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GAME OF THRONES. IL POTERE DI UNA STORIA

01.06.2019
di Luca G. Castellin

«Cosa unisce le persone?», si domanda Tyrion Lannister di fronte ai rappresentanti (superstiti) delle principali casate di Westeros, radunati nella Fossa del Drago di Approdo del Re, «armate? oro? vessilli? no, storie». Infatti, poco dopo aggiunge, «non c’è niente di più potente di una buona storia». Ed è stata una buona storia quella raccontata da Game of Thrones, la serie televisiva creata da David Benioff e Daniel B. Weiss e ispirata al ciclo di romanzi di George R.R. Martin. Una storia in grado di tenere incollati al piccolo schermo milioni di telespettatori in tutto il mondo per ben otto stagioni, e recentemente giunta a conclusione.

Nella serie HBO più famosa e premiata del mondo, spesso fraintesa o ridotta alle vicende familiari o alle relazioni sentimentali dei protagonisti, la politica costituisce invece il cuore della trama, non un semplice elemento di fondo o una chiave di lettura (più o meno) implicita. Game of Thrones, infatti, è una storia di potere. Attraverso la cultura popolare, esattamente come nella saga degli Avengers prodotta dalla Marvel, Game of Thrones è stato in grado di raccontare la politica. Una politica piena di intrighi, sesso e violenza. Le dinamiche della lotta per il potere, nella rappresentazione iconica offerta dal Trono di ferro forgiato da Aegon il Conquistatore con le spade dei suoi rivali, permette allo spettatore non solo di entrare in contatto con le differenti sfumature della tradizione del realismo politico, ma anche di assaporare l’eco (più o meno) fedele di molti classici del pensiero politico occidentale.

Senza alcuna pretesa di esaurire l’argomento, e con qualche rischio di servire in maniera involontaria più di uno spoiler, si può tentare di proporre un paio di sintetiche suggestioni. Il Continente occidentale è innanzitutto una società concepita come luogo del conflitto, nella quale, pertanto, non c’è (quasi) alcuna possibilità di cooperare in vista del bene comune. I protagonisti di Game of Thrones evidenziano infatti una antropologia negativa, nella quale possiamo rintracciare frammenti del pensiero di alcuni esponenti della sofistica, come Trasimaco e Callicle, i quali sostenevano, esattamente come Tucidide, l’dea secondo cui il più forte sia destinato necessariamente a governare sul più debole. All’autore de La guerra del Peloponneso, così come a Thomas Hobbes, si può invece ricorrere per individuare i tre motivi fondamentali che guidano ogni azione umana, ossia la paura, l’onore e l’interesse. Sempre a questi due pensatori ci si deve poi rivolgere per comprendere tanto la necessità di autoconservazione (Hobbes) quanto quella di immortalità (Tucidide) che spingono i vari personaggi a mantenere comportamenti cinici o a intraprendere azioni eroiche.

Ma un ruolo centrale è evidentemente ricoperto da Niccolò Machiavelli. Lo speculum principis redatto dal segretario fiorentino nel 1513 sembra infatti costituire il riferimento obbligato di una figura – soltanto all’apparenza secondaria – come quella di Tywin Lannister, il padre di Cercei, Jamie e Tyrion. Il Lord di Castel Granito, per esempio, sembra aver pienamente compreso la lezione contenuta nel XVII capitolo de Il Principe, dal momento che preferisce essere temuto piuttosto che essere amato, senza però mai cadere nel disprezzo dei sudditi come invece accade al giovane nipote, il sadico re Joffrey Baratheon. Ma una coincidenza sorprendente e agghiacciante con l’VIII capitolo del Principe, dove viene narrata la presa del potere di Oliverotto da Fermo per mezzo del delitto, è quella contenuta nel nono episodio della terza stagione, intitolato The Rains of Castamere, in cui va in scena la sanguinosa sequenza finale, denominata “Le nozze rosse”, in cui vengono massacrati per mano di Walder Frey (su ordine di Tywin) parte dei membri di casa Stark.

Se personaggi come quelli di Varys, Petyr Baelish e Davos Seaworth, pur nelle evidenti differenze etico-morali, richiamano alla mente gran parte della trattatistica del XVI e XVII secolo di Baldassarre Castiglione e Baltasar Gracián sulla Corte, in cui viene sottolineata l’importanza della prudenza e della dissimulazione, creature fantastiche quali Drogon, Viserion e Rhaegal possono trovare posto invece nella riflessione di Carl Schmitt. Così come la flotta di Euron Greyjoy rappresenta il Leviathan (potere navale), e le armate dei Lannister il Behemoth (potere terreste), i draghi possono essere facilmente inquadrati nella figura del Grifo Ziz (potere aereo), descritto nelle pagine di Land und Meer e destinato a rivoluzionare lo ‘spazio’ della politica novecentesca. Nella figura ascetica e fondamentalista dell’Alto Passero, che utilizza la fede come una forma di religione civile, si può leggere ancora un richiamo al filosofo di Malmesbury, in particolare alla parte terza e quarta del Leviatano, in cui il potere assoluto derivato dal patto tra i sudditi viene inglobato all’interno di una vera e propria teologia politica.

Ma di fonti d’ispirazione ce ne sono molteplici. Le sorelle Sansa e Arya Stark, pur intraprendendo percorsi nettamente divergenti, che porteranno l’una a governare il Regno del Nord indipendente, l’altra a veleggiare – sulla scia dell’Ulisse di Dante – per mare verso l’ignoto, sono entrambe espressione dei movimenti di protesta incentrati sul femminismo. Il “bastardo” Jon Snow, che in realtà è il legittimo erede al trono Aegon Targaryen, viene spesso scambiato per un idealista, ma al contrario è un leader carismatico (e riluttante) che nella sua malinconia quasi shakespeariana ben incarna non solo il dilemma della politica a cui si trova di fronte il realismo politico novecentesco di Hans J. Morgenthau e Reinhold Niebuhr, ma anche e soprattutto la lacerante distinzione fra «etica dei principi» ed «etica della responsabilità» individuata da Max Weber nella conferenza del 1919, Politik als Beruf.

Alla dialettica tra potere e legittimità danno invece piena visibilità due figure femminili agli antipodi, Cercei Lannister e Daenerys Targaryen. La prima, sulla scia degli insegnamenti del padre Tywin, esercita il potere con realismo in maniera cinica e spietata sia nei confronti dei sudditi, sia nei confronti dei nemici (che lascia soli a combattere contro la minaccia degli estranei guidati dal Re della Notte). La seconda, invece, di cui molti non sembrano aver colto la naturale evoluzione psicologica, rappresenta un leader rivoluzionario, che lotta per abbattere il sistema di sfruttamento a favore dei diseredati, ma che finisce per assumere i tratti del dittatore totalitario. La distruzione di Approdo del Re, una volta che la città si è arresa, infatti, è soltanto l’ultimo atto della violenza rivoluzionaria, che già aveva imperversato a Mereen, o nella sua vendetta contro i Khal, ma che agli occhi dello spettatore risulta incomprensibile, proprio perché al di fuori della giustificazione ideologica della ricerca di libertà e uguaglianza. Nel discorso ai Dothraki e agli immacolati, sullo sfondo di una città ridotta ormai in cenere, così come nel dialogo con Jon Snow, che ne precede la morte proprio per mano dell’amato, la madre dei draghi assume ormai le sembianze di Lenin o Stalin.

Infine, un’attenta analisi spetta anche alla figura di Bran Stark, che, su suggerimento dell’esperto Tyrion, viene posto a capo – dopo che la proposta (alquanto inverosimile) di Samwell Tarley per l’istaurazione di un regime democratico viene accolta dall’ironia generale – della nuova monarchia elettiva che “rompe la ruota” della lotta per il potere che aveva determinato fino a quel momento i destini dei Sette Regni. In quanto Corvo a Tre Occhi, Bran ormai è onnisciente, e nel suo profilo possiamo rintracciare sia i tratti utopici del filosofo-re descritto da Platone nella Repubblica, sia l’aspetto meno rassicurante del dominio della tecnocrazia tratteggiato da James Burnham negli anni Quaranta del secolo scorso. Anche se, molto probabilmente, Benioff e Weiss, quando hanno deciso di concludere la serie con l’elezione di Bran, altro non avevano in mente che l’importanza della tradizione e della storia per la fondazione di una buona politica.

D’altronde, come osserva Tyrion, una buona storia non può essere fermata e «nessun nemico può distruggerla». E nessuno ha una storia migliore di Bran, aggiunge ancora l’arguto consigliere, egli è «la nostra memoria, il custode di tutte le nostre storie. Di guerre, matrimoni, nascite, massacri, carestie. Dei nostri trionfi. Delle nostre sconfitte. Del nostro passato. Chi meglio di lui per guidarci verso il futuro?». Game of Thrones è davvero una storia di potere, ma mostra al tempo stesso il potere di una storia.

Luca G. Castellin

Luca G. Castellin è Professore associato di Storia delle dottrine politiche. Insegna presso la Facoltà di Scienze politiche e sociali dell’Università Cattolica del Sacro Cuore. I suoi principali interessi di ricerca comprendono lo studio della storia del pensiero politico internazionale in età moderna e contemporanea e l’analisi teorica dei differenti modelli interpretativi della politica internazionale. Tra i suoi lavori: Ascesa e declino delle civiltà. La teoria delle macro-trasformazioni politiche di Arnold J. Toynbee (Vita e Pensiero, 2010); Il realista delle distanze. Reinhold Niebuhr e la politica internazionale (Rubbettino, 2014); Società e anarchia. La “English School” e il pensiero politico internazionale (Carocci, 2018).

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