Dio: provare per credere?

Dio: provare per credere?

06.04.2024

di Giuseppe Tanzella-Nitti

Da alcuni mesi un libro pubblicato in Francia nel 2021, tradotto poi in spagnolo e in italiano, sta facendo parlare di sé. Il fenomeno mediatico e commerciale c’è tutto. Oltre 300.000 copie vendute, ai primi posti delle classifiche di Amazon e di altri internet bookshop con un “indice di gradimento” degli utenti Google vicino al 90%. Le grandi testate giornalistiche hanno reagito prima con prudenza ed esitazione, poi alcune di esse hanno preso decisamente posizione, a favore o contro. La rivista francese La Croix ha dedicato non meno di 6 articoli, con cadenza quasi settimanale, a criticarne violentemente il contenuto, come ha fatto Le Figaro. Altri organi di stampa lo hanno lodato, altri ancora vi si sono riferiti in modo indiretto, ospitando dibattiti. Quale la ragione di queste variopinte reazioni e, soprattutto, qual è la ragione del suo successo commerciale? Stiamo parlando di Dio, la scienza, le prove. L’alba di una rivoluzione, firmato da Michel-Yves Bolloré e Olivier Bonnassies, un ingegnere imprenditore e uno studioso con diplomi in discipline tecniche e in teologia. Proverò anch’io a rispondere a queste domande, partendo dal suo titolo. Non è mia intenzione commentare o recensire il contenuto del libro, ma soffermarmi sul fenomeno. Lo farò sviluppando brevemente due considerazioni: a) perché un libro che desidera provare Dio attraverso la scienza riscuote tanto successo; b) perché il tema affrontato provoca reazioni accese e fortemente dialettiche, almeno a giudicare dai titoli delle recensioni pubblicate.

La prima considerazione è immediata: il tema di Dio interessa, e interessa ancora di più quando a “Dio” si accosta la “scienza”, ritenuta dall’opinione pubblica uno dei principali fattori di non credenza, a ragione o a torto. I sociologi della religione collocano questo fattore al primo posto fra i laureati con meno di 40 anni, mentre è il problema del male ad essere il principale ostacolo per credere in Dio fra le persone di maggiore età. Gli autori del libro mostrano che, quando si lasciano parlare i suoi protagonisti, la scienza suscita grandi domande, si interroga, cerca di capire se c’è qualcosa o qualcuno che regga il mondo. In fondo tali domande la scienza le ha sempre suscitate, ma forse lo avevamo dimenticato. Il grande pubblico apprezza che qualcuno gli parli di Dio, anche per capire se possiamo crederci ancora o se siamo diventati troppo adulti per farlo. Il tema di Dio non sembra più trovare spazio dove eravamo abituati a incontrarlo. Se di Dio non parlano i filosofi, i romanzieri, gli artisti e – chiedo venia – i sacerdoti, allora ce ne parlano gli scienziati.

Non pochi libri hanno intercettato, consapevolmente o inconsapevolmente, tale richiesta. Lo mostrano i successi editoriali del “nuovo ateismo” (Dawkins, Dennett, Harris) che prende spunto anche dalla scienza; non pochi best sellers di divulgazione scientifica (Hawking, Davies, Barrow); ma anche quegli autori che scrivono sul “disegno intelligente”, criticano l’evoluzione biologica, o producono film sulla rivincita di Dio a scuola o all’università. Tutti queste opere, in genere, hanno successo.

Questo nostro universo ha avuto un’origine? Qualcuno lo ha creato? C’è un’intelligenza che lo regge e ha voluto la comparsa della vita? Possiamo riconoscervi un finalismo? Sono domande supreme che non possiamo ignorare. Eppure, se affrontate solo nell’ambito delle scienze o addirittura servendosi del metodo scientifico, manifestano delle palesi ambiguità. E se dietro il mondo ci fosse solo un grande Computer? E se noi fossimo parte di un grande organismo vivente? E se fosse uscito proprio il nostro numero alla roulette cosmica, pur riconoscendo l’apparizione della vita e dell’intelligenza una giocata altamente improbabile?

Se restiamo solo sul piano dell’analisi empirica, una certa ambiguità non potremo mai evitarla. È allora alla filosofia e all’astrazione meta-empirica – ed è questo un punto della massima importanza – che occorre dirigersi. Una buona filosofia, infatti, ci avvertirebbe dei diversi significati che possono assumere i termini “Dio”, “prove”, “scienza”; ci aiuterebbe a capire perché il panteismo non soddisfa il problema della contingenza; ci istruirebbe su cosa sia il metodo scientifico e come esso sia trasceso dalle dimensioni personaliste ed esistenziali degli scienziati; ci chiarirebbe, ancora, quali sono i diversi livelli di finalismo che riscontriamo in natura, cosa sia l’intenzionalità, quale sia la differenza fra origine e inizio… Ma la filosofia, a mio modo di vedere, sembra proprio la grande assente. Tranne rare eccezioni (fra queste in Italia dovremmo riconoscere le opere di Roberto Timossi) nel dibattito fra Dio e la scienza la filosofia non compare: questo dibattito resta sui giornali, sulle opere di divulgazione (alta o bassa che sia), nella trama di film controversi, più spesso sui pamphlet. O talvolta, come negli Stati Uniti a proposito dell’insegnamento scolastico della teoria dell’evoluzione o del disegno intelligente, il dibattito finisce nelle aule dei tribunali. Può entrare nella pubblicità degli autobus di Londra promossa dai “nuovi atei” (Dio quasi certamente non esiste, ce lo dice la scienza: goditi la vita), ma non nelle aule universitarie. Perché? Questa è la prima considerazione che desideravo proporre.

Veniamo alla seconda. Pur nella loro bellezza e profondità, questi temi sembrano destinati ad assumere quasi sempre un carattere controversista. Non sfugge a questa regola neanche il volume di Bolloré e Bonnassies. Ciò può essere un vantaggio dal punto di vista mediatico e delle regole di mercato (pensiamo ai talk show e ai titoli dei rotocalchi). Mi chiedo, però, se ciò sia un vantaggio anche per la serena analisi di temi così importanti. Non sempre le regole per attrarre l’attenzione del grande pubblico sono anche le stesse per educarlo a ragionare. Spesso vengo invitato a tenere delle tavole rotonde su fede e non credenza a partire dalla scienza. Quasi mai vi partecipo, specie se vengo collocato dalla parte della fede. Perché deve essere un sacerdote a parlare di fede e un ricercatore scientifico a parlare di non credenza? Ricevo sempre la stessa risposta: “perché così il pubblico capisce meglio le due posizioni”. Dunque, le posizioni sono già fissate in anticipo, dall’immaginario popolare, preconcette, e si cercano personaggi da collocarvi dentro.

Siamo qui di fronte a un nuovo deficit, oltre a quello di una buona filosofia che menzionavo prima. È il deficit di luoghi ove condurre una ricerca interdisciplinare seria, che faccia dialogare fra loro scienze, filosofia, storia e teologia, con il rigore e i criteri del lavoro accademico. Sono ancora troppo rari gli ambiti universitari ove la teologia (discorso su Dio) può incontrare le altre discipline e ragionare con esse. Ad Oxford, Cambridge, Chicago o Berkeley esistono da vari anni delle cattedre di Science and Theology. In Italia ciò sembra ancora fantascienza. Qualche timida ma interessante novità proviene invece, guarda caso, dalle Università ecclesiastiche dell’Urbe. Fra l’altro, una maggiore frequentazione delle scienze gioverebbe non poco anche alla stessa teologia. In uno dei suoi ricordi, Joseph Ratzinger confida che la decisione di scrivere Introduzione al Cristianesimo egli la prese in una caffetteria dell’Università di Tübingen, ascoltando cosa dicevano di lui un gruppo di docenti, prendendo il caffè a certa distanza: “Guardate, ecco il professore di una Facoltà costruita tutta intorno a un oggetto che non esiste, Dio”. Fino a quanto noi teologi non saremo provocati così, il rischio di cadere nell’autoreferenzialità diverrà una certezza.

Vi sono senza dubbio esortazioni e orientamenti, aspirazioni e consigli, anche da parte di ministeri e dicasteri, ma formare profili di studiosi che sappiano far dialogare Tommaso d’Aquino e Albert Einstein, John Henry Newman e Bertrand Russell, Charles Darwin e Pierre Teilhard de Chardin resta ancora fuori della nostra immaginazione. Solo sdoganando la teologia e attraendo l’interesse della filosofia, il dibattito fra la domanda su Dio e la scienza contemporanea sarebbe condotto sui binari giusti. Gli sforzi fatti finora in questo senso sono pochi, anche se si comincia a vedere qualche effetto. Il portale web di scienza e fede (disf.org), che dirigo da venticinque anni, anche con il sostegno della Conferenza Episcopale Italiana, totalizza più di un milione di pagine consultate ogni anno. Riportare la domanda su Dio sul terreno del confronto accademico e della ricerca “scientifica”, nel senso più ampio e nobile del termine, come fatto in Occidente a partire dalla fondazione delle Università, recherebbe con sé molteplici frutti, non ultimo quello di aiutarci comprendere cosa sia o cosa non sia una religione, e quale rapporto essa abbia con la verità. E non sarebbe un frutto di poco conto, pensando alla storia che oggi viviamo.

Giuseppe Tanzella-Nitti

Giuseppe Tanzella-Nitti è ordinario di Teologia fondamentale e direttore del Centro di Documentazione Interdisciplinare di Scienza e Fede (DISF).


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