Il tuo browser non supporta JavaScript!

CONTROLLARE ≠ EDUCARE

30.11.2019

di Pier Cesare Rivoltella

Chi si occupa di Media Education sa bene cosa sia l’approccio inoculatorio, quando si parla del rapporto tra i media e i minori. È l’atteggiamento di quell’adulto che, convinto del potere dei media e altrettanto convinto che i ragazzi da soli non possano contrastarlo, prova lui a limitare i danni attraverso dispositivi di protezione.

La metafora è clinica e risponde all’altra metafora clinica – quella dell’ago ipodermico – con cui la teoria dei media, a partire dagli anni Venti, si è rappresentata gli effetti forti dei media. Se i media, come un ago infilato sotto la pelle, iniettano comportamenti e valori nei loro destinatari, allora, per contrastarli, non resta altro da fare che iniettare sotto la pelle un vaccino che li possa in qualche modo bloccare. La convinzione alla base è la stessa: il potere dei media è grande e lo si può contrastare solo proteggendo.

Mi viene sempre in mente questa immagine ogni volta che, ciclicamente, si ripropone il tema del controllo come ipotesi di soluzione ai rischi dei media. Ed è questo il caso del servizio Family link di Google: ennesima versione di uno strumento di Parental Control che propone al genitore una soluzione tecnologica per limitare i rischi in cui il figlio potrebbe imbattersi.

Le considerazioni da fare al riguardo sono diverse.

La prima è relativa alle preoccupazioni educative di Google. È interessante che chi detiene i dati di oltre due miliardi di persone e in virtù di questo vola in Borsa e può prevedere dove vadano desideri e tendenze dell’umanità, poi si preoccupi che i più piccoli navighino protetti. Non è che anche Family link, alla fine, non serva a sapere cosa vorrebbero fare in rete? Quel che voglio dire è che sono diversi i segnali del fatto che il capitalismo digitale si preoccupi del problema educativo forse proprio per convincerci che il problema stia nel regolare l’accesso, nel far mavigare sicuri i più piccoli. E così non ci interroghiamo sull’uso dei dati che quotidianamente gli regaliamo.

Seconda considerazione. L’esperienza e la ricerca insegnano che ogni pretesa di controllo tecnologico sugli usi di una tecnologia che è delocalizzata e delocalizzante sono destinati a fallire. Siamo proprio sicuri che il servizio non sia riprogrammabile? E se anche fosse a prova di giovane hacker e quindi ne bloccasse la navigazione, sarebbe sufficiente cambiare macchina o chiedere a un amico. Quel che voglio dire è che nella società informazionale, una società in cui l’informazione è dappertutto e il sistema delle relazioni tra pari, nei cosiddetti “terzi spazi”, la fa da protagonista, sperare di controllare l’accesso di qualcuno alle informazioni è un’illusione. Google non può non saperlo: è che in questo modo tranquillizza i genitori e si garantisce una facciata di responsabilità sociale.

Da ultimo, controllare non è educare. Mai. Se decido di controllare mio figlio, se ritengo che questo sia l’unico modo per tenerlo al sicuro dai rischi della Rete, ho almeno due problemi. Il primo, il principale, è che questo significa che ho provato a educare ma non ci sono riuscito. Il controllo è sempre il risultato di un fallimento o della consapevolezza di un’incapacità educativa. Certo, il controllo non va confuso con il governo. Governare il rapporto dei propri figli con la tecnologia è parte dell’intervento educativo: il genitore che educa non si disinteressa dei tempi o dei contenuti del consumo mediale del proprio figlio. Controllare è un’altra cosa. È pensare di poter delegare la soluzione del problema a un dispositivo, o a un sistema esperto.

L’altro problema è che chi controlla prova a eliminare la possibilità del rischio per il minore. E questa è la conferma che chi controlla non ha capito il senso dell’educare. Perché non c’è educazione che non comporti rischi. Chi educa responsabilizza il bambino, il ragazzo, ma poi lo lascia andare, lascia che agisca e in questa fase delicata ma essenziale – il lasciar andare – il rischio va messo in conto. Ma si tratta di un rischio calcolato. L’educazione, e l’educazione ai media non fa eccezione, è sempre empowerment dei soggetti, sviluppa il senso critico. L’obiettivo è l’autoregolazione, creare le condizioni perché si sviluppi la responsabilità.

Pier Cesare Rivoltella

Pier Cesare Rivoltella insegna Tecnologie dell’istruzione e dell’apprendimento presso la Facoltà di Scienze della Formazione dell’Università Cattolica di Milano dove dirige il CREMIT (Centro di Ricerca sull’Educazione ai Media, all’Informazione e alla Tecnologia).

Guarda tutti gli articoli scritti da Pier Cesare Rivoltella
 

Array
(
    [codice_fiscale_obbligatorio] => 1
    [coming_soon] => 0
    [fattura_obbligatoria] => 1
    [fuori_servizio] => 0
    [homepage_genere] => 0
    [insert_partecipanti_corso] => 0
    [moderazione_commenti] => 0
    [mostra_commenti_articoli] => 0
    [mostra_commenti_libri] => 0
    [multispedizione] => 0
    [pagamento_disattivo] => 0
    [reminder_carrello] => 0
    [sconto_tipologia_utente] => carrello
)

Ultimo fascicolo

Anno: 2019 - n. 5

Iscriviti a VP Plus+

* campi obbligatori

In evidenza

La Chiesa e il cambiamento delle università
formato: Articolo | VITA E PENSIERO - 2019 - 5
Anno: 2019
Non solo la competenza, ma la trasmissione di una visione più ampia del mondo: è questo il compito che il cattolicesimo richiede agli atenei. Si tratta di umanizzare la formazione e di promuovere la cultura del dialogo. La sfida della comunicazione.
Gratis