Dante+Pixar=Soul

Dante+Pixar=Soul

08.05.2021
di Alessandro Zaccuri

DANTE, DANTE OVUNQUE
Biografie best seller e commenti come nuovi, mostre a tema e dirette streaming a volontà, letture integrali e spettacoli in stile Cirque de l’Enfer, perfino una collezione di gelati in edizione limitata. Ma non sarà che, alla fine, Dante c’è di più dove lo si nota di meno? Dove non lo si nomina affatto, anzi, ma lo si lascia agire, secondo la suggestione che proviene da due dei più interessanti fra i contributi apparsi in libreria per l’occasione del settecentenario: il densissimo Dante di Alberto Casadei (il Saggiatore), nelle cui pagine ci si sofferma anche sulle più disinvolte rivisitazioni mediatiche della Commedia, e il sorprendente A proposito di Dante (Keller), nel quale cento passi del poema vengono rielaborati dall’italianista Simone Marchesi e dall’illustratore Roberto Abbiati, entrambi persuasi che non occorra esprimere «quello che la poesia di Dante dice, ma quello che fa».

E ANCHE IN SOUL
Riferito più in generale alla letteratura, questo è il principio che da sempre ispira l’attività della Pixar, lo studio di animazione che da oltre un quarto di secolo (il primo Toy Story risale al 1995) ha rivoluzionato il linguaggio del cinema di animazione. In modo più vistoso dal punto di vista tecnico, grazie all’adozione di una tridimensionalità sempre più sofisticata, ma forse in maniera ancora più sostanziale sul versante della scrittura narrativa, da sempre ricchissima di implicazioni che permettono letture diverse, e diversamente consapevoli, della stessa vicenda. Non siamo proprio alla teoria dantesca dei quattro sensi (letterale, allegorico, morale e anagogico), ma di sicuro ci muoviamo in un regime di complessità. A confermarlo è il più recente dei lungometraggi Pixar, Soul, diretto da Pete Docter insieme con Kemp Powers e fresco vincitore di un paio di Oscar.

Senza soffermarsi sui dettagli della trama, all’interno della quale gioca un ruolo rilevante la celebrazione della musica jazz, basterà ricordare l’intuizione che sta alla base della storia. Si tratta della rappresentazione di un “Aldiquà” nel quale le anime ricevono la loro conformazione personale prima di raggiungere la Terra. Come già accadeva in Inside Out (2015), dove i comportamenti individuali venivano ricondotti a un bizzarro congegno manovrato dalle emozioni personificate, anche in Soul il processo di individuazione viene ironicamente descritto nei termini di un protocollo a metà strada tra rigore fordista e programmazione digitale. Questo non impedisce che il lettore di Dante si senta improvvisamente a casa, specie quando fa la sua apparizione il personaggio di 22, l’anima ribelle che caparbiamente si sottrae alla finalizzazione. Il suo problema è che non ha idea di come sia fatto il mondo e che, di conseguenza, non capisce che cosa dovrebbe andarci a fare.

Fermi tutti, questa ce la ricordiamo. Purgatorio XVI, versi 85 e seguenti: «Esce di mano a lui che la vagheggia…». Una volta che sia stata avvertita, l’analogia tra il destino di 22 e quello dell’«anima semplicetta che sa nulla» è pressoché impossibile da dimenticare. L’immaginazione degli sceneggiatori di Soul si allinea con quella di Dante e vi corrisponde fin nel dettaglio (anche 22, come l’anima della Commedia, «di picciol bene in pria sente sapore», nella fattispecie addentando un trancio di pizza). Resta da capire come questo sia accaduto. Può essere che alla Pixar lavori qualcuno che ha studiato italiano al college? Non sarà che qui affiora la memoria di una lezione sul canto di Marco Lombardo tenuta in qualche college del Connecticut o del Nebraska? L’ipotesi non è da escludere, ma c’è anche una risposta più semplice ed efficace.

PER INTERPOSTO POETA
Nel 1929 T.S. Eliot pubblica per la prima volta una poesia che riprende lo spunto dantesco, e lo riconnette a un testo che da lì a ventina d’anni godrà di grande notorietà grazie al capolavoro di Marguerite Yourcenar, Memorie di Adriano (1951).
Il titolo della poesia, Animula, proviene dalla composizione che l’imperatore filosofo avrebbe dettato sul letto di morte e che la scrittrice sceglie come filo conduttore del suo romanzo: Animula vagula blandula / hospes comesque corporis…
Nel suo incipit Eliot si limita, di fatto, a rimaneggiare l’originale dantesco, mettendolo tra virgolette e conservando l’inversione tra soggetto e verbo («“Issues from the hand of God, the simple soul”»). La sua è una meditazione sul tempo (il verso ritorna più avanti lievemente ma significativamente modificato: «Issues from the hand of time the simple soul»), condotta attraverso una rievocazione dell’infanzia che non sfigurerebbe in un film Pixar: la prospettiva di un bambino che gattona tra le gambe dei mobili, le luci dell’albero di Natale, la gioia e lo spavento, l’incapacità di distinguere tra «the actual and the fanciful»: «il fantastico e il vero», traduce Roberto Sanesi. Non meno rivelatrice è la chiusa di Animula, con l’ulteriore ribaltamento dell’invocazione alla Vergine: «Pray for us now and at the hour of our birth». Nel momento della nostra nascita, non in quello della nostra morte. Del resto, anche in Soul inizio e fine dell’esistenza terrena sono singolarmente intrecciati, con una modalità che può ben essere definita dantesca non meno che eliotiana.

Un poeta, quando veramente agisce, agisce anche per interposta persona, ossia per interposto poeta. Ed è probabilmente attraverso una sequenza molto simile a quella appena tratteggiata che «l’anima semplicetta» del Purgatorio ha assunto le fattezze di 22. Perché sia stato scelto proprio questo numero è un altro piccolo enigma, molto dibattuto tra gli appassionati. Sarà una suggestione, ma ventidue sono le sillabe che si trovano in due endecasillabi. Per completare la terzina manca ancora un verso, così come a 22 manca uno degli elementi necessari per rendere valido il suo passaporto verso la Terra. Una coincidenza, d’accordo. Ma ancora una volta, dopo che te ne sei accorto, non smetti più di pensarci.

Alessandro Zaccuri

Alessandro Zaccuri è inviato culturale del quotidiano «Avvenire». Narratore e saggista, si è occupato a più riprese del rapporto fra cristianesimo e immaginario contemporaneo. Tra il 2005 e il 2011 è stato autore e conduttore della trasmissione televisiva “Il Grande Talk”, in onda su SaT2000/Tv2000.

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