Foibe e Shoah: pietà per le vittime ma senza confusione

Foibe e Shoah: pietà per le vittime ma senza confusione

23.10.2021
di Agostino Giovagnoli

Sono passati quasi ottant’anni, ma di foibe non si smette di discutere. A riaccendere la polemica è stato, l’estate scorsa, Tomaso Montanari, rettore dell’Università per stranieri di Siena, secondo cui “la legge del 2004 che istituisce la Giornata del Ricordo (delle Foibe) a ridosso e in evidente opposizione a quella della Memoria (della Shoah) rappresenta il più clamoroso successo [della] falsificazione storica” operata dal fascismo di oggi. Montanari è stato per questo accusato di “negazionismo delle foibe” da diversi organi di stampa mentre Giorgia Meloni e Matteo Salvini incitavano a “fermare” Montanari. È intervenuta anche Casa Pound, unendosi a quanti chiedevano le dimissioni del rettore per aver definito le foibe “un falso storico”.

In realtà Montanari non ha mai negato la realtà storica delle foibe. La sua critica aveva di mira la Giornata del Ricordo istituita a suo giudizio con il fine di “costruire una ‘festa’ nazionale da opporre alla Giornata della Memoria e al 25 aprile, [di] costruire un’antinarrazione fascista che contrasti e smonti l’epopea antifascista su cui si fonda la Repubblica”. È intervenuto anche Alessandro Barbero, affermando che “l’istituzione della Giornata del ricordo costituisce senza dubbio una tappa” della “falsificazione della storia da parte neofascista” e, poiché l’Italia è una Repubblica antifascista, l’equiparazione tra Shoah e foibe è inaccettabile.

Nelle parole di Montanari e Barbero si sono intrecciate questioni diverse. La Repubblica italiana è nata antifascista, come attesta anche la Costituzione, la cui XII disposizione transitoria vieta la ricostituzione del partito fascista. È giusto ricordarlo, tanto più dopo avvenimenti recenti che hanno mostrato la vitalità di gruppi neofascisti e l’inquietante facilità con cui ricorrono alla violenza. Non si comprende perché ci debba essere tolleranza nei loro confronti ed è grave se importanti formazioni politiche sono indulgenti o ammiccanti nei loro confronti. Ma la gravità della violenza fascista di ieri e di oggi non impone di dimenticare le vittime di altre violenze. Anzi, proprio i motivi morali oltre che storici e politici alla base dell’antifascismo affermato dalla Costituzione esigono sensibilità e attenzione anche verso altri crimini e altre atrocità. Il Giorno del ricordo è stato istituito a tal fine per ricordare specificamente le vittime delle foibe.

I problemi nascono quando si sviluppano confronti impropri, equiparazioni forzate o contrapposizioni strumentali fra vittime di vicende storiche diverse. In Italia, all’interno di un più generale fenomeno di “concorrenza delle vittime” – la tendenza cioè a cercare di far prevalere la memoria pubblica delle “proprie” vittime su quelle degli “altri” – si è progressivamente acuita la contrapposizione tra la memoria dello sterminio degli ebrei ad opera dei nazisti e dei fascisti e il ricordo dei morti nelle foibe uccisi dai partigiani jugoslavi. In particolare, si è sviluppata una battaglia storico-politica il cui obiettivo è ridimensionare le colpe del fascismo ed enfatizzare quelle dei comunisti. In questo modo si finisce per strumentalizzare le vittime. In tale equiparazione-contrapposizione emerge a volte anche un pregiudizio antisemita. Enrico Michetti, candidato a sindaco di Roma nelle recenti elezioni, ha affermato che “ai morti ammazzati nelle foibe” non vengono rivolte “la stessa pietà e la stessa considerazione” che si hanno per gli ebrei uccisi nella Shoah forse “perché non possedevano banche e non appartenevano a lobby capaci di decidere i destini del pianeta”. La Comunità ebraica italiana ha condannato duramente queste parole.

Indubbiamente, la scelta di collocare il 10 febbraio la Giornata del Ricordo appare oggi infelice. In primo luogo “criminalizza” il ricordo del 10 febbraio 1947, giorno della firma italiana al Trattato di Pace espressiva di una volontà giustamente opposta all’aggressività nazi-fascista che ha dato origine alla Seconda guerra mondiale. In secondo luogo – ed è l’aspetto che qui più interessa – il 10 febbraio è a pochi giorni di distanza dal 27 gennaio, giorno in cui si ricorda lo sterminio ebraico. È difficile immaginare che tale scelta esprima una esplicita volontà di falsificazione – anche se proposto da La Russa, il Giorno del ricordo è stato approvato a larghissima maggioranza – ma sarebbe stato meglio evitare una vicinanza fra le due date che favorisce la trasformazione delle celebrazioni del 10 febbraio in una rivalsa nei confronti della memoria dell’Olocausto. Negli ultimi anni, soltanto il rigore morale e la saggezza politica di Sergio Mattarella sono riusciti a contenere le strumentalizzazioni e ad impostare il rapporto tra Shoah e foibe in termini di cordoglio per tutte le vittime, pur mantenendo il senso della diversità storica fra le atrocità compiute in quegli anni.

Purtroppo, il conflitto è oggi acuito dalla proposta di legge presentata nel 2019 e ora in discussione al Senato per inserire nel codice penale il reato di negazionismo delle foibe. L’articolo in questione è il 604bis, che ha incorporato la legge Mancino e che punisce il negazionismo della Shoah, distinguendo in modo specifico quest’ultima da altri crimini di odio novecenteschi. Inserire qui il negazionismo delle foibe significherebbe negare la peculiarità della Shoah, che non riguarda il numero delle vittime – milioni nel caso degli ebrei e migliaia in quello degli “infoibati” – né una presunta “incomparabilità” che impedirebbe il confronto storico fra la Shoah con altre atrocità, ma la specificità dello sterminio degli ebrei d’Europa quale risultato di un progetto intenzionale e sistematico di eliminazione di un intero popolo sulla base di motivazioni “razziali”. Indubbiamente, anche sul confine orientale dell’Italia, fra il 1943 e il 1945 sono stati perpetrati crimini terribili e tragici. Ma si tratta di eventi diversi: accostarli per istituire, a fini politici, confronti moralmente e storicamente inaccettabili non giova a nessuno.

Agostino Giovagnoli

Agostino Giovagnoli è ordinario di Storia contemporanea presso l'Università Cattolica del Sacro Cuore. Si è occupato tra l’altro dei rapporti tra Stato e Chiesa e di storia della Chiesa nel XIX e XX secolo. Fra le sue opere recenti: "Storia e globalizzazione", Roma-Bari 2003; "Chiesa cattolica e mondo cinese tra colonialismo ed evangelizzazione (1840-1911)", Roma 2005; "Chiesa e democrazia. La lezione di Pietro Scoppola", Bologna 2011.

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