Gerusalemme senza luce

Gerusalemme senza luce

23.03.2024
di Filippo Morlacchi

Resurrexit
. È risorto. La fede pasquale sta tutta qui. Il kêrygma evangelico sorprende per la sua chiarezza paradossale e inafferrabile. Ciò che viene detto è insieme chiarissimo – “Gesù era morto, ma ora vive per sempre” – ma anche assolutamente misterioso. Che cos’è, questa risurrezione? Certo non un semplice ritorno alla vita precedente, ma l’ingresso in qualcosa di nuovo. Sì, ma cosa? Cosa possiamo balbettare su questa “vita eterna”, alla quale il desiderio umano da sempre aspira, ma che nessuno è in grado di descrivere?


L’impossibilità di rappresentare univocamente il mistero pasquale fa sì che nel Nuovo Testamento si intreccino due metafore complementari. La prima si basa sullo schema temporale “prima-poi”: «Egli era morto, ma poi è risorto». Si descrive in tal modo la risurrezione come un evento storico accaduto nel tempo, e che, nonostante l’apparente irreversibilità della morte, ha introdotto nella storia una novità inaudita. Gesù, il maestro di Nazareth che annunciava il regno di Dio, e che di Dio si sentiva Figlio in modo unico, è stato crocifisso e ucciso; ma poiché «in lui era la Vita» (Gv 1,4), il sepolcro non ha potuto trattenerne le spoglie mortali. Per questo si dice che Gesù si risveglia (in greco: eghèiro) dal “sonno” della morte. Molte volte l’annuncio del kêrygma, soprattutto nelle narrazioni evangeliche, assume questa forma: «lo hanno ucciso… ma il terzo giorno è risuscitato / si è risvegliato». Tale modello temporale ha il vantaggio di presentare la resurrezione come un evento reale, storico, constatabile almeno a partire dai suoi effetti (la tomba vuota); ma rischia anche di descriverne solo la dimensione temporale, e non quella meta-storica, universale, eccedente la categoria del tempo. Limitarsi a questo linguaggio potrebbe indurre a vedere nella risurrezione un semplice ripristino delle condizioni biologiche precedenti alla morte, una sorta di “ritorno all’indietro” nel tempo. Ma non è così, evidentemente: la vita risorta non è un “tornare indietro” rispetto alla morte, bensì un “andare oltre”, uno “sfondamento” del limite della morte.

Per queste ragioni la rivelazione neotestamentaria conosce anche un altro schema per annunciare la risurrezione, fondato sulle categorie simbolico-spaziali di “alto-basso”. “Gesù è disceso agli inferi, è sprofondato negli abissi della morte; ma è risorto ed è stato innalzato alla destra del Padre”. Stavolta la dimensione simbolica si impone maggiormente: è chiaro che la resurrezione non è il “sollevamento di un corpo pesante”, ma una trasformazione sostanziale, un cambiamento che – pur nel permanere dell’identità personale – comporta una glorificazione trasfigurante, a cui allude il simbolo del movimento ascensionale in cielo. Sono molti i passi scritturistici che seguono questo schema, in tutte le tradizioni neotestamentarie: in Giovanni (ad es.: «Gesù quando sarò innalzato da terra attirerò tutti a me»: Gv 12,32), in Paolo e nelle sue fonti («…umiliò se stesso… per questo Dio lo esaltò…»: Fil 2,8-9), e nelle tradizioni sinottiche, con tutti i miracoli profeticamente compiuti da Gesù quando “risolleva” qualcuno dalla sua miseria o malattia, e in fondo con lo stesso termine “anàstasis” (da an-ìstemi, “risollevo”).

La compresenza della metafora “storico-orizzontale” e di quella “simbolico-verticale” è costitutiva della ricchezza della rivelazione. Tutto ciò che è veramente grande non può essere espresso in modo adeguato da una sola prospettiva. Ecco perché la Chiesa ha canonizzato la molteplicità delle quattro redazioni evangeliche, e non una loro sintesi ricostruita a tavolino. Analogamente, nel corpus neotestamentario lo schema temporale e quello spaziale sono compresenti e si completano a vicenda, cercando ciascuno di dire l’ineffabile, e lasciando che ogni prospettiva proietti un cono di luce complementare sull’unico mistero, senza pretendere di portarlo integralmente alla luce.

La concretezza storica dello schema temporale è oggi necessaria dinanzi ad ogni tentativo di evaporare la consistenza della fede nella risurrezione. Lo gnosticismo, come ci ricorda papa Francesco fin dall’inizio del suo pontificato, è una minaccia costante all’integrità del Vangelo. Non possiamo e non dobbiamo ridurre la risurrezione ad uno sbiadito simbolo di speranza, come se la fede pasquale esprimesse soltanto la fiducia nella rinascita primaverile o l’accondiscendente tentativo di appagare la sete d’infinito del cuore umano. Non basta dire – come già mezzo secolo fa ha fatto qualcuno – che “la questione di Gesù va avanti” (W. Marxsen, Die Sache Jesu geht weiter, 1976): la risurrezione di Gesù dai morti è il “caso serio” della fede, il vero articulum stantis aut cadentis Ecclesiae. E tuttavia, il realismo dello schema temporale non basta, e va integrato con quello dello schema spaziale “basso-alto”. Perché l’“oltre” al quale aspiriamo – e che la fede ci annuncia – non è solo un “dopo”, ma anche “più in alto”.

«Dovete nascere dall’alto», dice Gesù a Natanaele (Gv 3,7), e con lui a tutti i credenti. L’avverbio greco ànothen è saggiamente tradotto “dall’alto”; ma il termine potrebbe significare anche “da capo, di nuovo”. E così infatti, nel dialogo giovanneo, lo aveva interpretato l’interlocutore di Gesù: «un uomo può forse entrare una seconda volta nel grembo di sua madre e rinascere?» (cfr Gv 3,4). Sì, dinanzi ai fallimenti, la speranza umana vorrebbe semplicemente una nuova opportunità, vorrebbe solo poter ricominciare da capo. Come nei video-games, quando si chiede una vita supplementare, ma per ritentare sempre la stessa partita. Ognuno di noi nella vita ha le sue delusioni, i suoi fallimenti definitivi, le sue “morti”. E istintivamente vorrebbe solo una vita in più, per poter riprovare, sperando di non fallire di nuovo.

Ma questo eterno ritorno è destinato allo scacco, sia nella vita personale, sia negli eventi storici. Per chi, come me, vive a Gerusalemme, questa Pasqua è segnata dalla strage del 7 ottobre e dalla carneficina di Gaza tutt’ora in corso. Cosa può dirci la fede cristiana, in questo tempo violento e impazzito? A me, personalmente, dice che devo essere realista: ma del realismo evangelico, che include l’opera della grazia di Dio. Le lancette dell’orologio della storia non tornano indietro. Non ci saranno date nuove vite per ripercorrere gli stessi tratti di strada. Quel che è stato non può esser cancellato, da una parte e dall’altra. Israele esiste, e non può – né deve – essere eliminato. E un popolo palestinese esiste, e ha tutto il diritto di esistere con dignità, entro confini definiti. Non si può far finta che il mostruoso pogrom del 7 ottobre non sia accaduto: è un fatto che ha cambiato la storia. E la devastazione di Gaza, con le sue decine di migliaia di vittime, è un altro fatto incontestabile. Il futuro, quindi, non potrà essere un “dopo” che non tenga conto del “prima”: non si torna indietro nel tempo. Un futuro migliore può essere aperto solo da un nuovo che si trova su un altro livello, su qualcosa di “più alto”, e che “viene dall’alto”. Qualcosa che è impossibile agli uomini, ma non a Dio. Questa, per me, è la grazia della Pasqua: sapere che l’intervento di Dio può liberarci dalla coazione a ripetere, può dischiudere nuovi orizzonti, può far germogliare l’insperato, può risollevarci all’altezza della nostra dignità di figli di Dio. La fede pasquale ci dice che, se il Padre è intervenuto nella risurrezione del Figlio, può ancora intervenire nelle nostre storie personali e collettive. E liberare ciascuno di noi, e la nostra umanità, dalle pastoie degli errori passati. Fare di noi dei risorti, risollevàti su un nuovo livello di umanità trasfigurata. Non solamente un “dopo”, quindi, ma anche un “più in alto”. Nelle nostre piccole pasque di ogni giorno, e nel cammino verso un’umanità più conforme al progetto del Creatore. Sursum corda. E buona Pasqua!

 

Filippo Morlacchi

Filippo Morlacchi, sacerdote dal 1992. Studia e insegna filosofia, teologia e musica. Dopo alcuni anni come formatore in seminario e un'esperienza pastorale in parrocchia, si è occupato a lungo di insegnamento scolastico della religione. Dal 2018 vive a Gerusalemme come sacerdote fidei donum della Diocesi di Roma presso il Patriarcato latino.

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