbligatori

In evidenza

Nel fuoco e nel sangue la fine di Smirne, la bellissima
Formato: Articolo | VITA E PENSIERO - 2022 - 6
Anno: 2022
Un secolo fa si consumava l’ultimo atto della persecuzione scatenata dai turchi verso le minoranze cristiane dell’impero: armeni, greci e siriaci. Dopo il genocidio armeno del 1915 e la fine della prima guerra mondiale, la città venne messa a ferro e fuoco.
Gratis

Inserire il codice per attivare il servizio.